BARBARA FRALE.
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COSPIRAZIONE MEDICI.
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Prologo.
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Firenze.
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20 giugno 1478.
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Di colpo la folla di ombre gli fu addosso. Piombarono su di lui malvagie e implacabili. Ne fu travolto, sopraffatto, soffocato. "Aiuto! Mi uccidono...".
Ma l'urlo si strozz in gola. Nessuno poteva udire la sua invocazione disperata. "Figliolo!".
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Lorenzo trasal e si volt di scatto nella direzione da cui proveniva la voce. Vide il saio chiaro di un frate ritto in piedi accanto a lui. Il religioso lo fissava con sincero allarme. Gli poggiava una mano sulla spalla, per dargli conforto. "Devi esserti assopito, Lorenzo. Hai fatto un brutto sogno. Gridavi qualcosa".
"Pregavo. Poi di colpo sono scivolato in un incubo. Dev'essere per via di tutte queste statue che mi circondano. Sono cos inquietanti... Mi fanno paura!". Fiss tormentato quella folla di esseri senz'anima che lo attorniavano, corpi rigidi e occhi inespressivi, vestiti di un abito stropicciato e squarciato dalla lama del pugnale. Tutti uguali, tutti nella stessa angosciante posa di uomini in piedi sulle proprie gambe, ma privi di respiro. I cittadini di Firenze avevano voluto ringraziare Iddio per aver salvato la vita di Lorenzo, nel giorno in cui i congiurati decisi ad annientare i Medici avevano tinto di sangue le pietre antiche del Duomo: ma invece di sontuosi ceri votivi da accendere alla Madonna, avevano dato fondo alle proprie borse per donare tante statue a grandezza naturale, ognuna delle quali riproduceva le fattezze dell'uomo miracolato con un realismo stupefacente.
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Erano cos vicine al vero da sembrare macabre: la diafana chiarezza della cera creava una
perversa illusione di verit, evocava il pallore di un volto esangue. E mille volte pi intensa appariva
quell'impressione di un corpo senza vita nell'opera del miglior allievo che lavorasse per mastro Andrea
Verrocchio, cio il giovane Leonardo figliolo di ser Piero da Vinci: in un impeto di zelo, o forse di
spudoratezza, l'apprendista aveva osato chiedere che Lorenzo donasse alla statua gli abiti da lui
indossati nel fatidico giorno, imbevuti del suo stesso sangue che adesso era diventato un'orrida crosta nera.
Il frate si fece pi vicino. Sembrava in collera con Lorenzo, e covava nello sguardo un'aspra
lotta tra rabbia, risentimento e rimpianto; ma pi forte di ogni altra passione, c'era in lui un affetto
fraterno venato di profonda tristezza. Lo conosceva? Probabilmente s, ma il suo volto si perdeva nella
folla di nomi e di volti incrociati tante volte nel convento di San Marco.
"Vedo che scosti lo sguardo da quel simulacro, Lorenzo. Eppure  il tuo ritratto. Hai spavento
di te stesso, forse? O magari temi la tua cattiva coscienza?".
L'erede dei Medici si turb pi di quanto non lo fosse stato fino a quel momento. La voce del
religioso s'era fatta pi bassa e dolce, per insinuante, quasi velata di accusa. Sfinito da tanti giorni
senza tregua e notti prive di riposo, Lorenzo pens che forse non era un vero frate, un uomo di carne e
ossa, ma il diavolo in veste umana che veniva a tormentarlo in quel momento di dolore. A rinfacciargli
una per una tutte le sue colpe.
Perch s: mea culpa! Di sbagli ne aveva commessi, Lorenzo de' Medici. Errori di valutazione
sul denaro e le persone, calcoli malfatti per arroganza, per leggerezza, orgoglio e ambizione smodata.
Ne portava addosso tutta l'immensa responsabilit, e ora la vita gliene chiedeva il conto.
Era diventato un uomo incapace di provare piet, un despota che sfogava la sua rabbia in una
ridda di rappresaglie capaci di spargere il terrore nelle vie di Firenze. Processi sommari, impiccagioni
in piazza della Signoria, agguati, vendette condotte a porte chiuse su coloro che avevano la propria
parte di peccati da scontare, ma non potevano cadere per mano dei Medici senza che il popolo
insorgesse levandosi contro Lorenzo e l'intera sua famiglia.
Tiranno, lo chiamavano ora; solo poche settimane prima, era il grande mecenate delle arti,
l'araldo della Signoria. Il primo cittadino. L'orgoglio di Firenze.
Si pentiva della sua dabbenaggine, di come aveva ostinatamente tenuto gli occhi chiusi su tanti
segnali d'avvertimento che pure la vita e i suoi amici gli avevano inviato. E soprattutto, si pentiva di
aver ceduto alla pi diabolica delle lusinghe: la seduzione del potere.
Lo sguardo corse inesorabile a quel punto della navata dove s'era compiuto l'atroce misfatto.
Lorenzo rivide Giuliano seduto poco distante da lui, nel corno opposto del coro. Cos doveva essere:
l'uno e l'altro dei fratelli Medici presidiano il Duomo, solidi e fermi come possenti torri agli angoli di
una scacchiera. Chi non avrebbe subito compreso il vero peso della famiglia nella citt, gi notando
quale seggio veniva riservato loro in cattedrale?
Il giovane cardinale Raffaele Riario celebra messa sull'altare maggiore. Sembra ridicolo, cos
paludato in tanto sontuose vesti talari, lui che alle soglie dei diciassette anni coltiva fiero la prima barba
convinto che gli dia autorevolezza e un'aria pi matura. Solleva l'ostia, il cardinale bambino, sta di
spalle e nulla vede di ci che intanto accade dietro di lui. Tutti s'inginocchiano,  il momento pi
solenne del rito: e proprio allora, come un demone sbucato fuori dall'imbocco dell'inferno, Francesco
de' Pazzi aggredisce Giuliano e lo accoltella selvaggiamente. Una, due, tre volte. Ha cos tanto odio in
corpo che nella furia di trapassare l'altro senza dargli scampo ferisce persino s stesso e perde sangue
da una gamba. Ce ne vuole prima che gli altri, esterrefatti, si rendano conto di cosa  successo. E allora
 un cataclisma di urla selvagge che rimbombano ovunque. Le volte profonde amplificano quelle grida,
i passi furiosi di mille piedi e il clangore di armi sguainate che si scontrano con ferocia.
Lorenzo ricordava solo poche immagini della tragedia. Lo scintillio di una lama che gli sfiora il
volto, un dolore atroce al collo: si porta la mano alla gola, la vede intrisa di sangue. Dieci compagni
sono su di lui, lo spingono via lontano dal pericolo, mentre egli invoca il nome dei suoi. Sono rapidi a
buttarlo in sagrestia, fanno muro davanti a lui, il Poliziano chiude i pesanti battenti in faccia agli
aggressori. Ma un attimo prima che quelle ante lo mettano in salvo, Lorenzo vede. Vede l'amico Nori
stramazzare a terra per avergli fatto scudo col proprio corpo: spira quasi subito, ha lo stomaco forato
dai colpi di pugnale. Vede Giuliano in una pozza di sangue. Giuliano lontano da lui, perduto, esanime,
abbandonato da tutti, anche da Dio.
E dopo il giorno del sangue, erano venuti quelli del furore. Con rabbia cieca Lorenzo s'era
vendicato dei suoi nemici in modo esemplare, ordinando funerali pubblici per suo fratello, e
costringendo la Signoria a considerare la sua morte come un delitto contro lo stato. Anche quelle
immagini erano impresse nella memoria a lettere di fuoco: il vescovo Salviati, maledetto Salviati!, che
penzola fuori da una finestra del Palazzo della Signoria. Indossa ancora i paramenti sacri, ha gli occhi
sbarrati che sembrano chiedersi increduli in cosa mai abbia sbagliato.
E Francesco de' Pazzi, e Salviati, e gli altri luridi sciacalli che si sono alleati per compiere
quella carneficina, tutti divenuti pasto di corvi e avvoltoi, esposti al ludibrio sulla pubblica via. Quello
era l'ultimo giorno di primavera; ma una primavera che a Firenze s'era orribilmente tinta di sangue.
"I tuoi nemici sono caduti uno dopo l'altro", disse il frate. "Ti senti appagato dalla vendetta?"
"Non tutti sono morti. Mancano i pi infami".
"Immagino. Parli di Bandini. E di Girolamo Riario, il nipote prediletto di Sua Santit. Perch ti
odia?"
" roso dall'ambizione. Vorrebbe governare tutta l'Italia, e pensa che io lo osteggi. E poi, mi
crede colpevole per la morte di suo fratello. Eravamo amici, io e Ludovico Riario. Lo assassinarono per
colpire me. Girolamo vuole lavare l'offesa con il mio sangue".
"Non rinuncerai alla vendetta, vero Lorenzo?"
"Mai! Non trover pace fin quando non avr mandato sottoterra tutti gli assassini di mio
fratello".
"Non temi l'ira di Dio?".
Lorenzo non rispose. La petulanza del religioso lo irritava; spost altrove lo sguardo.
"Siete qui per farmi la predica, reverendo padre?", chiese in tono ruvido.
"Non ora, Lorenzo. Seguimi: andiamo fuori porta. C' una cosa che devi assolutamente
vedere".
Sulla terra riarsa dalla canicola estiva, fra gli steli secchi prostrati dal vento, qualcosa si
muoveva. Lorenzo procedeva circospetto nella sterpaglia seguendo il saio del frate. Il luogo era
davvero inospitale, bisognava scansare i rovi e badare a dove si mettevano i piedi, pregando Iddio di
non incontrare vipere e altre bestie nocive annidate fra quelle malerbe.
La voce dell'Arno che avevano alle spalle sembrava sopita. La sovrastava un brusio costante e
inquieto che diventava pi distinto a ogni passo. Lorenzo si blocc annichilito: ora capiva cosa fosse
quel rumore.
Erano vermi, a migliaia. Larve di mosche carnivore che strisciavano a terra in un lungo corteo
disciplinato, lontane ormai dal pasto di liquidi umani dissolti dalla morte di cui s'erano saziate. Fra i
cespugli di ginepri e alloro c'era un corpo il quale non era pi che un immenso banchetto brulicante
d'insetti che vermicolavano ovunque sottopelle, sembravano ribollire, si riversavano fuori dalla bocca,
dalle orbite svuotate e dagli altri orifizi di quel corpo irriconoscibile, prima di strisciare via lungo una
direzione precisa, la stessa per tutti. Impossibile dire chi fosse, in quelle condizioni. Se uomo o donna.
Se giovane o vecchio.
Lorenzo si port le mani alla bocca lottando contro i conati. Provava una voglia dannata di
vomitare, e annegare nel proprio vomito poteva essere una fine abbastanza umiliante da fargli espiare le
sue colpe; ma non mangiava da giorni, lo stomaco occluso dalla tensione nervosa. Alla fine, il suo
corpo si ribell a quella visione atroce. Attimi di spasimo, poi sent la gola corrosa dai succhi gastrici.
"Chi era?"
"Uno come te. Tanto superbo da credere che l'uomo sia l'artefice della propria fortuna. Invece
non ha trovato altro che sciagura. Neppure il conforto di giacere in una tomba".
"Chi era?!", tuon Lorenzo irato.
"Il primo che  morto per mano tua. Jacopo de' Pazzi".
Attonito, ora Lorenzo teneva gli occhi sbarrati su quell'orrenda poltiglia di carni in
disfacimento e larve brulicanti.
"Il capo della famiglia che ci voleva annientare... Perch il suo corpo  qui? Gli hanno dato
sepoltura, anche se non lo meritava!".
"Un gruppo di ragazzacci ha deciso di fargli un secondo funerale", disse il frate con ironia
amara. "L'hanno dissepolto di nascosto e portato qui in riva all'Arno. Intendono farlo a pezzi e gettarlo
nel fiume come se fossero quarti di porco".
" orribile!".
"E anche sospetto. Come mai dei ragazzini non provano orrore davanti a un corpo cos
decomposto? Qualcuno sussurra che ci sia tu, dietro questa infamia. Che tu abbia pagato quei piccoli
pezzenti a caro prezzo".
"Non  vero!".
"Allora lo fanno perch sperano in una ricompensa. Sono riuscito a scacciare quei
malintenzionati, per ora. Ho detto che Dio li avrebbe maledetti riversando su di loro un mare di
sciagure. Torneranno, per: lo sento. La marmaglia ha fame di denaro e sete di violenza".
"Andiamo via. Non m'importa cosa ne faranno di questo maledetto cadavere!".
Ci detto, Lorenzo si lanci nell'esile sentiero che i loro passi avevano battuto poco prima tra
rovi e sterpaglie. Quando furono lontani dal cadavere tanto che il suo lezzo non poteva pi appestarli,
udirono un marasma di voci febbrili e passi concitati di molti piedi che acciottolavano in riva all'Arno.
"Eccoli, ritornano!".
"State gi, reverendo! Non fatevi vedere, o sar peggio per voi".
Il religioso scans con veemenza la mano di Lorenzo che lo tratteneva per il saio, disgustato
all'idea che quella masnada facesse a pezzi il cadavere di un uomo. Scavalc la siepe di ginepri che li
nascondeva, arriv allo scoperto davanti al gruppo dei facinorosi che s'accalcavano attorno alla salma.
Gli giravano intorno nervosi, a scatti, simili a formiche feroci che non osano maciullare con le loro
tenaglie uno scorpione in agonia, ma non ancora morto.
L'orrore di quella carne annerita e guasta, divenuta banchetto per i vermi, paralizzava i bambini
presenti: erano in pochi, una decina a malapena, e fissavano la scena raccapricciante con gli occhi
atterriti e increduli di agnelli condotti al massacro. Gli altri avevano gi la barba, e li capeggiavano tre
brutti ceffi che Lorenzo non fatic a riconoscere: uomini devoti a casa Pazzi o Salviati, tutti
verosimilmente collusi con la congiura in un modo o nell'altro. C'era da credere che avessero inscenato
quest'ignobile vendetta postuma perch ormai non avevano pi da temere le rappresaglie da parte del
morto, ma quelle dei Medici invece s: e senza piet!
Videro il frate che s'avvicinava con volto severo.
"Tornate in citt, in nome di Dio! Smembrare un cadavere  sacrilegio, e non vi sar perdonato.
Per quanto peccatore, quest'uomo era un cristiano!".
"Vattene, frate", lo minacciarono. "Non ce l'abbiamo con te e non vogliamo farti del male".
"Rinunciate alle vostre perverse intenzioni! E chiedete perdono al Signore!", tuon.
Tanta accorata insistenza irrit il capo della banda, che afferr il religioso per la collottola del
saio e lo scaravent tre passi indietro. Gli altri due risero di lui, e presero a spintonarlo passandoselo tra
loro come se fosse un pupazzo di stracci. Lo scacciarono brutalmente indietro lungo il sentiero,
cosicch non potesse pi assillarli con le sue prediche. Non erano venuti fin l per ascoltare un
sermone!
Il religioso sub la loro violenza con ferma fierezza, arretr senza guardare il terreno, ma
inciamp e fin malamente a terra. Doveva aver sbattuto contro un sasso, cadendo: quando tent di
rialzarsi, port macchinalmente la mano al naso che gli doleva da impazzire. Forse s'era rotto, perch
la sua faccia apparve a Lorenzo, acquattato tra i rovi, come una maschera di sangue.
Intanto i facinorosi gettavano secchiate d'acqua sulla salma mangiata dai vermi per darle una
ripulita sommaria. Un uomo dalla faccia truce e corporatura da lottatore avanz verso il cadavere. Si
era tenuto a distanza, fino a quel momento, osservando l'intera scena con occhi gelidi; ora per doveva
fare la sua parte. Brandiva una mannaia da macellaio, e con essa stacc quel teschio scarnificato in un
sol colpo. I suoi gesti erano fermi, precisi; appariva calmo, senza esitazioni, un qualunque artigiano al
lavoro: ci indicava che probabilmente faceva il boia, di mestiere. Gli passarono una vanga, e con
quella sollev in aria l'orripilante trofeo: il candore dell'osso cranico che appariva scoperto in diversi
punti era un monito raccapricciante sull'umana pochezza. Lo scagli nel fiume senza ripensamenti.
Gett la vanga sull'erba, e di nuovo lavorando di mannaia fatic per smembrare gli arti a uno a
uno. Anch'essi finirono nel fiume. Quando fu fatta giustizia anche dell'ultimo brandello, il capo assest
un calcio al pi grande dei ragazzini.
"Canta!", ordin.
Il poveretto deglut, poi guard gli altri in cerca di solidariet e aiuto. Ma erano tutti pi piccoli,
tutti pi spaventati di lui. Si fece coraggio. Inspir, e dalla gola gli usc un flebile suono.
"Guarda, messer Jacopo...".
"Pi forte!".
Il piccolo annu, mentre gli altri venivano messi in fila uno a uno e spronati perch corressero
inseguendo la corrente che fluiva via portandosi dietro il suo macabro carico sanguinolento.
"Guarda! Messer Jacopo gi per l'Arno se ne va!".
Ora la feroce processione correva lungo la sponda intonando in coro quel canto di dileggio; e
berciando quelle parole varcarono la porta che immetteva nello spazio urbano.
Lorenzo si avvicin al frate e lo aiut a rialzarsi.
"Il vostro povero naso... Dev'essere rotto".
Il religioso aveva un'aria molto sofferente, ma c'era da credere che fosse pi per il dolore di
non aver saputo impedire lo sfacelo blasfemo di cui era stato spettatore impotente. Lorenzo gli offr un
fazzoletto pulito con cui asciugarsi il sangue dalla faccia.
"Venite, reverendo. Torniamo in citt".
Il frate non si mosse. Fissava Lorenzo con uno sguardo oppresso da qualche segreta urgenza che
tuttavia stentava a comunicare.
"Non ti ho portato qui soltanto per mostrarti quel corpo", mormor infine. "Ci sono cose che
devo dirti. E volevo farlo in un luogo sicuro, dove non corriamo il rischio di essere spiati".
Vide che poco distante da loro due, ma ancora almeno cento passi lontano dalla postierla
guardata dai gendarmi, c'era un grande fontanile di pietra dove i viaggiatori abbeveravano i cavalli,
sotto l'ombra confortevole di una quercia secolare. Gli chiese di seguirlo fin l, di sedersi sul bordo
accanto a lui. C'era in quel luogo la solitudine adatta a parlare in confidenza di cose riservate;
tutt'intorno si udiva soltanto il frinire delle cicale stordite dal sole torrido, a milioni.
"Il primo a cadere in quel giorno ferale  stato Giuliano", mormor il frate col sacro rispetto
dovuto ai morti. "Gli assassini si sono avventati su tuo fratello ancor prima che attaccare te. Non ti
sembra strano, Lorenzo? Pare quasi che fosse lui, il vero obiettivo della congiura. Non tu".
"Anche Giuliano doveva morire", rispose debolmente. "E io. E mia moglie Clarice. L'intera
stirpe dei Medici sarebbe stata cancellata dalla faccia della terra".
"Devi riflettere su un fatto cos incongruo, Lorenzo. Perch Giuliano? Perch lui per primo?"
"Intorno a me c'erano diversi uomini armati. Giuliano invece era solo. Disarmato, senza
sospetto".
"Questo si pu capire: non ha mai rivestito ruoli nella Signoria. Il suo peso nei giochi della
politica  sempre stato irrisorio. Tu hai retto le sorti della famiglia dalla morte di tuo padre. Tu da solo.
Perch allora i vostri nemici avrebbero dovuto disfarsi di lui? Era soltanto un giovanotto ardito,
galante, un po' presuntuoso magari... Cui prodest? Chi poteva trarre un vantaggio dalla sua morte?".
Lorenzo fissava la linea dell'orizzonte lungo il profilo delle colline lontane con gli occhi vacui
di un insensato.
"Non lo so, padre. Non riesco a immaginare un motivo ragionevole...".
"Ne sei proprio sicuro?".
A quella domanda prefer non rispondere. Ambizione, avidit, sete di potere... Pi passava in
rassegna gli eventi degli ultimi mesi, pi Lorenzo si sentiva confuso circa le ragioni della congiura che
aveva spezzato la giovane vita di Giuliano e costretto lui a vivere isolato dentro una gabbia di
protezione.
"Non lo so", ripet debolmente.
"Allora ascoltami, Lorenzo. Ti racconter quel che non sai. Cos potrai capire. E forse riuscirai
a perdonarti, un giorno".
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CAPO 1. Presagio.
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La pietra di calcedonio ha colore pallido (...). Ha il potere di scacciare le illusioni mandate dal demonio, s da poter vincere compiutamente le battaglie contro i nemici.
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Arnoldo il Sassone, Il potere delle pietre, 12.
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1.
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Il cielo sulla laguna pareva aver preso un colore malsano. A velare il sole s'era addensata una
sottile crosta di nuvole che conferiva alla luce una sfumatura malata d'ittero. Da qualche parte, lontano,
incombevano i temporali, ma per ora sopra i tetti di Venezia ristagnava soltanto una cappa di pesante
umidit.
Nel magnifico giardino affacciato sul Canal Grande, Giuliano de' Medici fissava l'acqua ferma
sotto di lui e provava un'inquietudine sottile per quell'odore di alghe in marcescenza e il troppo lento
scorrere. Gli ricordava un sangue ispessito e denso che si guasta nelle vene di un corpo ancora vivo.
Alle sue spalle, la bella residenza ducale festeggiava con musica, canti e solenni libagioni il Natale
dell'anno di grazia 1477.
Passi pesanti sulla ghiaia lo indussero a voltarsi. Sua Eccellenza Marco Correr, fiduciario del
Doge e membro di spicco nel patriziato della Serenissima, si avvicinava a lui con intenzione benevola.
Alto, possente, scuro come un moro, era chiuso in una tonaca di velluto blu notte alquanto sobria, in
confronto allo sfarzo delle sete traslucide e dei broccati in oro cos in voga tra i nobili veneziani. Aveva
il sorriso scanzonato di chi cerca un facile approccio parlando del pi e del meno.
"Giuliano de' Medici, siete un ragazzo imperdonabile! Avete abbandonato quatto quatto il
banchetto che il Doge ha offerto in vostro onore. In fede mia, credevo fosse per recarvi a un incontro
galante. Invece no: vi trovo qui da solo a fissare il canale, tutto immalinconito. Come mai?"
"Sentivo bisogno di un po' d'aria fresca. Fa troppo caldo in sala", rispose sul vago.
"Davvero? Non sar piuttosto che cercate di sfuggire ai tentacoli di chi vuole imbrigliarvi? Il
reverendissimo patriarca sembrava ansioso di agganciarvi. Vorr chiedervi un colloquio privato, ci
scommetterei. A nome del Santo Padre".
"Pu darsi", fece Giuliano evasivo.
"Sapete quel che si mormora in giro? Che Sisto IV freme dalla voglia di farvi sposare sua
nipote Agostina, la sorella di Girolamo Riario. Dicono pure che vostro fratello Lorenzo non  affatto
contrario a questo progetto, perch porterebbe a Firenze l'alleanza con Genova e le altre citt delle
Cinque Terre. Per voi, giovanotto, non sembrate molto entusiasta. Non avete la faccia radiosa di uno
che sta per convolare a nozze".
"Perch dovrei? Non ho mai visto quella ragazza in vita mia".
Il che non era falso; o meglio, a giudicare dal ritratto che di lei gli avevano fatto pervenire,
quell'Agostina Riario non possedeva nulla delle attrattive femminili capaci di attizzare le voglie di un
giovane maschio. Piccola, naso aquilino, persino un po' gobba. Ma certi agenti finanziari che
frequentavano la Liguria dicevano che in realt il pittore era stato magnanimo: la damigella in
questione era bassa, scura di pelle, e aveva per giunta una complessione da zappatrice. Si sarebbe detta
una contadina saracena!
Il volto disgustato di Giuliano rendeva superflue ulteriori specifiche. Compiaciuto per quella
tacita ammissione, Correr prese atto ch'era il momento di fare la sua mossa.
"Mi sono accorto che avete apprezzato mia figlia Laudomia. Sapete che vi aveva visto passare
per strada, e mi ha tormentato perch trovassi il modo di farla invitare? Credo sia gi pazza di voi. Se
ci vi aggrada, ne parler al Doge. Sappiamo tutti che un'alleanza con Venezia pu rivelarsi molto utile
alla Signoria e a vostro fratello Lorenzo. Non siete venuto qui proprio per sondare il terreno? Mia figlia
fa al caso vostro, Giuliano. Sempre che il fidanzamento tra voi e madamigella Riario non sia cosa gi
fatta, s'intende... No, non lo . O sbaglio?"
"Nulla che sia irrevocabile, Eccellenza. In realt mio fratello non vede di buon occhio un
legame tra noi Medici e Girolamo Riario. Resta pur sempre il nipote del papa,  vero: ma non gode di
buona reputazione".
A quelle parole, Marco Correr proruppe in una gran risata di pancia.
"Buona reputazione? Perdiana, quel Girolamo Riario  uno dei peggiori farabutti che io
conosca! Ci vuole solo la faccia tosta di Sisto IV, per tenerlo con s in Curia e sfoggiarlo quasi fosse un
vanto di Santa Romana Chiesa!".
Correr non esagerava. Ambizioso, arrogante, spudorato, per giunta neanche tanto intelligente,
Riario aveva quale unica dote un aspetto avvenente che gli procacciava l'amore delle donne, vedove,
nubili o sposate che fossero; e da ci una gran nomea di puttaniere che non poteva certo giovare alla
santit del signor papa zio. Nonostante tutto, Sisto IV stravedeva per lui ed era incapace di tenerlo a
freno. Assillato dal nipote, che voleva elevarsi di rango a ogni costo, il pontefice gli aveva comprato a
caro prezzo il titolo di conte; non essendo abbastanza per saziare l'avidit del giovinastro, Sisto IV si
era spinto a chiedere per lui la mano di donna Caterina Sforza, figlia naturale del duca di Milano,
arrivando addirittura a comprare la citt di Imola affinch Girolamo potesse diventarne il signore. Ma
ancora non bastava, per lui. Non bastava mai.
"Pensateci, Giuliano. E soprattutto, fate ragionare vostro fratello. A voi Medici serve prestigio,
in questo momento: per consolidare il vostro ascendente in seno alla Signoria, specie dopo che Lorenzo
 stato cos geniale da sposare una donna di casa Orsini. La vostra famiglia  assurta al rango
principesco, oramai: cosa accadr se adesso vi legate a una ragazza di oscure radici? Prima che Sisto IV
diventasse papa, quel Girolamo Riario sbarcava il lunario facendo lo scrivano. Non sarebbe un gran
parentado, vero? Noi Correr, invece, apparteniamo al pi antico e illustre patriziato veneto. Abbiamo
diversi dogi in famiglia, e molti legami che potrebbero rivelarsi utili, per voi. E infine, cosa che non
guasta, possediamo ingenti fortune".
Gli occhietti del Correr brillavano come l'oro di cui evocava il fascino. A Giuliano parve
prudente moderare la sua euforia: non voleva correre il rischio che quello si mettesse in testa strane
idee, e meno che mai pensasse di averla spuntata, prima che Lorenzo avesse preso in considerazione la
proposta.
"Magari non mi sposer mai, Eccellenza. In fondo, ci ha pensato Lorenzo a continuare la stirpe.
E la vita da scapolo non mi dispiace affatto".
Un po' deluso, Correr assunse un'espressione pungente e un tantino perfida.
"Ma non mi dite! Allora  vero quel che si mormora. Vostro fratello Lorenzo  tornato alla
carica per trovarvi un posto in Curia. Un seggio molto prestigioso, dicono. Addirittura nel Sacro
Collegio...".
Giuliano sgran gli occhi. Il sorriso fatuo solo in apparenza del Correr diceva che doveva
conoscere pi di quanto fosse prudente e opportuno.
"Non  un segreto, figliolo", disse il veneziano prevenendo ogni domanda.
E gli pass la trascrizione di una lettera che monsignor Gentile Becchi, un tempo precettore di
Lorenzo, aveva scritto un mese prima. Era una lettera riservata, ma il Doge della Serenissima aveva
amici devoti nella Curia Romana, che sbirciavano chi di dovere, per poi riferire ogni dettaglio giudicato
interessante.
Giuliano afferr il foglio con mano rabbiosa e vi pos lo sguardo. Monsignor Becchi sembrava
mosso da sincera urgenza. E il suo tono indicava allarme.
Mio caro Lorenzo,
ieri ho di nuovo ricevuto la visita del cardinale Ammannati, il quale, come sai, porta nel cuore
te e l'intera tua famiglia; in qualit di tuo precettore, ma soprattutto per l'affetto che ho per te, ritengo
che tu debba prestare al problema la massima attenzione.
L'eminentissimo padre  tornato a chiedermi se resti del parere che tuo fratello Giuliano debba
prendere i voti per poi ricevere, a tempo debito, anche la sacra porpora. Sa che tieni moltissimo a
vedere un cardinale di casa Medici nel Sacro Collegio, e questo fu a suo tempo un grandissimo
desiderio che Cosimo non pot realizzare. Ammannati non  contrario, e se vorrai accogliere i suoi
consigli, ne parler al papa.
Il primo punto sul quale devi riflettere  che Giuliano  un giovanotto alquanto impreparato in
fatto di dottrina. E di costumi assai libertini, godereccio e spendaccione. Che diventi subito cardinale
parrebbe sconveniente, dunque non  il caso di farlo assurgere sin da subito a un onore tanto alto. Non
ha nulla di un sacerdote, e nessuno dei cardinali potrebbe adattarsi a vederlo vestito di porpora e
assiso in concistoro. Bisogner istruirlo e dirozzarlo, e per far ci dovr indossare un rocchetto
ecclesiastico, e prendere gli ordini minori. Un paio d'anni come protonotaro apostolico gli
insegneranno come parlare, pensare e condursi in modo conveniente alla Curia Romana. Non occorre
che sia consacrato sacerdote, anzi al contrario  opportuno che resti chierico: perch sar pi facile,
in caso tu muoia per mano dei tuoi nemici, farlo tornare allo stato laicale affinch possa succederti
prendendo in mano le sorti della famiglia Medici.
So che le mie parole ti feriranno: ma non ho che questo mezzo, per aiutarti. Ogni giorno,
mentre mi muovo, sento serpi agguerrite che sibilano nell'ombra contro voi Medici. Vorrei fermarle,
ma non posso. Nemmeno l'Ammannati, ben pi in alto di me, pu fare nulla. In Vaticano la complicit
non  un reato, mentre l'omert  spesso ritenuta un dovere. Ti prego, allora, di non ignorare i miei avvertimenti.
Tuo devoto e affezionato. Gentile Becchi.
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Giuliano accartocci il foglio in un moto d'irritazione incontenibile. Al diavolo Lorenzo e le sue macchinazioni!
Detestava l'idea di ritrovarsi sepolto nella Curia, che fosse per il bene della Patria, la gloria
della famiglia o la prosperit del Banco dei Medici: voleva vivere la sua vita, una vita che si
annunziava splendida e piena di gioie mondane. Accarezzava il proposito di sposare una nobildonna di
qualche potente citt italiana; e Venezia era un ottimo approdo, dati i nuovi orientamenti che la politica
stava assumendo. Aveva anche molto da offrire in fatto di donne: Falier, Foscari, Gradenigo, Barbaro,
Marcello, Vendramin... E decine ancora di altre famiglie patrizie, tutte assai facoltose e con almeno
una figliola da maritare il meglio che si pu. Perci Giuliano aveva intrapreso quel viaggio in segreto
accordo con il Doge, dopo mesi di trattative condotte personalmente con la discrezione che lo
distingueva. A Lorenzo l'ipotesi di quell'unione non poteva sembrare sgradevole, visto che avrebbe
reso molto pi cordiali le relazioni diplomatiche tra Firenze e la Serenissima. Ne sembrava sedotto,
perci aveva autorizzato il viaggio di Giuliano donandogli una generosa quantit di soldi da spendere
per tenere alta la reputazione dei Medici; ma sottobanco, evidentemente, tesseva la sua tela con ben
altro disegno, s'incaponiva a volere a ogni costo un cardinale Medici usando il destino del suo unico
fratello come se fosse nulla pi che una pedina da gioco.
"Parler a Lorenzo della vostra proposta, Eccellenza", disse deciso. "Se lui  d'accordo, vostra
figlia Laudomia sar la donna pi ammirata di Firenze. E una sposa felice".
Marco Correr rise di gusto, poi gli assest una calorosa pacca su una spalla.
"Non vi chiede tanto, Giuliano! Volete diventare anche voi uno stinco di santo come vostro
fratello? Dicono che dopo le nozze con quella nobildonna romana abbia messo la testa a posto, e che
ora stia rigando dritto. Pare sia tanto ligio alla fedelt coniugale per quanto era sciupafemmine e
libertino nei suoi giorni da scapolo... Ma sar proprio vero?".
Giuliano indoss un bel sorriso di circostanza. Non era chiaro, dai modi del Correr, se
giudicasse la fedelt di Lorenzo una splendida virt o una debolezza che lo rendesse ridicolo.
"Verissimo, per quanto ne so", rispose.
"Ammirevole! Dunque  cos bella, questa Clarice Orsini?"
"La bellezza c'entra solo in parte. Mia cognata ha qualcosa di speciale nella personalit. Che
afferra e stringe forte. Non d scampo".
"Che ritratto singolare! A sentirvi, ci sarebbe da chiedersi se vostra cognata sia una maliarda o
invece una strega".
Giuliano ridacchi come la decenza imponeva. Disprezzava le vanterie, come pure coloro che
hanno la pessima abitudine di sbandierare i fatti privati, o ancor peggio, lavare in piazza i panni sporchi
di casa; ma se avesse dovuto descrivere sua cognata, avrebbe scelto esattamente quelle due parole.
Non era stato facile, all'inizio, l'esordio di Clarice a Palazzo Medici. Arrivata con molte casse
di biancheria fine e scrigni di gioielli, come s'addice alla dote di una sposa di casa Orsini, si era vista
subito portar via tutto perch gl'intendenti dei Medici dovevano esaminare, quotare e registrare ogni
sua propriet, persino le spille con cui si chiudeva le vesti. Monna Lucrezia, poi, era avvezza a fare il
buono e il cattivo tempo con mano dispotica; gestiva ogni singolo aspetto della vita familiare, e aveva
la perniciosa convinzione che fosse suo diritto, anzi addirittura un dovere, impartire ordini alla nuora
che era tenuta a obbedirle a bacchetta.
Clarice si sentiva quasi prigioniera in quella casa che traboccava di ricchezza negli arredi e
nelle suppellettili, ma quell'ostentazione era solo a beneficio del prestigio dinastico, uno specchietto
per le allodole che doveva abbagliare ambasciatori esteri e ospiti titolati sempre di passaggio fra quelle
sale: nel quotidiano i Medici facevano economia su tutto, e la vedova di Piero di Cosimo aveva a volte
una grettezza da usuraia che Clarice trovava ripugnante. Mangiava carne di vitello, per esempio,
soltanto se l'aveva in regalo da questo o quell'altro dei tenutari di poderi che volevano ottenere qualche
favore politico dal figlio; di comprarla non se ne parlava proprio. Troppo cara! Clarice stentava a
credere che Piero fosse sul serio morto di gotta; com'era mai possibile, avendo accanto quella specie di
arpia che gli razionava la carne?!
Lentamente, abilmente, Clarice aveva trovato il modo di farsi valere. Appoggiandosi a
Giuliano, spingendo Lorenzo a dare pi fiducia al fratello minore che, nonostante la giovane et, aveva
doti di accortezza e finezza politica in abbondanza.
Di ci Giuliano le era immensamente grato. Pens dunque che proprio a lei, a Clarice, poteva
chiedere aiuto per fare in modo che Lorenzo accantonasse una volta per tutte l'idea odiosa di sacrificare
il suo unico fratello alle ambizioni curiali di famiglia.
"Sposer vostra figlia", ripet convinto. "Ho tra i parenti un alleato capace di rendere pi
ragionevole Lorenzo".
A quelle parole, Correr mostr una faccia dubbiosa.
"Sempre che questo alleato non sia vostro zio Tommaso Soderini", mormor. " un uomo
impagabile: quanti possono dire di essere stati scelti ben quattro volte per la carica di Gonfaloniere?
Tutti hanno stima di lui. Viene accolto a braccia aperte in qualunque corte d'Italia. Eppure, vostro
fratello l'ha ridotto a un silenzio osservante. Dicono che Lorenzo fosse invidioso di lui".
Giuliano ingoi bile. Marco Correr non parlava a sproposito, purtroppo. Era informatissimo sui
fatti fiorentini, e aveva il dono perverso di saper rigirare con eleganza il coltello nella piaga.
Sin dalla morte di Piero il Gottoso, Lorenzo, allora poco pi che un ragazzo, era divenuto il
capofamiglia dei Medici; com'era ovvio, aveva ereditato anche il ruolo politico che fino a pochi giorni
prima era stato di suo padre. Consapevole del carico che ora gli gravava sulle spalle, si era messo al
lavoro per dare alle istituzioni di Firenze l'impronta della sua volont e una direzione pi incline alle
ambizioni dei Medici. Niente di nuovo sotto il sole: per l'aveva fatto uscendo dal seminato, violando
cio quella linea invisibile tracciata da Cosimo e da Piero, entrambi assai cauti. Cosimo sorvegliava
qualunque elezione e ne pilotava gli esiti, perch faceva in modo di contare su una vasta clientela di
sostenitori che avevano tutto l'interesse a esaudire i suoi desideri: e tuttavia erano elettori formalmente
liberi di decidere, padroni di s stessi e del voto, indipendenti. Piero si era mosso sulle orme del padre:
mai l'uno o l'altro avevano agito violando le antiche tradizioni repubblicane.
"Avete ragione, Correr", disse Giuliano mentre incassava la stoccata. "Noi dobbiamo tutto a
nostro zio Tommaso. Lorenzo  stato molto ingrato, nei suoi confronti".
Il veneziano annu con aria meditabonda. Sapeva bene che Soderini era stato intimo
collaboratore di Cosimo, e, dopo la sua scomparsa, un fedele consigliere per il figlio Piero. Non aveva
mai dato segni di cedimento nella propria lealt alla famiglia Medici. Nel cruciale momento seguito
alla morte improvvisa di Piero, radun velocemente tutti i principali partigiani medicei, li convinse a
giurare seduta stante che avrebbero dato il loro sostegno al giovane erede di soli vent'anni. Molti
avevano accettato senza conoscere Lorenzo, senza certezze circa il suo temperamento e le sue
intenzioni, confidando nel senno del Soderini che garantiva per lui, e che, com'era naturale, si sarebbe
incaricato di guidare il ragazzo chiamato prematuramente dalla vita a reggere le sorti della famiglia
Medici e della citt.
Agli occhi di tutti, Soderini perpetuava quel buongoverno garantito un tempo da Cosimo, che si
era servito della violenza e dell'esilio solo con grande moderazione, quando strettamente necessario.
Morto anche Piero, tutto ci sarebbe stato proiettato nel futuro grazie alla persona del figlio Lorenzo.
Di questo erano convinti, ma ahim: il giovane s'era lasciato guidare docilmente dalla prudenza
dell'anziano zio solo per poco. Giusto il tempo di farsi votare, di mettere piede nella Signoria e capire
come impugnare le redini del potere. Ben presto aveva cominciato a mordere il freno; incurante che il
suo comportamento potesse apparire arrogante e ingrato, aveva cominciato a contestare Soderini, a
sminuirne sistematicamente l'autorevolezza e il ruolo; infine, lo aveva messo da parte. Servendosi dei
propri amici, tutti rampolli delle famiglie pi in vista, Lorenzo era riuscito a ledere il credito di cui
Soderini godeva tra la gente. Piccole calunnie sparse qua e l, sussurri d'incerta consistenza: un lento
gioco al massacro condotto con pochi scrupoli e molta scaltrezza aveva infine stancato l'anziano
diplomatico, il quale, uomo tutto d'un pezzo, si era ritirato volontariamente. A molti ci non era
piaciuto; e si trattava di cittadini influenti.
"Vostro fratello si vanta d'aver per cos dire... raddrizzato il Soderini. Adesso il suo antico
tutore preferisce tacere, quando il nipote parla".
"Lorenzo  caparbio. Vuole sempre fare di testa sua", minimizz Giuliano.
"Lo trovate opportuno? Siete giovane, Giuliano, ma avete abbastanza senno per capire che la
politica  un gioco rischioso. Soderini vi tutelava entrambi, si faceva arbitro tra voi Medici e gli umori
delle altre grandi famiglie di Firenze. Contenendo la baldanza di vostro fratello, teneva buoni gli altri
suoi rivali. Eravate al riparo da brutte sorprese, sotto il manto protettivo del suo prestigio. E adesso,
cosa accadr?"
"Cosa dovrebbe accadere?"
"Lo sa Dio, figliolo! Ai lidi della Serenissima approdano merci, come pure molti vostri
concittadini che non trovano pi tanto salubre l'aria di Firenze. Portano voci di scontento. Sembra che
vostro fratello mantenga a Palazzo Medici un corpo diplomatico distinto da quello della Signoria, e di
gran lunga meglio informato".
"L'informazione  essenziale per gli affari. Riceviamo di continuo dispacci dai tanti agenti delle
nostre filiali sparse in tutta Europa".
"Solo dispacci d'affari?", chiese Correr ironico. "Mi risulta che gli ambasciatori di vari stati
siano ricevuti da vostro fratello per chiedere un favore o una mediazione: e lui  prodigo
nell'accontentarli, cos pu conoscere fatti importanti e riservati ancor prima che la Signoria ne abbia
notizia ufficiale. Dicono pure che se una questione riguarda Lorenzo de' Medici, allora il Consiglio dei
Cento la tratta a porte chiuse, in pratiche separate. La gran parte dei Priori deve lasciare la stanza,
mentre si discute, perch il voto sar in mano a pochi cittadini ben scelti tra gli amici della vostra
famiglia, o almeno tra chi ha fama di non esservi ostile. Dovete sapere una cosa, Giuliano, e che vi sia
di monito: fuori da Firenze  difficile, o forse impossibile, distinguere se un atto dipende dalle scelte
del governo o invece  dettato dalla volont di chi abita a Palazzo Medici!".
Mentre parlava, il tono del Correr s'era fatto di colpo vibrante e accorato, perdendo tutto
dell'iniziale gaiezza. Il veneziano sembrava tenere moltissimo a stringere un'alleanza matrimoniale con
i Medici; e a giudicare dalla sua espressione, temeva che il progetto fosse seriamente a rischio.
"Mio fratello Lorenzo ritiene che l'amore e la paura non vadano d'accordo. E tra le due,
dovendo scegliere, crede sia pi utile la paura. Meglio essere temuti che amati. Magari per voi che siete
veneziano  difficile capire: Firenze  una strana citt, dove non si possono mantenere le ricchezze
senza stare al centro delle cose politiche. Controllare la Signoria  un fatto essenziale e faticoso, ma il
gioco vale la candela. Uno scotto bisogna pur pagarlo".
Marco Correr infosc lo sguardo.
"Tutto ha un prezzo a questo mondo, lo so. Ma voi Medici dovreste fare bene i conti. Se
l'imprudenza di Lorenzo dovesse costarvi il futuro?".
Seduta ginocchioni sul letto, una bella donna dalla pelle scura guardava il giovane uomo
sdraiato accanto a lei, nudo e disarmato. Lo fissava attonita chiedendosi cosa potesse fare per aiutarlo.
Giuliano si sentiva oppresso da una sensazione letargica che non riusciva a scrollarsi di dosso; anche la
pena che covava da giorni ormai sembrava farsi indistinta, simile al profilo di un oggetto visto
attraverso una spessa cortina d'acqua.
"Mi dispiace", le disse. "Non  perch sei nera. Mi piacciono, le donne scure. Mi piacciono
tutte le donne belle, in realt.  solo che...".
Non and oltre, tanto lei sapeva benissimo quale fosse il problema. Samira, la costosa schiava
africana che il Doge Andrea Vendramin aveva munificamente messo a disposizione del suo ospite
fiorentino, aveva pelle lucente e grandi occhi da cerbiatta; ma dietro la loro dolcezza ossequiosa si
poteva intuire il guizzo di una furbizia vivace.
In virt di quella dote, e anche alla luce della sua lunga esperienza in fatto di uomini, non
faticava a immaginare quali fossero gli impedimenti che avevano trascinato quel ragazzo bello, forte e
sano, lungo il crinale della sconfitta.
"Sei giovane, signore, ma hai tante responsabilit", gli disse in tono comprensivo.
Aveva un timbro di voce suadente, basso e caldo, che ricordava quello flautato di certi
strumenti orientali. L'ideale per mettere a suo agio un uomo fragile e insicuro.
"Forse hai ragione tu, Samira. I negoziati con la Serenissima sono andati bene, tant' vero che il
Doge ti ha data a me".
"Allora perch sei triste? C' una donna nel tuo cuore?".
Giuliano si alz con gesto brusco. Troppo, per non tradire l'intensa prostrazione che provava. Si
diresse alle finestra e poggi le mani sul davanzale, offrendo alla schiava la visione della sua schiena
nuda e indifesa, piegata dallo sconforto. Era un bell'uomo di statura media e buone proporzioni, bruno,
con un volto dai tratti volitivi ma addolciti dal carattere gaio e incline ai divertimenti. Il suo corpo era
scolpito come quello di un antico atleta dai continui, intensi allenamenti che faceva per gareggiare nelle
giostre, che fossero organizzate dai Medici o su invito di qualche altro signore; aveva tutto ci che un
giovane uomo poteva desiderare, eppure in quel momento sembrava un vinto.
Non poteva togliersi dalla testa la sua immagine. Il verde del giardino sottostante gli riportava
alla memoria la freschezza di quegli occhi, i fiori ne evocavano il profumo della pelle, cos dolce e
rapinoso da togliere il senno. Simonetta Vespucci, la sua ossessione.
"S, c' una donna", mormor. "Non riesco a dimenticarla. Ha lasciato in me una ferita che
brucia come il fuoco. Mi porter questo dolore nella tomba".
"L'hanno fatta sposare?"
"No. Era gi la moglie di un altro, quando l'ho incontrata".
"Il marito l'ha portata via da te, quando vi ha scoperti?".
Giuliano si volt a guardarla per un attimo, e la schiava si accorse che aveva gli occhi inumiditi
di un rimpianto che nulla poteva estinguere.
"Mi  stata sottratta da qualcuno ben pi forte del marito, Samira. La morte".
"Mi dispiace, signore. Quando  successo?"
" passato pi di un anno".
"E ancora soffri cos tanto per lei... Dovresti sposarti, signore. Prendere una moglie e avere dei
figli. Sei giovane. Devi trovare consolazione, continuare a vivere".
Giuliano raddrizz la schiena, poi la raggiunse sedendo sul letto. Le fece una tenera carezza.
"Sei mai stata innamorata, tu?".
La ragazza rovesci indietro la bella testa regale scuotendo una cascata di riccioli neri. Sul suo
volto scuro come la notte scintill un candido sorriso.
"Certo", soggiunse. "Mi innamoro ogni volta. Anche di te, signore, sono molto innamorata".
Ci guadagn un pizzicotto affettuoso sul braccio.
"Tu sei molto sveglia, Samira. Che vuol dire, il tuo nome?"
"Significa "donna di piacevole compagnia"".
"Mai un nome fu assegnato con maggior oculatezza! Sei troppo intelligente per essere una
schiava. Se vuoi, posso chiederti in dono al Doge. Ti condurr con me".
Lei socchiuse lentamente le palpebre, svelando ciglia lunghissime e sorprendentemente belle.
"Mi porterai a Firenze, signore?"
"Certo. Ti troverai bene".
La sicurezza con cui aveva pronunciato quella promessa era tale da non far dubitare sulla
genuinit delle intenzioni, comunque lei raccolse le gambe tra le braccia e gli gett uno sguardo
sornione.
"Mi piacerebbe vedere Firenze", gli disse. "Mi piacerebbe venire con te. Solo che tu non hai
nessuna voglia di tornare alla tua citt, messer Giuliano de' Medici".
Punto sul vivo da quell'osservazione che pareva sbirciare non autorizzata nel fondo buio della
sua coscienza, lui appallottol il cuscino sotto la testa.
"Ah s? E cosa mai te lo fa credere?", le chiese.
Serissima, lei affond in quello sguardo di giovane uomo l'ossidiana tagliente dei suoi occhi.
"Il tuo cuore schiuma rabbia, signore", mormor piano, come un medico coscienzioso. "E
rigurgita dolore.  qui a Venezia che vorresti stare, non a Firenze".
Giuliano s'innervos.
"Buona, questa! Sei pure un'indovina, per caso?".
Samira non si fece scoraggiare da quel timbro affilato della voce.
"Mio padre era mganga, uno sciamano. E tra tutti i figli scelse me perch diventassi il suo
mdundami. L'apprendista".
Colpito, lui si rizz sui gomiti.
"E con questo?", chiese con aria annoiata. Per si capiva che era molto interessato alla
faccenda.
"Mio padre era mganga wa fikira. Curatore con il pensiero. Perci posso leggere nella tua testa.
Ti ho sentito parlare con Marco Correr, mentre eravate in giardino. Nella tua voce, la rabbia ribolliva
come la lava di un vulcano pronto a esplodere".
Vinte le sue ripulse, lui si decise a calare la maschera.
"Va bene. Lo ammetto. Ho grosse questioni in sospeso con mio fratello. E ti giuro, muoio dalla
voglia di regolare i conti!".
"Cosa ti ha fatto?".
Giuliano sbuff, aveva un dannato bisogno di sdrammatizzare la sua pena ma anche di
confidarsi con qualcuno che non potesse interferire nei suoi guai privati.
"Sono la pedina dei suoi giochi politici", disse rabbuiato. "E lo fa di nascosto, dannazione! Se
almeno mi tenesse al corrente, se mi rendesse partecipe dei suoi piani... Sono solo uno stupido
fantoccio che si crede in diritto di usare come vuole!".
La schiava sorrise in silenzio. Aveva un cuore troppo grande per togliersi lo sfizio di rimarcare
la propria superiorit, rivelando che l'aveva capito subito. E non era per sfoderare l'orgoglio che un
giorno suo padre, prima che la rapissero e la vendessero ai mercanti veneziani, le aveva aperto gli occhi
mostrandole la luce degli spiriti ancestrali. Samira era un guaritore, e ci implicava precise
responsabilit dinanzi agli uomini e al Sommo Creatore dell'universo, da cui proviene ogni dono.
"Posso vedere il tuo futuro, signore".
"Davvero?"
"C' qualcosa intorno a te", disse convinta. "Io lo sento. Ho imparato a vedere ci che sar
attraverso i miei ishirini".
"Cio?"
"Sono piccoli cubi d'avorio simili ai dadi da gioco. Venti in tutto. Su ogni faccia c' un segno".
"E vorresti usarli su di me?".
Il tono burlesco di Giuliano non scalfiva la gravit cui era improntato lo sguardo della schiava.
Esit un attimo appena, poi si alz e port sul letto un sacchettino di seta nera. Apr il cordoncino e
lasci che lui li vedesse.
"Permettimi di farlo, signore. Gli uomini sono perversi. Potrebbero farti diventare pazzo usando
un'erba malefica, per esempio".
"Non conosco nessuno che possa volere la mia pazzia, Samira".
"Possono fare di peggio. So che alcuni prendono un pollo e lo sgozzano sul lyang'ombe".
"Cos'?"
"Un feticcio fatto come un bracciale. E dopo pregano cos: "Io verso il sangue, che quell'uomo
l sia consumato; mentre si assorbe il sangue del pollo che il suo sangue venga risucchiato". Io posso
salvare queste persone. Per rovesciare la cosa, io chiedo di portare un pollo, e preparo una medicina".
"Prepari un farmaco?"
" fatta da rametti di legno tenuti assieme da un anello di ferro. Bisogna sgozzare il pollo in
modo che la medicina ne beva il sangue, poi bollire il sangue con la medicina. Quando il malato la
beve, quella maledizione smette di risucchiare la vita dal suo corpo".
Giuliano storse la bocca con disgusto.
"Non far nulla del genere! Ma ti permetto di leggermi il futuro con quegli strani aggeggi, se ci
tieni tanto".
Senza frapporre indugi, Samira salt gi dal letto e tir le tende s che la stanza finisse per
restare isolata dal giorno, avvolta in una quieta ed estatica penombra. Accese tre lucerne, e nella quarta
mise a bruciare granelli d'incenso. Seduta sui talloni, cos di profilo, sembrava evocare il carisma di
un'antica sacerdotessa etiope che officiasse il rito di Iside nell'Egitto dei faraoni.
Strinse tra le mani il sacchetto di seta e lo scroll a lungo rimestando i pezzi, mentre recitava
sommessamente una litania dal senso incomprensibile. Poi lev un grido che fece sobbalzare Giuliano,
che scatt a sedere sul letto, ma si accorse che quell'urlo non era di dolore.
"Kuluka nijani", mormor lei. "Vuol dire "attraversare la strada". Qualcuno sembra di
passaggio nella tua vita, un incontro occasionale e tuttavia importante".
"Chi ?"
"Una donna, signore. Lei ti segner".
"Che vuoi dire?"
"Ku-zinga", disse ancora Samira. ""Circondare". La donna che incontrerai ti avvolger, e
intrigher la tua anima come mai  accaduto prima".
"Non lo so", fece lui mesto. "Per mi piacerebbe. Vorrei avere una famiglia, un giorno.
Cos'altro vedi?".
Gli occhi della schiava vacillarono sul muto decreto dinanzi a lei.
"Allora?", la incalz lui.
"Kutega", disse desolata. ""Intrappolare". Il legame con la donna misteriosa pu costarti caro: i
nemici si unirebbero a tuo danno".
Lo guardava quasi inorridita, e i suoi occhi si fecero immensi, dilatati sull'atrocit di quanto
credevano di vedere.
"Va bene, mi terr alla larga dalle donne", le rispose in tono di scanzonata sufficienza.
Samira non gli credette nemmeno un istante. Salt in piedi, apr uno stipo e consegn a
Giuliano un piccolo fascio di rametti di legno tenuti insieme da un anello di ferro.
Lyang'ombe.
La magica medicina capace di stornare la catastrofe che incombeva su di lui.
...
.
...
2.
...
.
...
Oro, incenso, mirra. Porpora, scarlatto e lapislazzulo. Quali materiali inestimabili non aveva
profuso, mastro Botticelli, per dipingere l'Adorazione dei Magi?
Appena rientrato a Firenze, prima ancora di farsi vedere a casa, Giuliano aveva sentito un
bisogno insopprimibile di entrare in Santa Maria del Fiore. E ora se ne stava l in piedi, attonito, nella
cappella funebre di Gaspare di Zanobi del Lama, contemplandone la pala d'altare. Non poteva staccare
lo sguardo dal dipinto.
Al centro compariva Lorenzo, capofamiglia dei Medici, ritratto nei panni di re Melchiorre;
olimpico nel suo sorriso e pi bello del vero, perch teneva molto all'idea che di s avrebbe lasciato ai
posteri. Sfoggiava un cappello a punta, ma soprattutto un manto purpureo. La porpora degli
imperatori... Botticelli aveva scelto una tonalit chiara e poco satura, sperando che la cosa passasse
quasi inosservata; ma chi era tanto sciocco da non notarlo? Lorenzo dei Medici abbigliato come uno
degli antichi Cesari!
Il pittore forse ne provava vergogna, ma era difficile che avesse avuto scelta; anche Giuliano,
del resto, pareva a disagio per tanto sfacciata esaltazione della sua famiglia: o almeno cos sembrava
dall'espressione compunta, di vago imbarazzo, che lo eternava nella figura di un giovane principe
collocato in prima fila, a sinistra, abbigliato in una giornea di seta scarlatta senza prezzo. Dritto,
asciutto, sottile, il profilo nobilissimo, altero, naso appena adunco e mento prominente, come se avesse
in spregio il mondo intero. Se ne stava l, sul margine sinistro di quel magico dipinto, gli occhi
socchiusi o diretti a terra, come assorto. Poggiato a una lunga spada, sottile e flessibile, altera almeno
quanto lui. Non era stato ruffiano, il Botticelli, abbellendo la sua immagine oltre i doni concessi da
madre Natura. E meno che mai aveva dovuto ingegnarsi per donare splendore alla Santa Vergine
ritratta al centro del dipinto. Simonetta, la dea immortale che aveva lasciato tutta Firenze in lacrime,
sorrideva con il suo volto casto e sensuale al tempo stesso, felice in quell'abbraccio sacro che offriva al
mondo il Figlio di Dio. Nella Santa Vergine era stata ritratta monna Vespucci con un realismo caldo, carnale, scandaloso.
Giuliano aveva lo sguardo lucido di struggimento, smarrito nel volto del suo grande amore
perduto. Ormai si sentiva come un povero pellegrino che vaga di santuario in santuario cercando
salvezza per la propria anima: l'unica cosa che gli desse sollievo era l'idea di visitare tutte le chiese
della citt ove ci fosse un ritratto della sua dea, cercandola con l'anima in tormento, assetato della sua
immagine. Aveva escogitato pretesti ingegnosi per farsi ricevere in quelle case private dove, diceva il
Botticelli, certi uomini facoltosi avevano chiesto di avere il ritratto della Vespucci. Solo in casa del
marito Marco, non avrebbe osato mettere piede; c'era il rischio che si beccasse una coltellata in pieno
ventre da quell'uomo che aveva ogni ragione per sentirsi pubblicamente oltraggiato.
Cosa doveva fare, del resto, visto che la ferita era insanabile e nulla sembrava in grado di
guarirla? Atroce dilemma: andare a Roma, e cercare di trovare uno scopo alla propria esistenza
servendo Dio in abiti da prete, oppure invece recarsi a Venezia, formare una famiglia con Laudomia
Correr, nella speranza che un giorno, circondato dalla gioia di molti figli, avrebbe forse trovato sollievo
dal dolore per Simonetta? Non lo sapeva. Nessuna delle due prospettive gli sembrava attraente.
Accanto a lui, l'amico Braccio Martelli era preoccupato che i fedeli circolanti nella chiesa,
accortisi dell'ossessione di Giuliano, potessero spettegolare ulteriormente circa lo scabroso argomento
di cui ogni fiorentino in realt sapeva. Nei loro occhi curiosi si leggeva pena, solidariet, avidit, e il
gusto perverso di captare le debolezze altrui. Il cadetto di casa Medici stava davvero dando nell'occhio,
cos l'amico cercava in qualche modo di distogliere l'attenzione morbosa dei presenti.
"Il Botticelli ha esagerato", disse ad alta voce. "Qualcuno mormora che  un'indecenza. I
Medici hanno passato il segno, tanto che in tutta la citt non  possibile ammirare un bel dipinto senza
dover vedere le loro facce ritratte in questo o quel santo!".
"Pu darsi", mormor Giuliano distratto e un tantino beffardo. "Ma non c' nulla di male. Non
siamo forse santi, noialtri di casa Medici?".
Qualcuno degli estranei che gravitavano nella cappella ridacchi in modo discreto, facendo
capire di aver colto il dialogo. La battuta in effetti non mancava di arguzia, visto che tanti fiorentini,
per ottenere grazie, favori e benefici, scrivevano suppliche a Lorenzo o a sua madre proprio come si
usa scriverle al papa, e in quelle lettere imploravano la loro intercessione presso la Signoria con parole
di preghiera degne di Dio, della Madonna e dei pi potenti patroni celesti.
"Avere un Medici per amico  come avere un santo in Paradiso", ironizz Martelli. "Del resto,
non siete l'unica famiglia che indulge in certe vanit. Anche gli Strozzi, ai loro tempi, si comportarono
proprio cos. La stupenda Adorazione dei Magi di mastro Gentile da Fabriano non era forse lo
stendardo della loro gloria dinastica? Non si vedono forse eternate dalla mano del genio le facce di
Palla, degli Albizi, di tutti i loro seguaci e accoliti vari?".
"Hai ragione, Braccio: questo dipinto deve stare nel Duomo, proprio come la pala che celebra la
gloria degli Strozzi. Chieder il favore di spostarlo. Fra tutti i lavori di Botticelli,  quello che amo di
pi. Lei pos per l'ultima volta, prima che...".
Passi lenti si avvicinarono alle loro spalle. La cadenza solenne e il lieve ticchettio di una punta
di legno sui marmi del pavimento annunciavano l'arrivo di un uomo anziano poggiato a un bastone.
Una voce compassata salut Giuliano, che si volt e rispose con garbo al saluto; ma era
decisamente qualcuno che non gradiva vedere, in quel momento.
Braccio Martelli inchin la testa e si defil all'istante, come tutti gli altri presenti nella cappella.
"Mai che il Botticelli sbagli un colpo. Vero?"
"Questo  ovvio, ser Jacopo. State parlando del pi bravo pittore che Firenze abbia avuto mai".
Gli occhietti di Jacopo de' Pazzi si strinsero come fessure e presero una luce insinuante.
"Io mi riferivo alla sua furbizia, non al suo talento per l'arte", soggiunse. "Riesce sempre a
tessere per voi Medici lodi sperticate in qualunque cosa faccia. Come questo dipinto, per esempio.
Pagato da qualcun altro, eppure celebra la vostra gloria!".
Giuliano decise di rispondergli a tono, ma con misurata cortesia: il tono di Jacopo de' Pazzi non
era malevolo. Ammoniva, pi che minacciare.
"Io vedo ritratto anche voi, ser Jacopo. Non siete forse il bel vecchio vestito d'azzurro che si
tiene il risvolto del mantello in spalla, l sulla destra?".
Compiaciuto, Pazzi fece un cenno d'assenso.
"Pu darsi. C' anche mio nipote Franceschino, se  per questo", aggiunse. "Ma compariamo
quasi di sfuggita, in posizioni defilate e secondarie. Diciamo pure che Botticelli ha concesso a noi Pazzi
diritto di cittadinanza nella sua opera solo perch ci vede come parte della famiglia Medici grazie alle
nozze tra mio nipote Guglielmo e vostra sorella Bianca".
Lo aveva detto in un tono molto incongruo, in bilico tra orgoglio e irritazione. Jacopo aveva
dato il proprio consenso, quando, molti anni prima, Piero de' Medici aveva prospettato quell'unione
destinata a fondere il sangue delle due case pi illustri e potenti della citt; ma le cose erano molto
cambiate, da allora. Con uno come Piero al timone nella nave dei Medici, ci si sarebbe sempre intesi.
Lorenzo era un uomo di tutt'altra pasta.
"Come mai ammirate questo dipinto con tanto trasporto, Giuliano de' Medici?"
"Forse perch voi indugiate in domande futili, invece di dirmi subito ci che avete intenzione di
dirmi", gli fece eco lui.
Jacopo de' Pazzi prese un lungo respiro. Sembrava un veterano nell'imminenza di una battaglia campale.
"Corre voce che vostro fratello voglia offrire un'altra giostra, Giuliano".
"Bont sua! I fiorentini gliene saranno molto grati".
"Fin troppo grati, ragazzo mio. Non pigliamoci in giro: io ho i capelli bianchi, e voi, bench
giovane, siete tutt'altro che sciocco. Gli spettacoli che vostro fratello offre al popolo altro non sono se
non modi per stringere Firenze in un pugno di ferro. C' sempre una precisa strategia di dominio, in
tutto quel che fa. O volete negarlo?".
Giuliano non si sognava di replicare, e meno che mai di sconfessare il patriarca della famiglia
rivale; non era scostumato fino a quel punto. Ricordava l'ultimo evento del genere, nella primavera di
tre anni prima. Che pandemonio aveva messo in piedi Lorenzo, per quella grande sceneggiata cortese!
Prima ancora che un grande spettacolo di guerrieri a cavallo, la giostra era concepita per
celebrare l'alleanza con Venezia che la Signoria aveva stipulato nel novembre precedente, quando
Lorenzo s'era accorto di ritrovarsi pericolosamente isolato; allora aveva cercato alleati laddove per
tradizione non ne aveva avuti mai. Poteva gareggiare egli stesso, ma essendo un uomo sposato gi
padre di figli, gli era sembrato pi opportuno che fosse Giuliano a combattere tra quei giovani
ardimentosi tenendo alto il nome dei Medici. E forse voleva dare al fratello minore una specie di
contentino per ripagarlo della sua fedele, pedissequa obbedienza.
Giuliano non era mai emerso sulla scena pubblica di Firenze, era sempre rimasto eterna spalla e
perenne strumento nelle mani del suo onnipotente fratello; accadeva a volte che Lorenzo gli lasciasse
un po' di autonomia, per poi decidere in modo opposto a quel che Giuliano aveva stabilito: ci lo
frustrava, lo gettava in un doloroso imbarazzo. Con Sagramoro s'era confidato, una volta, rivelando che
Lorenzo lo faceva sentire un inetto, il giovane pi infelice della terra.
Eppure, nella grande giostra della primavera 1475 Giuliano era stato il protagonista assoluto. Il
trionfatore, l'orgoglio di Firenze dinanzi ai signori d'Italia. Forse Lorenzo voleva dire a tutti che
Giuliano, bench giovane, era perfettamente in grado di prendere il suo posto se per caso lui fosse
venuto a mancare? Stava forse additando il fratello minore come un altro futuro "Magnifico"? In molti lo avevano creduto.
I preparativi condotti per quasi un anno, del resto, autorizzavano tale congettura. Lorenzo aveva
scomodato le principali corti d'Italia perch i potenti fossero coinvolti in un modo o nell'altro
nell'evento memorabile che vedeva lui quale coreografo e stratega. Esattamente come nella primavera
del 1469, quando Piero de' Medici aveva organizzato la giostra che doveva esaltare la bravura e la
genialit del suo primogenito. I signori avevano fatto a gara tra loro per inviare i migliori cavalieri, i
destrieri, le armature pi costose dai dettagli cesellati in oro zecchino; tanto calorosa adesione doveva
mostrare ai fiorentini che i Medici trovavano aiuto e alleati ovunque, e non era opportuno, per il bene
della pace civile, mettersi apertamente contro di loro. Oltraggiare gli onnipotenti banchieri che
prestavano denaro persino al papa significava inimicarsi il duca di Milano, il re di Napoli, Federico da
Montefeltro, finanche re Luigi XI di Francia. Cosimo era stato il primo a dare certi segnali: non appena
qualcuno tentava di estrometterlo dal maneggio del potere, ecco che si vedevano giungere alle porte
della citt le truppe minacciose guidate da Francesco Sforza.
L'ultima volta, per, i signori d'Italia non erano parsi tanto ansiosi di accorrere all'invito di
Lorenzo il Magnifico. Giuliano aveva sbirciato nel fitto carteggio che suo fratello aveva intrattenuto
con loro proprio per dare alla giostra il maggior fasto possibile: e in quelle lettere, in certe frasi quasi
dette di traverso, gli era parso di percepire l'eco di ostilit nascoste, reticenze e disagio come sussurrati
a fior di labbra. In particolare lo aveva colpito la nebulosa trattativa fra Lorenzo e Federico da
Montefeltro per avere in prestito Baiardo, il destriero che Giuliano avrebbe dovuto montare nella giostra.
Federico giurava che avrebbe inviato quella magnifica bestia, alla quale teneva pi che a ogni
altra; e tuttavia, solo pochi giorni prima della giostra, era arrivato in citt un ronzino debole e smagrito
che pareva inadatto persino per il macello. Il sensale del Montefeltro, interpellato sull'equivoco, si era
profuso in scuse: uno stalliere maldestro aveva spedito il cavallo sbagliato! La bestia era stata sostituita
con un altro destriero, perch non c'era tempo per farsi inviare da Urbino quello giusto.
Quale sgomento, il giorno della giostra! Lo stupendo Baiardo dal manto nero come la notte era
davvero arrivato a Firenze, per lo montava un uomo di casa Pazzi! N Lorenzo n sua madre Lucrezia
sapevano spiegarsi quella paradossale situazione: c'era stato un errore, o forse Montefeltro voleva espressamente far loro un pubblico sgarbo?
Giuliano si era guardato dal palesare la propria impressione; se Federico da Montefeltro, che era
il padrino di battesimo di Lorenzo, era arrivato al punto da concepire quel tiro mancino, doveva esserci sotto qualcosa di losco.
Persino Galeazzo Sforza si era mostrato svogliato e avaro, in quell'occasione, inviando a
Firenze solo un gruppuscolo di trombettieri; per giunta s'erano attardati durante il viaggio, arrivando in
citt solo a giostra ormai finita. Signorilmente, Giuliano aveva fatto buon viso a cattivo gioco, si era
battuto con onore e vigore, e aveva stravinto. Quel giorno, nonostante boicottaggi e difficolt, Giuliano
moriva dalla voglia di eclissare la gloria cavalleresca conseguita dal fratello sei anni prima; in fondo,
quella era la sua prima, grande occasione.
Montava un cavallo di nome Orso, "leardo" perch pezzato di nero e di bianco, offerto in
prestito dal re di Napoli: almeno re Ferrante non aveva smentito il suo affetto per Lorenzo!
Per amore di Simonetta, Giuliano aveva dato sfoggio d'incredibile ardimento. E per la gloria dei
Medici, una straordinaria profusione di perle e di pietre preziose era stata cucita sugli abiti e sulla
bardatura del giovane giostrante: ma durante lo scontro si scucirono e rotolarono in terra, senza che
nessuno di casa Medici si curasse di recuperarle. Guai, aveva detto Lorenzo: che il popolo si nutra pure
di ci che avanza ai suoi signori!
Ci era parso di pessimo auspicio. Perch la perla non  come le gemme, che sono legate al
cielo di cui catturano le virt, e alla terra che ne custodisce, celandolo, il bagliore. La perla viene
dall'acqua e dalla luna, e secondo qualcuno possiede un arcano rapporto con le lacrime.
La gente se ne ricord quando, solo un anno dopo quella festa, madonna Simonetta Vespucci,
alla quale la splendida vittoria era dedicata, mor all'improvviso gettando la citt nello sconforto. Il
ricordo di quei giorni scavava ancora un solco di dolore sul volto di Giuliano. E Jacopo de Pazzi lo
intu, e ne ebbe compassione. Il cadetto di casa Medici non era mai stato un suo avversario, in fondo.
"La gente parla a sproposito", mormor. "Simonetta non  caduta dalle scale spinta dal marito.
Marco adorava sua moglie. Le perdonava le infedelt, essendo di vent'anni pi vecchio di lei. Ma non
tutti sono cos generosi. Dovresti dirlo a tuo fratello".
Jacopo aveva messo da parte le formalit. Era diretto, gli dava del tu.
"Cosa volete insinuare, ser Jacopo?"
"Fossi in te, Giuliano, direi a Lorenzo di non montare un altro dei suoi mirabolanti spettacoli. I
fiorentini non potrebbero tollerare l'ennesima prova di forza da parte sua. Sospettano che li paghi con
denaro pubblico, per giunta. Visti i recenti tracolli del Banco Medici,  una congettura plausibile".
Punto sul vivo, Giuliano si risent. "Voi cosa potete saperne?"
"Ho le mie fonti, ragazzo".
"Fonti papaline?", lo stuzzic.
"Anche. Ma non mi piace quel tono d'accusa che straripa dalla tua bocca. Noi Pazzi siamo
diventati banchieri del papa mentre prima lo eravate voi,  vero: ma solo perch Lorenzo  stato cos
stolto da irritare Sisto IV".
"Un errore di cui avete subito approfittato. Vi siete gettati sull'affare come sciacalli!".
"Abbiamo i nostri informatori nella Curia", ammise Pazzi.
"So benissimo com' andata: quel serpente a sonagli di Francesco Salviati ha sobillato il papa
mettendolo contro di noi. Per favorire voialtri, che siete suoi parenti".
"E se anche fosse? Salviati  un uomo di qualit, e voi Medici avete commesso il fatale errore
di affossarlo ingiustamente per innalzare i vostri insulsi tirapiedi privi di talento. Non  strano, se oggi
vi porta rancore. Vuole favorire noialtri, che siamo suoi parenti e lo abbiamo sempre stimato".
"Non la fate cos semplice, ser Jacopo. L'anima di Salviati  nera come l'inferno. Cerc di
uccidere mio fratello mentre era a Roma, anni fa. Ha cospirato biecamente contro di lui, e Lorenzo si 
salvato per un soffio!".
Un silenzio glaciale segu all'invettiva.
"Per un soffio, appunto", disse l'anziano patriarca, lugubre. "Ma in futuro potrebbe non
salvarsi. Allora saresti tu, il capo della famiglia Medici e del Banco. La Signoria avrebbe una nuova
guida. Un uomo pi ragionevole. Pi moderato".
"La politica non fa per me".
"Ne sei convinto, Giuliano? Ho conosciuto bene tuo nonno. Ho lavorato per anni al suo fianco.
Era scaltro come pochi al mondo, ma anche prudente. Non avrebbe mai commesso gli errori di tuo
fratello. Perci credimi, ragazzo: non  Lorenzo, il vero erede di Cosimo. Sei tu!".
Giuliano sobbalz.
"Che volete dire?!".
Jacopo non rispose; voltatosi, se ne and com'era venuto.
...
.
...
3.
...
.
...
La luce dell'alba planava lentamente sul giardino, soffusa di colori fiabeschi.
Un alito fresco di vento spandeva nell'aria il profumo dolceamaro dei melangoli nell'agrumeto,
orgogliosi delle loro scure chiome, sempreverdi come una promessa d'immortalit. Chiuso da mura,
bordato da spalliere di fiori rampicanti, attrezzato con grate e recinti incannucciati perch le bestie
selvatiche non potessero aggredire i delicati ortaggi dei coltivi, il verziere del pittore Scheggia di
Giovanni aveva la grazia che s'addice a un palazzo principesco, pur nelle sue modeste dimensioni.
Degno, senza dubbio, di figurare nei dipinti del fratello Masaccio.
Giuliano s'inoltr guardingo attraverso le file del piccolo vigneto reso scarno dai rigori
dell'inverno. Scrutava con occhio inquieto il virare della luce dall'azzurro al chiaro, segno che il giorno
avanzava, e con esso, sentiva l'urgenza di lasciare quella casa. Lo rincorreva una ragazza discinta, il
corpo avvolto in un mantello gettato addosso d'impeto, guance ancora rosse di piacere e di calore.
"Aspetta!", gridava.
Giuliano non le bad. Troppa era la fretta di lasciare quello spazio privato dove s'era infilato
clandestino come un ladro, per rubare una notte d'amore cui non aveva diritto. Presto Firenze si
sarebbe destata nello scampanio festoso che annunciava l'Epifania di Nostro Signore. L'intera citt
avrebbe sfilato superba nel grande corteo chiamato da tutti Cavalcata dei Magi: e i Medici, eminenti
sopra chiunque altro a Firenze, come ogni anno vi sarebbero apparsi sfilando nei panni dei tre santi
sovrani.
"Giuliano!", lo chiam accorata.
Allora lui si volt. Nel chiarore sempre pi vivo, era come se la vedesse per la prima volta.
L'aveva incontrata a una festa in casa dei Rucellai. Flora era il suo nome; ma per la grazia minuta del
suo scarno esserino, tutti la chiamavano Fioretta.
Era l quella sera, in quella grande sala, creatura dimessa contro il muro tra le figure dei
personaggi che popolavano un arazzo: cos immota da sembrare una di loro. In lutto per un vecchio zio,
priva di trucco, triste come un'antica urna votiva. Vestita di grigio, un viso senza grazia, e tuttavia cos
magnetico che lui, suo malgrado, non aveva smesso di guardarla per l'intera serata. Del resto, ogni
volta che Giuliano voltava la testa, era la ragazza a fissare su di lui il suo sguardo febbrile.
Magra. Quel seno piatto non era fatto per risvegliare i sensi maschili. Bruna. Il tono corvino dei
capelli accentuava il pallore dell'incarnato facendolo apparire esangue. E tuttavia c'era in lei qualcosa
di attraente, qualcosa di torbido e vagamente morboso, che la rendeva unica agli occhi di Giuliano.
Cosa mai gli era piaciuto, in quella fragile creatura? Cosa lo aveva spinto a pensarla, seguirla,
circuirla, stringere rapporti con il pittore suo padre, arrivando a commissionargli dipinti per Palazzo
Medici, pur di sedurla, di farne la sua amante?
Non lo sapeva.
Forse l'umilt esagerata che c'era in lei. I suoi occhi cerchiati, quel modo di muoversi senza far
rumore, senza quasi sfiorare le cose, quel suo fremere d'inquietudine a ogni parola ricordavano una
serva di padroni ingiusti abituata a subire qualunque durezza. Sotto quell'apparenza si percepivano
per come dei sussulti d'orgoglio, una vitalit e una forza dirompente che lei cercava di non far
trapelare. Fra le sue braccia, dentro il suo letto, Giuliano aveva trovato un angolo di pace dall'angoscia
che stava erodendo la sua giovinezza.
La morte di Simonetta Vespucci, la sua dea. Per mesi aveva vagato nelle tenebre come un
insensato, ubriacandosi, rischiando la pelle in volgari risse da taverna, ragionando cosa fare di s stesso
ormai che tutto era perduto.
Poi, all'improvviso, quella festa in casa dei Rucellai. Quegli occhi cerchiati carichi di un'umilt
esagerata fissi su di lui, che lo compativano, e forse, in un certo modo lo schernivano pure.
Perch un uomo giovane, bello, brillante, ricchissimo, sta soffrendo come un cane per la morte
della sua amante, quando pu avere ai suoi piedi tutte le donne che vuole? Questo si chiedevano gli
occhi neri di Fioretta; e lui, guardandoli, da quella domanda era stato avvinto, invischiato, stregato. Lei
non era il futuro, non era l'amore di una vita, ma aveva ricevuto dagli dei un dono misterioso: teneva
lontana la morte.
"Giuliano!", chiam lei per la terza volta.
Ormai lo aveva raggiunto. Fermo dietro la porta del giardino, lui si accertava che la strada fosse
libera dalla presenza di passanti importuni, preoccupato che qualcuno lo vedesse l. Cos lei pot
strappargli un ultimo bacio.
"C' una cosa che devo dirti", gli sussurr.
"Non ora, Fioretta. Il giorno incalza, devo sparire da qui".
" importante. Riguarda noi due".
"Pu attendere, in ogni caso".
"Ti prego!".
"Devo andare".
"Quando ti rivedr?"
"Non lo so. Forse presto".
"Quando?", insist lei.
"Domani", promise Giuliano.
Poi infil la strada e procedette a passo spedito verso casa sua, senza voltarsi indietro. Era quasi
arrivato in Via Larga, quando a un crocicchio venne abbordato da un anziano Priore che passeggiava
per le strade della citt di buon mattino. Il vecchio lo salut gettandogli addosso uno sguardo complice
e un po' invidioso: ah, i giovani, che se ne vanno in giro nottetempo in cerca di avventure!
"Buon giorno, ser Medici".
"Buon giorno, Griselli".
"Ho saputo che il vostro pittore preferito ha ricominciato a praticare l'arte. Ne sono felice!".
Giuliano stentava a seguirlo.
"Di chi parlate, messere?"
"Ma del figlio di Mariano Filipepi, s'intende".
"Il Botticelli?"
"Lo chiamano tutti cos. Ma io, che ho conosciuto anche il nonno Vanni, pace all'anima sua, vi
assicuro che non ne sarebbe contento".
"Il Botticelli ha ripreso a dipingere?", chiese Giuliano, stordito da quella novit.
"Non lo sapevate? Io credevo che il Sandro fosse uno di casa, per voi Medici".
"Certo. Lo era... Ma non capisco! Aveva spezzato tutti i suoi pennelli, due anni fa. Aveva
giurato di non dipingere mai pi, quando...".
Non termin la frase perch un sussulto d'angoscia gli spezz la voce. Il vecchio lo soccorse.
"Quando mor la bella Simonetta ch'era la sua ispirazione, volete dire? Mi ricordo quel giorno.
Che disgrazia, per tutta la citt... Cos ha voluto il Signore. Ora comunque Sandro s' ripreso. Ha
ricominciato a dipingere".
"Senza la sua musa?".
Il vecchio fece spallucce.
"Magari ne ha trovata un'altra", disse in tono fatalista.
Poi si dilegu lungo la strada deserta, lento e oscillante sui suoi passi come uno spettro
evanescente.
Volutt, Castit e Bellezza: le tre Grazie danzano sull'erba di un prato che la primavera
nascente riscalda di sole e di fiori nuovi. Danzano a passo doppio un ritmo gioioso, mentre le mani
s'intrecciano tra loro in sensuali carezze. Tra il profumo dolcissimo di aranci in fiore, Zefiro
infiammato di passione scende a rapire la bella ninfa Cloris, e con lei si congiunge in un fecondo
amplesso dal quale nasce Flora, che spande nel mondo la felicit di nuova vita. Al centro, Venere svetta
nella gloria della sua bellezza inalterabile, e benedice gli uomini e la natura, mentre Mercurio spazza
via le nubi scure che s'addensano invidiose sul futuro.
Giuliano avanzava lentamente, rapito in contemplazione del dipinto che appariva in lontananza
dallo scorcio delle arcate. Incuriosito dalle parole del vecchio Priore, era andato nella bottega di Sandro
Botticelli spinto da un'urgenza che rischiava di sopraffarlo. Era andato per capire. Per vedere qualcuno
che aveva amato Simonetta forse quanto lui, ma era guarito.
Attonito, ora Giuliano scostava le tende leggere di garza ed entrava silenzioso nella stanza.
Dinanzi ai suoi occhi, gli appariva ritratta sulla tela con realismo sorprendente. Chiamata
l'Impareggiabile per la sua bellezza perfetta al punto da sembrare sovrumana, lo fissava con lo sguardo
pi verde e vivo del prato in fiore. Quanti ricordi! Quante speranze che la vita aveva distrutto!
Baci rubati nell'ombra di un'alcova clandestina, complice del loro piacere. Sguardi furtivi negli
incontri alla luce del sole, notti insonni e sfibranti di gelosia, pensando che lei soggiaceva alle voglie di
un altro, senza rimedio. La speranza, poi, di vedere annullato quel matrimonio infruttuoso, di vederla
tornare libera, per farla sua. E l'abisso della disperazione. Simonetta che era incinta, che aspettava un
figlio dal suo amante. Simonetta che cadeva da cavallo e moriva, portando con s il figlio dell'uomo
amato, e con esso, anche la sua anima.
Giuliano sent il petto in tumulto come l'oceano quando monta la tempesta, mentre gli occhi
smarrivano la vista annacquata in un mare di lacrime. Domin la malinconia contro cui lottava da tanto
tempo, per sfuggire al desiderio di raggiungerla nella morte. Fiss la grande tela cui Botticelli stava
lavorando: doveva averla, costi quel che costi!
Vide il pittore seduto con la schiena contro il muro, in un attimo di riposo che s'era concesso
dal lavoro. Gli occhi chiusi, la testa riversa contro la parete, il Botticelli sembrava spossato, ma gli si
leggeva in faccia un'evidente soddisfazione. Come non esserlo, del resto, dopo aver compiuto un simile
prodigio?
"Maestro!".
Forse si era assopito, poich non rispose. Giuliano si accost e gli scroll una spalla con buon
garbo.
"Mastro Botticelli...".
L'altro si svegli in un sussulto.
"Signore! Che ci fate qui?"
"Dovevo vedervi. Dovevo vedere... Non importa! Dio ha racchiuso nelle vostre mani un dono
divino. La tela cui state lavorando  stupefacente".
"Troppo buono, signore".
"La vostra memoria sa riprodurre ogni pi infimo dettaglio. Straordinario... I suoi occhi, la sua
bocca... Persino nell'espressione, siete stato fedelissimo al vero. E lavorando senz'avere dinanzi
nessun ritratto, per giunta!".
Lusingato da tanti complimenti, il Botticelli commise una leggerezza della quale, col senno di
poi, non avrebbe mai smesso di pentirsi.
"Non mi servono ritratti, signore", disse compiaciuto. "La Natura stessa mi guida, sicch posso
copiare dal vero. Simonetta  tornata da me. Davanti ai miei occhi, in carne e ossa".
Il volto di Giuliano si alter, la gaiezza del suo sorriso divenne nera malinconia.
"Non vi prendete gioco di me, mastro Botticelli.  crudele!", disse rabbioso. "Io non trovo
pace, da quando lei  morta. Lo sapete!".
Il pittore era gi rammaricato della baldanza di poco prima, e si malediva per aver imbastito
quello scherzo stupido, per giunta di cattivo gusto. Ma ben peggio si sent quando la modella che lo
aveva ispirato nel lavoro rientr dalla mezz'ora di riposo che s'era presa, accompagnata da sua madre.
Era un'apparizione, ogni volta. Avanzava nella luce del giorno con passo sinuoso, come se
danzasse. Giungeva nella sfolgorante bellezza dei suoi diciassette anni, occhi lucenti e verdi come le
acque di un lago incontaminato, biondi capelli mossi da lievi increspature che scivolavano fino alla
vita, e sopra la testa si attorcevano in tante piccole trecce ornate da fili d'oro e di perle.
Giuliano si trasfigur. Attimi senza fiato, nei quali persino il cuore perse i suoi battiti.
"Signore!", gridava Botticelli. Lo scuoteva per farlo reagire, tanto Giuliano era divenuto
immobile e pallido da credere che un nume l'avesse tramutato in una statua di sale.
"Signore!", ripeteva il pittore allarmato. "Perdonatemi. Avrei dovuto dirvi di lei. Ma non
immaginavo che sareste venuto a farmi visita...".
Fuori di s, Giuliano si lanci verso la ragazza con l'evidente intenzione di abbracciarla, proprio
come se fosse un dio capace di strappare agli inferi il suo grande amore rapito. Botticelli lo blocc
prima che potesse compiere un oltraggio alla decenza che avrebbe infangato l'onore e il nome dei
Medici. In ogni caso, non pot salvare del tutto le apparenze: la giovane donna e sua madre erano
ammutolite dinanzi a quell'approccio, per fortuna bloccato prima che desse scandalo.
"Scusatemi", sillab Giuliano con gli occhi smarriti e le labbra aride. "Non so cosa mi sia
preso...".
Tutti i presenti in realt lo sapevano; immaginavano lo sconcerto, il dolore e la gioia dissennata
che aveva provato nell'attimo in cui credeva di avere rivisto Simonetta rediviva. Perci lo
compativano, pronti a dimenticare la villania.
Quando fu sicuro che Giuliano avesse ormai recuperato il sangue freddo, Botticelli chiar la
situazione.
"Vi presento donna Battistina Fregoso", mormor. "E questa giovane bellezza  sua figlia
Semiramide Appiani".
Inebetito, Giuliano continuava a spostare gli occhi da un volto all'altro, da uno sguardo
all'altro. Faceva pena da stringere il cuore, cos angosciato e incredulo.
"Appiani...", mormor debolmente. "Dunque siete parenti...".
"La povera Simonetta Vespucci era mia nipote", disse la signora. "E cugina di mia figlia
Semiramide. Da cui la forte somiglianza che vi ha colpito tanto".
Era spaventata dalla foga con cui quel giovanotto aveva tentato di avventarsi su sua figlia, come
se lei fosse la sola ncora di salvezza capace di tenerlo attaccato alla vita. Una passione cos travolgente
la intimoriva. Cosa sarebbe accaduto, se fossero stati da soli? Non osava pensarlo! A ogni modo,
Botticelli era un uomo fidatissimo: monna Battistina poteva star certa che sarebbe rimasto un segreto.
In fondo al cuore provava pena per quel ragazzo cos promettente: che Giuliano de' Medici avesse
amato sua nipote Simonetta di un sentimento struggente e sincero, era cosa di pubblico dominio a
Firenze e non solo. La sua morte improvvisa lo aveva devastato, e neppure questo rappresentava un
mistero.
Giuliano era costernato. Si sentiva un uomo indifeso, schiaffeggiato e beffato dal destino.
"Vi chiedo ancora perdono, madonna! Non volevo mancare di rispetto a vostra figlia, n a voi".
Donna Battistina annu con vigore, apprezzando quelle parole. Poi il suo sguardo si addolc e
perse un poco della sua espressione dura.
"Voglio credervi. E sar chiara: comprendo che vedere mia figlia Semiramide sia per voi una
grande consolazione; per  fidanzata, dunque non pu ricevere omaggi da altri uomini. Nemmeno
innocenti complimenti. Niente doni, n canzoni, n poesie. Posso contare sulla vostra comprensione?"
"Certo", fece Giuliano aggrottando la fronte.
Gli cost molto, inchinarsi alla ragazza che poco prima aveva tentato di stringere in un
abbraccio appassionato e congratularsi per le sue nozze imminenti. Lei sorrise timidamente, accett le
scuse; ma a giudicare dallo sguardo fugace con il quale lo lamb, dallo schiudersi delle sue labbra
mosse da un flebile sospiro, l'assalto carnale di quell'uomo giovane, bello, fremente ed esperto nelle
cose d'amore non le era affatto spiaciuto.
Conversarono dunque su quel progetto nuziale che la riguardava; un evento importante, di cui
Firenze avrebbe parlato per settimane. Emozioni violente, intanto, lottavano nel cuore di Giuliano, gli
sottraevano lucidit di giudizio: avrebbe dovuto capirlo subito, che la ragazza si sposava, gi soltanto
guardando il dipinto cui Botticelli stava lavorando.
I fiori sparsi fittissimi sul prato volevano chiaramente alludere a un matrimonio: i fiordalisi, le
margherite e i nontiscordardim erano un omaggio galante alla bellezza della donna amata, mentre i
fiori d'arancio che spuntavano sugli alberi, insieme alla borrana fiorita nel prato, rappresentavano un
augurio di felicit coniugale.
"A chi l'avete promessa, di grazia?".
A donna Battistina sembr che ci fosse quasi un timbro di sfida, in quella domanda. Anche se
Botticelli aveva fino a quel momento taciuto il nome del fidanzato, lei decise di rispondere.
"Mia figlia sposa un uomo di gran lignaggio, ser Medici: Francesco de' Pazzi, il nipote di ser
Jacopo".
"Quella specie di sgorbio imbelle?".
Donna Battistina si finse completamente sorda, mentre il volto di Botticelli invece si tingeva di
crudo imbarazzo. L'uomo nominato era uno degli scapoli pi ambiti di Firenze, in realt. Alto, biondo,
ben fatto; ricco, per giunta. Tutti lo chiamavano affettuosamente "Cischio" perch aveva gli incisivi
superiori un po' storti, cos quando pronunciava parole con la s, pareva che avesse in bocca un
fischietto un po' sfiatato. Era lo spasso degli amici che lo canzonavano bonariamente; ma pure i nemici
ci andavano a nozze, con quel piccolo difetto, e non perdevano occasione per sfotterlo senza piet.
Qualche magagna bisognava pur trovarla, in quella perla d'uomo che suscitava invidia nei compagni di
brigata.
"Credo sia vostro parente, Giuliano", aggiunse la signora. Voleva deviare il discorso su temi
meno scabrosi. "Guglielmo de' Pazzi non ha forse sposato una ragazza della vostra casa?"
"Infatti", disse lui tra i denti. "Guglielmo  il marito di mia sorella Bianca".
Non era stata una risposta: sembrava pi il ringhio di un lupo cui si voglia sottrarre la preda. La
signora tuttavia non ci bad; o forse, prefer fingere una stoltezza che in realt non aveva, ma in quel
momento si rivelava provvidenziale per non entrare in contrasto con la potentissima famiglia che
dominava Firenze.
"Bene, ser Medici. Sono lieta di sapere che i rapporti tra le nostre famiglie diverranno pi stretti
e pi cordiali. Ora, mastro Botticelli, riprendiamo il lavoro. Il giorno avanza, e si fa tardi".
Giuliano prese uno sgabello e si isol in un angolo della bottega, muto come un fantasma,
assorto come l'asceta rapito da una mistica visione: sembrava divenuto solo occhi, brama e spasimo,
mentre ammirava quella ragazza stupenda, Simonetta rediviva, che posava come Venere in una veste di
semplice garza, e un drappo di velluto scarlatto. Di tanto in tanto lei, astuta e furtiva, spostava gli occhi
per lanciargli di sottecchi uno sguardo carico di domande.
"Mi vuoi davvero?", dicevano i suoi occhi. "Mi vuoi per te solo, come fossi lei?".
Giuliano, ormai tradito dal buonsenso, la fissava sempre pi intrigato.
"S, perdio! Ti voglio. Ti voglio e ti avr, fosse l'ultima cosa che faccio!"
Doveva mandare a monte quel fidanzamento sgradito, quella sorta di vile inganno che il destino
aveva tramato ai suoi danni: rendergli Simonetta in carne e ossa, ma solo per vedersela di nuovo
portare via! Come fare?!
Pensava. Ragionava. Valutava; e non trovava via d'uscita. Il senso di frustrazione acuiva in lui
una rabbia sorda e invincibile.
"Cischio de' Pazzi... Peste lo colga!".
Se guardava indietro all'arco della sua vita, gli pareva che quello fosse sempre stato l a
intralciarlo, come una pietra d'inciampo lungo il suo cammino. Sempre a spiare i Medici, a cercare di
scovare qualunque modo per mettere i bastoni fra le ruote del loro carro. C'era stata rivalit fra loro sin
dall'infanzia: entrambi figli cadetti di potenti banchieri, entrambi animati da una gran voglia di rivalsa,
di far notare che anche loro avevano stoffa per il successo. Mentre per Giuliano stentava a trovare
spazio in casa Medici, a farsi ascoltare da Lorenzo, ser Jacopo de' Pazzi riponeva invece nel nipote
Francesco le sue speranze, lo considerava altrettanto abile del fratello maggiore Guglielmo; forse lo
preferiva addirittura.
Anche con Simonetta, s'era fatto sotto. Idiota! Come poteva sperare d'averla vinta? Era gelido,
impacciato, incapace di farle la corte e mostrarsi galante. Sarebbe stato un sacrilegio contro madre
Natura, se una donna cos bella avesse davvero ceduto alle brame di una simile nullit. Ma non era
accaduto, naturalmente. Giuliano non aveva dovuto patire a lungo, prima che la sua avvenenza fisica,
ma pi ancora l'intelligenza e il carattere brillante, vincessero le ripulse di quella creatura stupenda.
Simonetta era stata sua, anima e corpo. Ora per quel Cischio della malora tornava alla carica, cercava
rivincita e forse vendetta provando a impadronirsi di quella giovane donna che pareva plasmata sul
calco dell'altra, entrambe icone perfette della dea d'amore. Mentre Giuliano era ossessionato dal suo
dolore che non trovava requie, Francesco de' Pazzi l'aveva notata per primo: e subito s'era fatto avanti.
Era spinto dalla passione o dal calcolo? Sposandola, infatti, avrebbe anche dato maggior lustro
al suo nome, legandosi alla casa antica e illustre dei signori di Piombino.
"Maledetti Pazzi...! Dannati intriganti...".
Giuliano fissava il quadro rimuginando tra s, e schiumando rabbia. Gli sembrava che, essendo
stato signore e padrone di Simonetta Vespucci, il Fato gli concedesse un naturale diritto su colei che le
somigliava come una goccia d'acqua.
Il gioco degli sguardi con lei intanto proseguiva lento, clandestino, eccitante. Giuliano si
scopriva a porsi le stesse domande, gli stessi dubbi che lo avevano tormentato un tempo: era sincera,
nel suo interesse, o invece cospirava in lei l'ambizione di prendere all'amo un uomo di casa Medici? E
come allora, non gli importava: tutto, pur di averla!
Sapeva di rischiare grosso. "La figlia del signore di Piombino non  soltanto una ragazza
stupenda", diceva a s stesso. "Prima ancora di questo,  un pegno di alleanza, una merce di scambio
sul terreno della politica". Corteggiarla voleva dire scardinare quegli accordi, mandare a monte quei
patti gi stipulati. Un gesto azzardato da non commettere. Un'imprudenza indegna di lui.
"Significa giocare con il fuoco", si ripeteva, "ma perdio, se ho voglia di giocare!".
Si arrovellava in questo modo come un povero insetto che stride mentre cerca di liberarsi dalla
ragnatela che l'ha gi invischiato, quando not un dettaglio. Non era suo fratello Lorenzo, colui che
Botticelli aveva ritratto nelle vesti di Mercurio?
S, Mercurio! Il dio del denaro e dei commerci. Dei mercanti e dei trafficanti. Dei ruffiani, dei
seduttori. Degli abili tessitori d'inganni, all'occorrenza.
Affiss lo sguardo su quel volto fatto di puro colore e si convinse al di l di ogni dubbio che il
maestro aveva voluto fare il ritratto di suo fratello. Un po' pi bello del vero, magari, e idealizzato in
un'eterna adolescenza come esige il canone dell'arte: in ogni caso era proprio Lorenzo, l'astuto deus ex
machina impegnato a scacciare le nubi nere che rischiavano di addensarsi su quel giardino paradisiaco.
Certo! Lorenzo era come un potente nume tutelare capace di pilotare il suo destino. Avrebbe
saputo muovere le giuste leve, lui; e con abile gioco da prestigiatore, come al solito, buttare all'aria i piani della famiglia Pazzi. Ma avrebbe accettato di farlo?
Di questo Giuliano non era convinto. Lorenzo aveva in serbo altri progetti, per il fratello minore. Docile burattino nelle mani sagaci del Magnifico che arrivavano dovunque, e non risparmiavano nessuno, doveva attenersi a un preciso ruolo da interpretare nella costruzione della grandezza dinastica. Un ruolo da gregario, naturalmente.
...
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...
4.
...
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...
Se con le arti di Mercurio inciderai l'immagine di uno scorpione su pietra di smeraldo, nell'ora
di Mercurio e con Mercurio in ascendente, qualunque donna incinta porti su di s questo talismano si
sentir leggera e fuori pericolo, e con lei anche la creatura.
Lorenzo contemplava ammaliato quella gemma prodigiosa: gi di per s inestimabile, ricavata
com'era da uno smeraldo di rara trasparenza, custodiva per giunta l'arcano potere degli astri che una
mano sapiente era riuscita a imprigionare nella sua luce verde. Incidendo sulla superficie liscia della
pietra il disegno di uno scorpione, era stato creato un sigillo astrologico protettivo: il foglio accluso al
gioiello, dono del papa per casa Medici, lo specificava minutamente, riportando la formula tratta da un
antico libro ermetico.
Lorenzo trovava stupefacente la collezione di preziosi che il defunto Paolo II era riuscito a
mettere insieme nel corso del suo pontificato durato appena sette anni: una prodigiosa quantit di
gemme rare, bronzi antichi, cammei, avori, medaglie, coperte di codici di raro pregio, monete d'oro e
d'argento, icone bizantine, mosaici, arazzi fiamminghi, ricami, reliquiari.
A ognuno di quei pezzi unici al mondo, Lorenzo avrebbe trovato un posto d'onore nella gi
grande collezione d'arte che rendeva splendido Palazzo Medici. Cosimo l'aveva iniziata, e lui, da parte
sua, intendeva fare il lecito e l'illecito per renderla la pi celebre d'Europa.
Lorenzo era molto fiero di s per il modo geniale, anche se un po' subdolo, grazie al quale
aveva ottenuto che l'intera raccolta antiquaria di papa Barbo finisse in mano sua: met era frutto di
compravendita, l'altra met invece gli era giunta in dono da vari cardinali riconoscenti per il fatto di
vedere acquietati di colpo i loro assillanti creditori.
Seduta sulle sue gambe, la schiena mollemente adagiata contro il petto di Lorenzo, Clarice
rigirava tra le dita un oggetto altrettanto prezioso dell'anello, ma pi singolare. Di tanto in tanto lui le
scostava dal collo i capelli e, mordicchiandole l'orecchio, cercava di accendere in lei uguale bollore a
quello che gli stava mandando in fiamme il sangue. Il semplice contatto fisico con lei, la percezione
intensa del suo odore di donna, gli scatenavano un'avidit carnale che faticava a contenere. Perci
cominci a carezzarle il busto, fin quando non trov i lacci di seta del corsetto, li sleg e infil tra i seni
due dita avide e indiscrete.
"Perch non vai di sopra?", le disse insinuante.
"Ti sembra il momento?  quasi ora di pranzo".
"Appunto. Sto morendo di fame!", protest lui. E proditoriamente, le alz le gonne per
rovistare fra le sue gambe con mano prepotente. Clarice lo scacci ridendo.
"Basta! Avrai la tua razione a tempo debito".
Rassegnato a dover tenere a bada la sua carne in subbuglio fino almeno al riposo del primo
pomeriggio, Lorenzo la fece alzare da dov'era seduta: se continuava a sentirsela cos addosso, c'era il
rischio che i servitori, entrando, lo trovassero che riscuoteva i suoi diritti coniugali in pieno giorno,
nello studio, per giunta sullo scrittoio. E tutta Firenze l'avrebbe saputo gridando allo scandalo.
Clarice si allontan e si ricompose, cercando di rimettere ordine tra il corsetto slacciato e la
camicia gualcita. Ma quante mani aveva, quando lo assaliva quella voglia?
"Visto che non vuoi accondiscendere ai tuoi doveri,  opportuno che mi precedi a tavola", le
disse un po' seccato per quell'astinenza forzosa.
"Lo far, Lorenzo. Prima per vorrei capire che cos' questa".
E mostrava al marito una preziosa pisside fatta di ametista cristallino.
"Fa parte di quello scrigno l", le rispose. "Ci sono gli oggetti pi preziosi della raccolta di
Paolo II, con lo smeraldo protettivo che ti ho appena regalato. E che non meriti, perch non sei una
moglie sottomessa come dovresti", aggiunse con un'occhiata concupiscente.
Clarice rise di gusto. Poi torn seria. I suoi occhi non riuscivano a staccarsi da un certo dettaglio
che aveva calamitato la sua attenzione.
"Questa pisside non  vuota", osserv.
"Stando alla lettera che accompagnava il dono, dovrebbe contenere le ceneri di Giulio Cesare",
fece Lorenzo. "Come vedi  chiusa da un cordoncino di seta, tenuto fermo da una specie di sigillo".
Con l'indice puntava un piccolo tondo scuro e appiattito.
"Si leggono alcune lettere, ma non capisco il senso".
"Saranno sigle bizantine, probabilmente. La pisside  un oggetto antichissimo".
Clarice aggrott la fronte e ripose il prezioso dono nello scrigno entro il quale era giunto da Roma.
"Chi ti manda questi oggetti?"
"Nessuno. Li ho comprati. Ed  stato un affare, poich sono frutto di una razzia nei Sacri Palazzi".
Clarice non si turb per quella strana affermazione: nata a Roma da una famiglia della maggiore
nobilt papalina, immaginava bene a cosa suo marito si riferisse. Nell'Urbe, gi da tempo immemore,
vigeva lo scandaloso costume di assaltare gli appartamenti pontificali dov'era esposto il corpo del papa
appena morto per le veglie di preghiera: e invece di pregare per l'anima del trapassato, i visitatori
depredavano quelle stanze con furia di mercenari. Tutto veniva saccheggiato, persino i mobili, gli
arazzi, i tendaggi, e si diceva che talvolta qualche scostumato, dopo essersi fatto il segno della croce,
osasse persino sfilare al cadavere gli anelli, o addirittura le sacre pantofole bianche ricamate a filo
d'oro. I signori cardinali, che avevano prima degli altri accesso alle sacre stanze, ovviamente se ne
pigliavano la miglior parte; il difficile, per Lorenzo, era stato semmai dover svolgere indagini segrete e
accurate per scovare chi aveva preso cosa, in quell'immenso ruffa raffa. Quasi nessuno degli alti prelati
aveva scrupolo per quel saccheggio, utile del resto per finanziare le feste sontuose che ogni sacra
porpora doveva offrire in memoria del defunto pontefice. Paolo II, d'altronde, era stato anch'egli un
uomo frivolo e spendaccione.
"Ma perch il papa teneva presso di s un oggetto cos macabro?", chiese Clarice.
"Per ragioni politiche. Fu Ottaviano Augusto a raccogliere quelle ceneri dalla pira di Cesare, e
le tenne con s come un trofeo, oltre che come una reliquia di famiglia. Ottaviano fond l'impero, cos
quella pisside pass a Tiberio e via via a tutti gli altri imperatori dopo di lui. Giunse fino a Costantino
che, quando rese il cristianesimo una religione lecita, la don a papa Silvestro. Da allora  rimasta nelle
mani dei papi. Sfoggiando simili oggetti, si sentono gli eredi dei Cesari".
"Ora per  finita in mano tua, Lorenzo. Vuoi diventare anche tu un Cesare?".
Lui sorrise con aria di sfida. La blanda provocazione di sua moglie, invece che una critica, lo
seduceva e gli suggeriva ingegnose tattiche di governo.
"Dovresti disfarti di quelle ceneri", disse Clarice a bruciapelo. Sembrava averne ribrezzo.
"Perch? Sono proprio esse che danno valore alla pisside".
"Questo lo capisco, per... Insomma, sono ceneri di un uomo pagano. Non mi piace".
Lorenzo scroll la testa ridendo di lei.
"Come sei bigotta! Dopo anni che vivi a Firenze, la tua anima romana  ancora tanto superstiziosa?".
Lei non se la prese a male. Nelle parole di suo marito c'era un fondo di verit: le pareva che i
fiorentini, pur andando alle funzioni religiose, osservando digiuni e penitenze di precetto, e insomma
nutrendo una certa fede, fossero comunque gente troppo ossequiosa verso le tradizioni degli antichi, e
che la loro cultura, stregata dall'antichit e dal mondo classico, avesse finito per diventare intrisa di
paganesimo. Cos'erano tutte quelle donne e uomini nudi disseminati un po' dovunque nelle tele dipinte
e nella statuaria? Forse che gli antichi greci e romani non usavano girare vestiti? Lei trovava che ci
fosse un sapido compiacimento nel rappresentare e nel guardare i corpi senza veli, come se si volesse
fare un gran rogo del pudore e dare piena cittadinanza a ogni forma di libertinaggio. E non capiva come
facessero le donne fiorentine, anche di buona famiglia e persino ragazze nubili, a consentire che i
pittori le ritraessero a seno nudo nei panni di Diana, o addirittura Venere. Le mancava molto il casto
scenario dell'arte romana, le sue mille chiese rutilanti per l'oro dei mosaici bizantini, il porpora e il blu
oltremare di tutte le sue sante icone.
"Non mi piace", ribad convinta.
Guard la pisside giacente nello scrigno e ne richiuse il coperchio con un tonfo secco.
Sembrava un gesto d'irrevocabile condanna.
"Vieni, ora", le disse Lorenzo. "Andiamo a pranzo. Sagramoro ci star aspettando famelico, e
spero proprio che tu abbia predisposto un banchetto coi fiocchi. L'ambasciatore degli Sforza  un
buongustaio, lo sai. Non vorrei sfigurare".
"Fidati, Lorenzo: non accadr. Ho il sospetto che ser Sagramoro sia rimasto a Firenze pi del
dovuto proprio per godere della nostra tavola".
"O per spiarmi meglio", fece lui secco.
Alla illustrissima Signora Donna Bona Sforza, duchessa di Milano
Per il tramite di un corriere segreto, uomo degno della massima fiducia, trasmetto a Vostra
Grazia le informazioni che mi sono state richieste. Non dubito che saprete farne buon uso.
Come ogni anno, anche lo scorso giorno dell'Epifania Firenze ha celebrato la sua cerimonia
pi solenne e fastosa, la Cavalcata dei Magi; al solito, i Medici la fanno da padrone, nonostante la
festa debba nominalmente coinvolgere tutte le famiglie notabili della citt, le quali in effetti
partecipano, per esibendo verso i nipoti del fu Cosimo una sudditanza tanto manifesta che risulta
persino sfrontata, agli occhi di chi non sia fiorentino. Quanto agli abitanti della citt, sembrano cos
avvezzi all'alterigia medicea da non farvi pi alcun caso; o almeno,  ci che danno a vedere.
Quest'anno, duchessa illustrissima, la Cavalcata fu pi spettacolare che mai: travalicando lo
stretto ambito in cui s'era svolta in passato, cio soltanto il cuore urbano attorno al Duomo di Santa
Maria del Fiore, arrivava a coinvolgere tutte le zone della citt; sicch il popolo ebbe l'impressione
d'essere partecipe di un'immane festa collettiva.
La reggia di re Erode era stata costruita presso il convento di San Marco impiegando i pi
talentuosi artisti della citt, con gran dispiego di mezzi: simulava un gran palazzo principesco con alte
colonne quasi di grandezza naturale, sulle quali si vedevano drappi azzurri punteggiati da stelle d'oro.
Lungo i fianchi e sul fondo erano tesi splendidi arazzi fiamminghi a ricordare pareti affrescate, il
pavimento era ricoperto da tappeti preziosi, mentre dai cornicioni dell'edificio pendevano addobbi
floreali con l'insegna del celebre Marzocco, il leone che simboleggia il potere del popolo in Firenze.
Quale potere davvero abbia il popolo su questa citt, sarebbe una domanda ingenua da porre ai
fiorentini, che l'accoglierebbero con un muto sorriso di scherno: tant' vero che accanto al Marzocco
brillava un altro simbolo araldico, ovvero tante palle di mirto a rappresentare l'arme dei Medici.
Al suo interno, il mirabile edificio regale ospitava un letto ricoperto da drappi di porpora e
velato da cortine di seta, i suoi arredi brillavano di suppellettili preziose e vasellame d'argento, tutti
oggetti consoni al fasto di un re. Forse avrete immaginato, illustrissima signora, che era stato Lorenzo
de' Medici a offrire tutta quella panoplia di addobbi: cosicch gli uomini, vedendo rifulgere la gloria
del Figliuol di Dio, avessero di che riflettere anche sulla sua.
Gli accampamenti dei Magi erano siti invece negli altri quartieri urbani, ognuno allestito con
abbondanza di cittadini che figuravano come servitori nei ranghi dei rispettivi cortei reali. All'ora
prevista, tre ambascerie attraversarono le vie della citt con esuberanti cortei, per poi incontrarsi
nella Piazza dei Priori e l rendere omaggio alla Signoria. I cittadini pi eminenti andarono incontro
ai Magi come dignitari inviati da Erode: e per gioco si volle che ognuno di essi fosse interpretato dal
proprio figlio, vestito esattamente come il padre, e capace di imitarne il tono della voce, le mosse e le
particolarit del comportamento, perch per molti giorni era stato addestrato a farlo. Il fine di tale
messinscena, che segue l'uso comune di servirsi di dignitari "contraffatti" durante le visite di
personaggi illustri, era mettere in mostra in maniera quanto mai onorevole, e invero anche un po'
teatrale, sia la magnificenza dei tre re, sia il decoro proprio del Senato di Firenze.
Segu poi un grandioso e variopinto corteo con profusione di servi, cavalli, animali da soma,
fiere selvatiche di numerose specie, in parte finte, fatte di cartapesta rivestita da pelliccia, che
figuravano di essere trasportate dormienti in gabbia, e in parte vere. Cani e pregiati rapaci addestrati
alla caccia d'alto volo, e poi una caterva di doni per il piccolo Ges, schiavetti abbigliati alla
barbaresca che imitavano cos bene i costumi orientali da sembrare davvero oriundi delle terre da cui venivano i Magi.
Quando il corteo monumentale arriv in piazza San Marco, re Erode lo accolse con gran festa,
e dopo i convenevoli di rito i Magi rientrarono ai loro accampamenti, ognuno sfilando con il proprio
corteggio lungo le strade della citt; il giorno successivo, con eguale fasto, si tenne la vera e propria adorazione del Bambino.
Lo scopo occulto sotteso a tanta solennit, signora illustrissima, era fare in modo che la gente
di Firenze, scontenta per il modo fin troppo palese in cui Lorenzo de' Medici mette la propria mano
negli ingranaggi della Signoria, e forse, ho motivo di credere, animata anche dall'insoddisfazione per i
troppi favori che sono concessi agli amici dei Medici, e a loro soltanto, avesse molto da faticare per
confezionare i costumi e gli apparti grandiosi che sfilarono in piazza: impegnati dapprima a lavorare,
poi a far le prove di cotanta coreografia, i cittadini per molti mesi non ebbero il tempo di pensare ai
rigori della tirannide, e con la pancia sazia e gli occhi empiti di meraviglie, si acquietarono rinunciando alla sommossa.
Cos , eccellentissima duchessa. Come al tempo dei Cesari, che elargivano alle plebi "panem
et circenses" per tenerle buone, i Medici hanno Firenze in pugno perch ubriacano il popolino con
spettacoli costosi e mirabolanti: ognuno si sente l'uomo pi felice sulla terra, appagato perch non
esiste in Italia e forse nel mondo intero altra citt nella quale, anche solo camminando per strada, sia
possibile ammirare tanta bellezza. L'arte  una droga divina per l'anima e il cuore; ma soprattutto, un
farmaco che previene la cancrena del dissenso politico.
Tale accorto ragionamento non si deve al genio personale di Lorenzo, poich sia Cosimo, sia il
di lui figlio Piero, largheggiavano in tal senso: per a Lorenzo manca il senso della misura che
avevano i primi due, vuole sempre primeggiare, incurante se si rende odioso. Ho notato infine, e lo
rilevarono in molti, che nessun membro di casa Pazzi compariva a impersonare qualcuno dei Re Magi,
e non vi erano uomini di quella famiglia nemmeno nello stuolo dei notabili che seguivano i tre cortei regali.
Cosa stupefacente! Perch dovete sapere che questa schiatta, tra le pi eminenti in Firenze,
possiede antiche radici, e, discesa dalla nobilissima collina di Fiesole, si  insediata sin dal Duecento
nel sestiere di Porta San Piero. I Pazzi sono magnati fieramente guelfi di parte nera, e le cronache
fiorentine li citano non di rado associati ai grandi eventi, s da trovare memoria persino nella
Commedia di Dante. Vantano una storia illustre che risale assai indietro nel tempo: il loro capostipite
fu un eroe della prima crociata, salito per primo sulle mura di Gerusalemme il giorno che fu strappata
alle mani sacrileghe degli infedeli. Le reliquie che riport in patria dalla Terrasanta sono il vanto e la
gloria del Duomo di Firenze: tre grandi pietre chiare prelevate dal Santo Sepolcro. Con esse, da quel
lontano giorno, viene acceso ogni anno il sacro fuoco per la liturgia di Pasqua, che posto su un carro
splendido ornato d'oro e di drappi preziosi, viene condotto per le vie di Firenze a spargere la benedizione divina su tutta la citt.
Gente come questa pu forse sopportare senza colpo ferire l'arroganza dei Medici, che vengono da bottega? Io non lo credo.
State in guardia, illustrissima duchessa, e studiate bene ogni mossa: il vostro amico monta in
superbia ogni giorno di pi, e il suo operato oltraggia i signori. Temo che i Pazzi se la legheranno al dito.
Vi lascio, ora. Lorenzo de' Medici mi attende per un banchetto al quale, sono certo, avr dato
solennit particolare in onore vostro, signora illustrissima, e in omaggio alla casa Sforza che io
rappresento. Siete i soli alleati che gli siano ormai rimasti, mentre tutt'intorno a lui i nemici stanno
stringendo il cerchio.
...
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5.
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Un andirivieni di servi in livrea festiva, indaffarati a rigovernare dopo il banchetto, creava
giochi di colori rutilanti lungo le gallerie di Palazzo Medici.
C'era chi raccoglieva briciole dalle tovaglie con la lama di un coltello, che venivano messe in
un capiente vaso di vetro e poi, secondo le buone regole dell'economia domestica, quando fosse quasi
pieno le si impastava con zucchero e burro montato per farne un dolce frugale, adatto ai giorni di festa
meno solenne. Chi riportava il vasellame d'argento al sicuro nei capienti forzieri della casa, dai quali
sarebbe uscito solo in occasione del prossimo convito. Chi smoccolava candele e chi raccoglieva i tanti
fiori sparsi sui tavoli, sugli arazzi, persino a terra: monna Lucrezia, che aveva conservato le abitudini di
brava massaia, ne avrebbe fatto l'indomani un dono assai gradito da riservare al Duomo. Sembravano
tante api industriose e zelanti che si prodigavano per l'efficienza del proprio alveare; la loro regina,
secondo la legge di madre Natura, riposava dopo aver assolto i suoi molti doveri: non ultimo, quello di
brillare in societ quando ci fossero da ricevere ospiti prestigiosi.
Per Clarice non era affatto un disagio, svolgere quel ruolo per il quale la suocera Lucrezia
Tornabuoni, a suo tempo, aveva sudato sette camicie. La sua naturale eleganza, l'educazione signorile
che aveva ricevuto, ma soprattutto il lustro d'avere in famiglia due papi, oltre a un numero
impressionante di cardinali, vescovi e monsignori potenti, la poneva allo stesso livello di personaggi
che erano di casa, a Palazzo Medici: gli Sforza, per esempio, da sempre amici e alleati, o Federico da
Montefeltro, che di Lorenzo era addirittura il padrino di battesimo.
L'evento di quella sera non era nemmeno stato dei pi impegnativi, tuttavia le aveva lasciato
una sottile inquietudine sottopelle che non riusciva a scrollarsi di dosso.
Colpa del colloquio avuto con Sagramoro Filippi da Rimini, ambasciatore del duca di Milano.
Eppure era un uomo dai modi squisiti, pieno di buon senso e affabile.
"La signora si volti, prego".
"Lascia stare, Betta. Va' pure a coricarti".
La cameriera le allent i lacci di seta che stringevano il corsetto lungo la parte superiore della
schiena, si assicur che il pesante abito di broccato fosse aperto abbastanza da poterlo sfilare, s'inchin
e lasci la stanza.
Finalmente!, pens Clarice. Aveva un bisogno impellente di restare sola e riflettere. Sedette sul
letto, poi abbandon la schiena scivolando dolcemente sul morbido delle coltri. Il soffitto dipinto del
gran letto nuziale le offriva la vista di un cielo stellato dove non esisteva traccia di nubi oscure: un
grato augurio di serenit coniugale. Eppure le nubi si stavano addensando, sui suoi giorni. Ne avvertiva
il presagio da segnali invisibili.
Chiuse gli occhi esausti. Rivedeva il volto di Sagramoro, quegli occhi azzurri cos penetranti
che parevano cercare le parole giuste, senza trovarle mai. Quel suo volto squadrato nel caschetto
impeccabile di capelli canuti, lucentissimi, che gli dava l'aria di un guerriero con l'elmo d'argento. Di
cosa avevano discusso, in fondo? Quisquilie. Futili argomenti buoni per animare una gaia
conversazione da banchetto, nulla pi. Ma allora, perch si sentiva cos scossa?
"Madonna, la mia signora, duchessa di Milano, si rammarica di non avervi ancora ringraziati
per una certa cortesia che le avete usato tempo fa", aveva detto Sagramoro.
"Ne dubito, Eccellenza. La duchessa Sforza  sempre prodiga di ringraziamenti. E nessuna
cortesia  mai abbastanza, per ripagarla della sua amicizia".
"Questa per fu davvero straordinaria. Credetemi: una cosa mai vista".
"A che vi riferite?"
"Successe durante l'ultima visita del duca in questa citt. Ve lo ricordate?"
"Certamente".
"Cadeva la festa dell'Annunciazione, il 25 di marzo. Qui si usa celebrare la ricorrenza con
maggiore solennit che altrove".
"Eccellenza, tutti gli stranieri sono strabiliati dalla quantit e dalla ricchezza degli spettacoli che
si possono ammirare a Firenze. Io stessa, che pure vengo dalla citt dei papi, ne sono rimasta
impressionata".
"Ricordo che il signor duca era venuto con i suoi familiari, e che voi, signora, avete fatto
decorare Palazzo Medici addirittura da Andrea Verrocchio, per l'occasione".
"S, l'idea fu mia. Mi sembrava dovuto al rango delle persone che arrivavano in casa nostra".
"Ci vi fa onore, donna Clarice. Ma anche vostro marito fece la sua parte per rendere quel
giorno indimenticabile. Per esempio, vi ricordate che la duchessa Bona soffriva di emicrania, quella
mattina? Il duca invece aveva esagerato con il vino, la sera precedente, e faticava a svegliarsi".
"Cose che capitano, quando si festeggia".
"Ebbene s! La cerimonia intanto era cominciata senza che fossero presenti il duca e la
duchessa, ma vostro marito  stato cos gentile da chiedere che la sacra rappresentazione fosse ripetuta
ben tre volte, affinch il duca la potesse vedere. Tre volte addirittura! Vi giuro, madonna, che ho
seguito il mio signore in tutta Italia: e mai, dico mai, ho assistito a tanto!".
"Penso che i fiorentini l'abbiano fatto volentieri. La predilezione che gli Sforza hanno verso
questa citt  per loro un motivo di vanto".
"Madonna, voi siete romana. Forse non capite a fondo l'anima dei vostri attuali concittadini. La
gente di Firenze ha un carattere caparbio e orgoglioso. Ricordo di essere andato presto alla cerimonia,
quel giorno, e qualcuno intorno a me sembrava molto irritato dal fatto che la festa non potesse andare
avanti se non arrivava il duca. S'era formato addirittura un gruppetto di uomini pieni di malumore,
dicevano che l'Annunciazione  una festa sacra di Firenze e per Firenze, non un teatro di burattini
messo in scena per divertire i milanesi. Mormoravano che era una cosa indecente e umiliante. Un vero
schiaffo in faccia alla libert fiorentina".
"I guastafeste non mancano mai".
"Vostro marito, per, non s' fatto impressionare da quelle agitazioni, ha tirato dritto per la sua
strada. Tanta voce in capitolo gli  dovuta, del resto. Non  forse il primo cittadino?"
"Non credo sia giusto definirlo cos. Tutti i membri della Signoria sono uomini alla pari".
"Tutti alla pari? In apparenza, forse. Ai cittadini eminenti viene riservato un trattamento
straordinario. Prendiamo il caso di Bando Corsi, per esempio. Fu Gonfaloniere di Giustizia qualche
anno fa, ma probabilmente non era un uomo di buon gusto: dicono che puntasse i piedi per discutere
davanti alla Signoria una certa richiesta avanzata da re Ferrante di Napoli, anche se vostro marito aveva
gi espresso parere contrario in merito. Naturale che poi Lorenzo si sia risentito contro di lui!
L'improvvido arriv addirittura a pretendere il voto, e naturalmente prevalse il no, come vostro marito
voleva. Corsi fu mandato in esilio l'anno seguente, se non erro...".
"Si sar macchiato di qualche colpa contro la Repubblica, Eccellenza".
"E chi lo nega? Anche quell'altro, quel tale chiamato Alamanno Rinuccini, che uomo
sprovveduto!".
"Non ne so nulla".
"Poco male, madonna. Una signora del vostro rango e della vostra bellezza deve occuparsi solo
di cose piacevoli. Insomma, questo Rinuccini era stato inviato come ambasciatore a Roma un paio
d'anni or sono. Aveva svolto la sua missione e pure con successo, pare. Quindi rientr a Firenze; e
appena messo piede in citt, and subito al Palazzo del Governo per riferire alla Signoria l'esito della
trattative che aveva condotto".
"Non mi sembra tanto sprovveduto, a sentire ci che dite".
"Eccome, madonna. Riferire alla Signoria del colloquio avuto con il papa prima di averne
saggiamente parlato in privato con vostro marito, qui nel segreto accogliente di Palazzo Medici, per
farsi dire cosa doveva dichiarare e cosa invece tacere... Un pazzo, quel Rinuccini! Un vero
sconsiderato; infatti poco dopo venne estromesso da ogni ruolo. Forse ignorava che Lorenzo de'
Medici tiene in piedi una diplomazia personale, a suo uso e consumo, parallela ma indipendente da
quella del governo di Firenze? Diamine, lo so persino io che vivo a Milano!".
"Una diplomazia personale? Vi siete fatto un'idea esagerata, Eccellenza".
"Esagerata per difetto. Voi siete troppo modesta, madonna. Non vi rendete conto del prestigio
di cui gode vostro marito in tutta Europa. Ricordate quando nacque la vostra piccola Lucrezia? Lorenzo
avrebbe voluto chiedere al mio signore, il duca Sforza, di farle da padrino al battesimo, ma non pot
farlo: re Luigi XI di Francia reclamava quel ruolo per s. Ed ecco che la vostra bambina fu condotta al
fonte dagli ambasciatori francesi".
"Spero che il signor duca non si sia offeso, per questo. Ne sarei mortificata!".
"No, madonna: lo Sforza ha capito. Ci si pu forse opporre ai desideri di un monarca? Voi
Medici, del resto, dovete molto alla casa reale di Francia: Lorenzo  intimo del sovrano, tant' che il
cardinal Bessarione, quando fu inviato dal papa alla volta di Parigi, fece tappa qui nel vostro palazzo,
per farsi rivelare da vostro marito certi segretucci su re Luigi di cui voleva servirsi durante i negoziati
che andava a intavolare...".
"Eccellenza, voi credete che mio marito si stia muovendo male?"
"No, madonna. Al contrario. Ogni sua mossa ricalca perfettamente il modello del gran signore
che domina e governa la propria citt con pugno di ferro".
"Ma Firenze in realt  una Repubblica".
"Appunto. E se volete la mia opinione, credo che la gente della vostra citt non sia tagliata per
sottostare a un dominio signorile. Non lo sopporterebbero, s'infiammano di rabbia persino alla
semplice idea. Ci sono tanti malumori che serpeggiano in giro. Uomini rosi dall'invidia che sentono di
essere stati ingiustamente messi da parte".
"E sono pericolosi?". A quella domanda, Sagramoro non aveva risposto. Ma sorseggiando lentamente la sua coppa di vino, aveva fissato su di lei i suoi occhi azzurri, affilati come lame d'acciaio.
...
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...
6.
...
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...
Sola nella propria stanza, dove s'era ritirata accusando un mal di testa fittizio per poter lasciare
il banchetto, Lucrezia spezz con mano inquieta il sigillo di una lettera arrivata da Roma. Aveva quasi
timore di leggerla: suo fratello Giovanni Tornabuoni era un uomo dal carattere metodico e molto
preciso; tuttavia diventava un pasticcione, quando per qualche grave motivo veniva preso dall'ansia. E
quelle ombre scure sulla carta, un sospetto di polpastrelli sporchi d'inchiostro, non lasciavano presagire nulla di buono.
Cara Lucrezia, sorella mia,
mi chiedi notizie sull'andamento del Banco a Roma: non posso che darti novit allarmanti, e
pregarti di agire per frenare tuo figlio Lorenzo. Tutto preso com' dalle cose politiche, nelle quali mi
dicono pretende di dettar legge senza riguardo per le tradizioni fiorentine, finisce per trascurare gli
affari del Banco, con gran danno e pericolo per tutti noi.
Nei libri di conto dei Medici trovo che dall'anno 1434, cio da quando Cosimo rientr dal suo
esilio in Venezia, fu spesa una somma con la quale si poteva forse finanziare una guerra: 663.775
fiorini d'oro, e non esagero. Molto se n' andato per edificare il vostro gran palazzo di Firenze, ma
molto sono anche costate le elemosine varie con le quali Cosimo, pace all'anima sua, faceva
dimenticare a Santa Romana Chiesa certi piccoli traffici discreti che operava, come si suol dire, con la mano sinistra.
Il Banco non ha mai recuperato la somma di 170.000 fiorini che furono prestati a Francesco
Sforza, e di questo ammanco abbiamo molto da dolerci. Per quando riguarda altre filiali, non c' da
stare pi allegri: la sede di Lione patisce le malversazioni di Lionello de' Rossi, ed  stata pi volte
sull'orlo del fallimento; possibile che Lorenzo non trovi un gestore meno ladro e pi capace?
Quella di Londra sar ben presto liquidata, ho motivo di credere; e avremo un passivo di ben
51.553 fiorini. Riguardo alla nostra sede di Venezia non ho notizie recenti, tuttavia i cattivi rapporti
tra Firenze e la Serenissima non potranno certo giovarle.  vero quel che si mormora su Giuliano e
una ragazza del patriziato veneto? Se tali voci avessero fondamento, ci si rivelerebbe un'autentica manna dal cielo, per noi.
La filiale che fu aperta a Napoli seguiva un desiderio ch'era quasi un ordine di re Ferrante, ma
in acque tranquille non ha navigato mai, mentre a Bruges il nostro agente Tommaso Portinari
difficilmente potr recuperare il tanto denaro imprestato al duca di Borgogna, quel Carlo il Temerario
che era notoriamente un pessimo pagatore: quando quest'ultimo  morto, mesi addietro, abbiamo
calcolato che doveva al Banco Medici la bellezza di 9500 libbre di grossi, somma vicina ai 2500
fiorini. E aggiungo che lo stesso Portinari, secondo mie fonti attendibili, non si fa mancare proprio
nulla: abita infatti in un palazzo bellissimo, dove conduce vita da gran signore.
Molto mi preoccupa infine la perdita dei crediti che avevamo presso il sommo pontefice, che ha
tolto ai Medici la Depositeria per la crociata: dimmi, sorella cara, questa decisione  proprio irrevocabile?
Dai monsignori della Curia ho saputo che sulle decisioni di Sisto IV impera l'influenza del
nipote Girolamo Riario, e che il papa non si sarebbe neppure sognato di spendere una fortuna per
comprare la citt di Imola, se quel tanghero non lo avesse tormentato mesi e mesi perch voleva
prendere in moglie la figlia di Galeazzo Maria Sforza. Questo Girolamo  un uomo ambiziosissimo,
arrogante e pretenzioso; pare che prima meditasse di sposare una figlia del principe di Rossano,
perch lo intrigava l'idea di portare addirittura un titolo principesco. La vicinanza di quell'uomo al
Santo Padre  per noi funesta, e del resto il pontefice non ha preso bene il rifiuto di tuo figlio: ma
perch, mi chiedo, Lorenzo volle negare a Sisto IV il denaro necessario a comprare Imola? Non
sarebbe stato saggio accondiscendere ai desideri del papa, tanto pi che la sua debolezza verso il
nipote Girolamo  un fatto conclamato? Qui a Roma si dice che il papa non governa davvero, perch
Riario e un manipolo di suoi accoliti hanno stretto la Curia dentro una cupola di ferro, e nulla d'importante viene deciso al di fuori.
Ben altra sarebbe stata la situazione se fosse vissuto l'eminentissimo cardinale Pietro Riario:
la sua morte improvvisa lasci un vuoto incolmabile nel cuore di Sisto IV come nei giochi di potere
della Curia, e di ci Girolamo ha subito approfittato con diabolica scaltrezza.
Pietro fece assai parlare di s, nei pochi mesi in cui us spregiudicatamente il potere e il
credito dovuti all'affetto dello zio pontefice; ma non era un uomo di cattiva pasta, e lo abbiamo visto
con i nostri occhi, quando fu nominato arcivescovo di Firenze. Certo, nonostante anch'egli come il
papa provenisse dall'ordine minoritico, poco aveva dell'originaria modestia e della consueta frugalit
di Francesco d'Assisi; ha cercato di ammassare benefici per un ammontare di rendite che lo rendeva
ricchissimo, ma pi ancora era famoso per le sue clamorose dissipazioni e la condotta sregolata.
Teneva persino un'amante ufficiale, tale donna Teresa, alla quale dopo la morte del porporato si
presentarono per porgere le condoglianze tutti i pi grandi signori di Roma, quasi fosse la vedova di
un re. Manteneva una vera corte, al suo seguito, e dicono persino che nelle sue residenze vigesse un
cerimoniale sontuoso, non tanto diverso da quello che scandisce le giornate di Sua Santit.
I romani osservarono dieci giorni di lutto stretto; non certo perch fosse un prete esemplare,
ma grati per tutto il divertimento che aveva pagato di tasca sua e dispensato al popolo. Pensa che dai
pennoni di Castel Sant'Angelo fu vista sventolare una bandiera dove figurava scritto: "Addio alle feste nostre!".
Noi Medici invece non lo rimpiangiamo affatto: in soli due anni che fu nel Sacro Collegio,
riusc a dissipare ben 300.000 fiorini, somma che noi dovemmo prestargli, e cos grande che non fu
possibile coprirla nemmeno con le sue poderose rendite cardinalizie; infatti lasci in carico alla
Depositeria 6000 fiorini di debito. A questo, mi duole dirtelo, s'aggiunge l'ammanco di ben 107.000
fiorini che per ordine di Lorenzo, contro il mio consiglio, furono anticipati alla Tesoreria Apostolica, e
che dispero seriamente di veder recuperati.
In breve, sorella mia, devi ammonire tuo figlio: il Banco naviga in pessime acque, e se per caso
anche solo tre o quattro dei nostri maggiori clienti volessero rientrare del loro credito tutti assieme,
non saremmo in grado di pagare quelle somme. Perch Lorenzo si getta anima e corpo nella politica
disdegnando la conduzione degli affari?
E perch tiene uno stile di vita principesco, s che tra opere d'arte, acquisto di preziosi e feste
varie spende pi di quanto potrebbe permettersi?
Confido che la saggezza e l'amore di madre sapranno guidarti nel ridurlo a una condotta pi accorta.
Tuo Giovanni Tornabuoni
Affranta per le notizie appena ricevute, che superavano le sue pi nere aspettative, Lucrezia si
affrett a far sparire la lettera nel cassetto in cui teneva la corrispondenza scabrosa e i documenti
riservati che i familiari non dovevano vedere. Neppure Lorenzo era ammesso a quella speciale riserva
di segreti.
A suo tempo, Cosimo le aveva insegnato che non tutte le groppe vengono al mondo capaci di
portare carichi simili; perci, chi pu farlo deve sacrificarsi per tutti gli altri e percorrere il suo calvario
privato in silenzio e solitudine. Cosimo conosceva Aristotele, e come lui credeva che gli uomini
d'ingegno debbano essere per natura i capi degli altri.
Affond la faccia tra le mani in un attimo d'intenso sconforto. Ma bast poco, perch il suo
carattere combattivo recuperasse la lucidit. Allora prese carta, penna e calamaio. Spian il foglio, e
cominci a scrivere.
Caro Giovanni, fratello mio,
non posso che dolermi per le cattive notizie di cui tuo malgrado ti fai latore; lo stato finanziario
del banco non  molto migliore nemmeno qui a Firenze.
Lorenzo  caparbio, lo sai bene. Non si lascia consigliare, e guidare meno che mai.
Sfortunatamente, non possiede lo stesso talento di Cosimo per gli affari. Il nonno sceglieva uno per
uno i suoi collaboratori, controllava la loro attivit, prendeva di persona le decisioni importanti; mio
figlio invece lascia volentieri gli affari in mano a Francesco Sassetti, che fa ci che vuole. I direttori
delle varie figliali godono dunque di una libert prima d'ora impensabile, e non tutti ne usano degnamente.
Non hai torto neanche sul resto: Lorenzo spende troppo.
Io cerco di fare economia su tutto, per compensare certi eccessi, e come unico risultato ottengo
che mia nuora mi tacci di essere pi avara di un giudeo!
Cifre da capogiro sono spese per le arti. Pensa che molti magnati di Firenze, persino gente di
schiatta tra le pi antiche, gli domandano consiglio quando vogliono riedificare i loro palazzi, e se per
caso il progetto che Lorenzo disegna di mano propria si rivela troppo costoso per le loro tasche, allora
mio figlio dona con grande prodigalit ci che manca perch l'impresa si avveri. Dio mi  testimone se
non l'ho rimproverato!
Lorenzo risponde che ci d mostra di grandezza, perch fa figurare le finanze dei Medici cos
prospere da poter addirittura pagare i palazzi altrui. E poi, aggiunge, vuole vedere il volto di Firenze
crescere in splendore ogni giorno di pi, e sentirsi orgoglioso di vivere nella citt pi bella della terra.
Io penso invece che sia un grave peccato di vanit, da parte di mio figlio: Lorenzo vuole
imprimere a Firenze l'impronta del suo genio, s che la sua anima assetata di bellezza possa riflettersi
in tale magnificenza come un diamante in uno specchio.
Nessuna cifra gli sembra eccessiva quando vi sia da finanziare qualche scultore, da foraggiare
un pittore talentuoso; credo per che buona parte della raccolta di gemme cui ti riferisci, quella che fu
di papa Paolo II, l'abbia ricevuta in dono, in realt...
I colpi bussati alla porta fecero sussultare Lucrezia. Pieg il foglio in due rendendo invisibile ci che aveva scritto.
"Avanti!".
Clarice varc la soglia a schiena eretta e con passo solenne. Lucrezia Tornabuoni Medici le riserv uno sguardo fugace e distratto.
"La signora principessa non riposa? Eppure dev'esser stanca, dopo la festa".
Clarice si guard bene dal raccogliere la provocazione. Anche Lucrezia, si capiva, era scossa
proprio come lei da qualche grave pensiero.
Lo spazio tra suocera e nuora non era un angolo di Paradiso; fra due donne entrambe
intelligenti, di forte personalit, per diversissime per carattere, educazione e retroterra, difficilmente
poteva andare in altro modo.
"Posso parlarvi, cara suocera? Se la lettera che scrivete  importante, torner domani".
Lucrezia mise via con gesto rapido il foglio. Nessuno doveva sbirciare in quelle questioni tanto
incresciose.
"Parla pure", le disse.
Dal tono pareva un ordine, pi che una concessione, ma Clarice non ci bad: bench la voce
suonasse un po' ruvida, non v'era traccia di cattiveria. E poi, doveva assolutamente confrontarsi con
qualcuno che conoscesse Lorenzo a fondo. Per capire cosa stava succedendo a suo marito. E Lucrezia,
se a volte si dimostrava un po' gretta nei ragionamenti, difficilmente cadeva in errore quando si trattava
dei suoi figli.
"Ho avuto un dialogo interessante con ser Sagramoro, durante il banchetto".
"Uomo di piacevole eloquenza", approv Lucrezia.
"Ma le cose che mi ha detto non lo erano altrettanto, cara suocera. O meglio, quel che mi 
sembrato volesse dirmi dietro il suo linguaggio biforcuto da diplomatico".
"Che intendi, nuora?"
"Quale grado di franchezza potete sopportare, Lucrezia?".
Una domanda tanto insolita acu la curiosit della matrona e istill in lei un insistente senso
d'allarme.
"Sii del tutto sincera. Oppure  meglio se taci".
L'invito rinfranc Clarice, che si aspettava e sperava dalla suocera quel genere di
atteggiamento. Senza fare complimenti si serv del vino e lo bevve con una fretta inusuale che
all'occhio avvertito della suocera rivelava ansia.
"Vi risulta che Lorenzo possa essersi inimicato qualcuno molto potente, in citt?"
"Nella norma, Clarice. Tuo marito sa essere odioso, quando vuole. Lo sai bene. Era il nipote
prediletto di Cosimo che lo educava e lo viziava in modo spudorato, quindi qui in casa  sempre stato
necessario fare come diceva lui".
"In casa passi pure. Se per Lorenzo pretende di farlo anche in seno alla Signoria, allora  un
guaio. Sagramoro alludeva precisamente a questo: Lorenzo tiranneggia le istituzioni, disprezza le
tradizioni di Firenze. E si sente talmente forte da umiliare pubblicamente le famiglie pi antiche,
mentre chiunque non sia d'accordo con lui, sa che la pagher molto cara. Vi risulta, suocera mia?".
Lucrezia, mentre la nuora parlava, l'aveva raggiunta presso il tavolo e s'era a sua volta versata
una coppa di vino. Invece di berlo tutto d'un fiato come aveva fatto Clarice, s'era messa a camminare
su e gi per la stanza. Passava quella coppa piena da una mano all'altra.
Infine si ferm. Si volt, conficc lo sguardo in quello della nuora. Parlare o tacere del tutto?
Che atroce dilemma!
Clarice non s'era mai immischiata nelle faccende pubbliche di Lorenzo; detestava la politica, la
riteneva un affare crudele, squallido, sporco. Era convinta che una dama d'alto rango dovesse restarne
fuori, cos come una donna per bene non deve mettere mai piede in un bordello. Le cortigiane, quelle
s, usavano parlare di certi intrighi a letto con gli uomini, dopo averli dilettati con il sesso.
Se ora la nuora le rivolgeva certe domande, se trasgrediva la sua ferrea regola di occuparsi
soltanto del benessere di Lorenzo e dei loro figli, allora qualcosa doveva averla scossa profondamente.
Parlare o tacere? Al diavolo la prudenza! Lucrezia provava un bisogno pruriginoso di sfogarsi
con qualcuno fidato, per alleviare l'angoscia che si teneva dentro da mesi. E bench non condividesse
molte vedute della nuora, Clarice era senz'altro la persona giusta: amava Lorenzo. Dopo quasi dieci
anni di matrimonio, li univa ancora una passione tenera e viscerale.
"Sagramoro ha ragione da vendere", sbott levando gli occhi al cielo. "Ma temo che il suo
linguaggio velato non abbia reso le vere proporzioni del problema!".
Detto questo vuot la coppa, poi sedette sulla panca davanti al camino. Clarice vedeva le
fiamme gettare sul suo volto ombre oscillanti e lugubri come dita spettrali; e mentre la suocera le
svelava scenari da lei neppure immaginati, chiusa com'era nella torre d'avorio della sua quieta
esistenza, scopriva un lato incognito nella personalit di suo marito che avrebbe preferito non
conoscere mai.
Era una vecchia storia: la vita dei Medici a Firenze poteva dirsi un duello tra loro e il pugno di
famiglie antiche che in passato dominavano la citt, e che ovviamente non volevano cedere lo scettro
del potere. Cosimo aveva subito l'esilio, mentre Piero aveva rischiato di morire per un agguato.
Scomparso quest'ultimo, Lorenzo aveva ereditato l'immane peso della famiglia, con l'atroce sorpresa
di scoprire che non tutti i fedeli di suo padre lo sarebbero stati anche verso di lui e suo fratello
Giuliano. Ogni volta che erano costretti a fare la voce grossa nella Signoria, ogni volta che stringevano
il pugno, i Medici perdevano degli amici e dei sostenitori, perci erano obbligati a sostituirli con altri:
ma il cambio non si rivelava sempre vantaggioso.
Lorenzo sfoggiava atteggiamenti formali di umilt, ma in concreto dominava incontrastato tutti
gli aspetti della vita politica. Per arrivare a questo, tuttavia, si era scoperto troppo. Aveva brigato per
accedere ben due volte a cariche ufficiali di grandissimo prestigio, e manovrando con scaltrezza
spregiudicata le carte degli amici, degli alleati e dei sostenitori, aveva fatalmente accontentato
qualcuno, ma scontentato altri. Molti fra i delusi e gli esclusi da questa girandola di riforme, tutte
condotte pi o meno sul filo della legalit, erano vecchi partigiani dei Medici, talvolta addirittura
membri di famiglie con loro imparentate. I Pazzi erano tra loro.
Di questa catastrofica situazione, purtroppo, Lorenzo non si rendeva conto. Inutile cercare di
aprirgli gli occhi: non voleva sentire ragioni.
Pi tardi, lungo il corridoio ormai immerso nel buio, Clarice lott contro le lacrime e perse.
"Non  lui!", pensava affranta. "Non  l'uomo che ho sposato..."
Che ne era stato di quel ragazzo astuto ma prima ancora accorto, concreto, sagace?
Tutta la sua straordinaria preveggenza politica sembrava svanita nel nulla, dissolta come un
alito di nebbia al levar del sole.
"Cosa gli  successo?", gemeva.
La luna occhieggiava attraverso le arcate della loggia. Piena, trionfale, sfacciata, fin quando un grumo di nubi nere si par a oscurare la sua luce. E di colpo fu notte fonda senza nemmeno il conforto di una stella. Anche il cuore di Lorenzo era calato nelle tenebre. La sua anima sembrava preda di un oscuro maleficio.
...
.
...
7.
...
.
...
Le campane di San Pietro rintoccavano l'Angelus a distesa. Tutto il cielo di Roma, inondato di
luce, sembrava tremare come un'azzurra cassa armonica percossa da mille voci di bronzo.
Nello studiolo attiguo alla cappella di San Nicola, cuore dei Sacri Palazzi, un uomo illustre
stava in ginocchio e a capo chino; non si sarebbe detto che occupasse un ruolo altissimo nelle gerarchie
del suo secolo: conte, duca, ma soprattutto Capitano dell'esercito papale. In quel momento, in effetti,
gli pareva di essere solo un povero fante bistrattato da un generale furibondo. Solo che il veterano in
piedi dinanzi a lui, faccia convulsa di una rabbia che non era decente manifestare come avrebbe voluto,
era il Santissimo Padre Sisto IV, erede di Pietro e Vicario di Cristo in terra.
"Voi siete il suo padrino di battesimo!", tuonava il papa. "Avete doveri di padre nei suoi
confronti e precise responsabilit. Dovete mettere un freno alla sua tracotanza".
Federico da Montefeltro, di recente nominato duca di Urbino, chin ancor pi la fronte
preparandosi a dare la risposta che teneva in serbo. Onestissima, per altro.
"Padre Santo, Lorenzo de' Medici  un uomo caparbio. Non d ascolto a nessuno. Solo Cosimo
riusciva a piegare la sua protervia. E quel ch' peggio, crede di essere sempre nel giusto".
Gli occhi scuri del papa lampeggiarono d'irritazione.
"Crede di essere nel giusto? E crede anche di abitare in un mondo di mentecatti che non si
accorgono delle sue macchinazioni? Sta insultando la nostra sacra persona!".
"Far il possibile per richiamarlo a una condotta migliore, Padre Santo. Voi per sapete che non
ho avuto alcuna parte nella strage di Volterra. Sono sceso in testa alle mie truppe perch voi me lo
avete ordinato, perch le miniere di allume della citt appartengono alla Chiesa. Ho combattuto con i
soldati di Firenze perch stavano dalla vostra parte. Ma come potevo sapere che Lorenzo de' Medici
aveva manovrato le magistrature? Ignoravo che la sommossa era scoppiata per colpa sua. Credetemi,
vorrei non essere mai andato in quella citt!".
Il tono era umile e contrito. L'arcivescovo Salviati, che fino a quel momento era rimasto
confinato in un angolino discreto, si fece avanti e ottenne dal papa il diritto di parola. Aveva un'espressione mordace e beffarda.
"Vi spiace cos tanto di aver combattuto a Volterra, signor duca? Eppure ne avete tratto grandi vantaggi".
"Giammai!", tuon Federico. "Questa  un'odiosa calunnia messa in giro per denigrarmi".
"A volte anche le calunnie celano un fondo di verit. Ci risulta, per esempio, che gran parte dei
manoscritti pi preziosi e dei dipinti che appartenevano ai ricchi abitanti volterrani siano ora custoditi
nella vostra grande collezione d'arte di Urbino. Quale coincidenza... Quei capolavori sono frutto di
razzia, provengono dal bottino che i vostri soldatacci strapparono alla popolazione inerme della citt".
Colto alla sprovvista, Montefeltro impallid. Salviati, intanto, aveva fatto avanzare un chierico
della Camera Apostolica che aveva in volto il colore della tempesta. Piccolo, magro, consumato da un
rancore sordo che pareva affiorare fino all'epidermide, aveva occhi grigi come lame di pugnali che
vagavano inquieti cercando su chi sfogare la propria inestinguibile rabbia.
"Mastro Antonio Maffei da Volterra", lo present Salviati. "Notaio apostolico e stampatore
della Curia. Lui era l, quando accadde lo scempio. Tutta la sua famiglia  stata annientata, gli resta
soltanto una sorella pi giovane che per fortuna non era in citt. Prego, Maffei: raccontate al signor duca cosa avete visto!".
Gli occhi del notaio per un attimo s'inumidirono di pianto. E cominci a narrare il giorno
dell'Apocalisse, le truppe che si riversano nella citt ormai priva di difese, le case incendiate, le grida
di donne violentate e gli innocenti sgozzati sulla pubblica via. Rumore di ferro, di fuoco che devasta
tutto, mentre le strade di Volterra si tingono di sangue.
Il poveretto aveva dovuto vedere sua madre brutalizzata dai mercenari anche se anziana, poi
denudata e gettata dalla rocca dopo aver avuto il ventre trapassato da una picca.
"Tutto perch Volterra possiede miniere d'allume", sibil con la voce rauca. "E Lorenzo de'
Medici le voleva. Quel maledetto non ha timore di Dio, e le sue mani grondano sangue!".
Federico da Montefeltro era costernato. Ogni tanto osava rivolgere al papa un'occhiata furtiva
per valutare quanto di quell'orrore potesse essere imputato alla sua responsabilit. Nessun dettaglio in
quell'eccidio gli era nuovo, data la sua lunga esperienza in fatto di guerre e di assedi; solo che appariva
ben diverso, lo scenario, se visto dalla parte di chi aveva dovuto subire, anzich dalla posizione in cui il
duca lo guardava di solito: dall'alto del suo cavallo, oppure a distanza, accanto a un fuoco confortevole,
gridando ordini ai soldati che intanto compiono la carneficina. Imbarazzante, davvero, la sua condizione al cospetto del papa.
"Santit, mi duole dirlo ma  la cruda legge della guerra", mormor compunto. "I soldati di
ventura sono come cani feroci. Come demoni dell'inferno: una volta aizzati contro il nemico, spesso 
impossibile tenerli a bada. Ammetto che la situazione mi  sfuggita di mano...".
In quel momento avanz fino a lui Girolamo Riario. Fissava il duca di Urbino, il potere pi
forte che si opponesse alla sua espansione in Romagna, con un sorriso reso perfido dall'invidia.
"Ma signor duca...! Un uomo della vostra esperienza bellica che perde il controllo delle truppe?
Se pretendete che noi lo crediamo, allora vi fate gioco della nostra intelligenza", insinu caustico.
Federico da Montefeltro fremette d'irritazione. Lo detestava, quel tanghero senza qualit che
osava l'impossibile, ma sapeva di uscirne sempre impunito perch aveva uno zio sul trono di Pietro. Il
papa gli aveva addirittura procurato in moglie una Sforza!
Riario era un serio problema, per il ducato di Urbino: tutti sapevano che intendeva sedurre Sisto
IV per allargare i suoi domini a spese delle citt emiliane e dei signori confinanti. Sognava di crearsi
addirittura un principato tutto suo nell'Italia centrale; per il momento, stava mettendo Montefeltro in una posizione indifendibile dinanzi al papa.
"Non ho colpa per la strage di Volterra!", ribad Federico con uno scatto di reni e d'orgoglio.
"Ma cercher di rimediare ai danni commessi mio malgrado. Ditemi, Maffei: c' qualcosa che posso
fare per voi o vostra sorella?"
"Vi ringrazio, signor duca. Io ho trovato accoglienza dal Santo Padre. Mia sorella vive bene
presso una famiglia che la ospita e la protegge".
"Ma dovete ammonire Lorenzo de' Medici", ordin il papa. "Che si ravveda e lasci ogni suo
incarico nella Signoria. O saremo costretti a scagliare su Firenze i fulmini della nostra ira".
Cos detto, il sommo pontefice si volt e lasci la stanza senza salutare il Capitano delle sue
guardie.
"Padre Santo!", lo richiam Montefeltro. "Mander a Firenze mio genero, Roberto Malatesta.
Lui e Lorenzo sono amici da tanti anni, c' un affetto sincero tra loro. Roberto gli parler. Sapr
riportarlo sulla retta via".
Sisto IV si volt, torn a guardare il duca. Roberto Malatesta... S, lo aveva conosciuto, era un
giovane sagace e assennato, gli aveva fatto un'ottima impressione. Quindi annu.
"Che Lorenzo de' Medici cambi subito rotta", ordin il papa. "O non potr evitare il naufragio!".
...
.
...
8.
...
.
...
Giuliano fece irruzione nello studio di suo fratello.
"Buongiorno, cognata. Dovrei parlare un momento con Lorenzo".
Clarice smise di riordinare nella cassaforte la collezione di gemme, perle e gioielli che formava
il tesoro dei Medici, pieg la testa di lato in un gesto obbediente, e subito svicol fuori dallo studio. Il
piglio serio del cognato annunciava l'ennesima, probabile discussione tra fratelli, e lei non aveva
intenzione di ascoltare per nulla al mondo quel diverbio scatenato da qualche ragione politica.
"Siediti", disse Lorenzo.
Giuliano lo fissava in silenzio, e Lorenzo gli lesse in faccia uno strano miscuglio di emozioni
che lo rendeva pugnace e ironico al tempo stesso.
"Buongiorno, Lorenzo. Sembri proprio re Mida, cos seduto dinanzi a questo grande scrigno
colmo di tesori!".
"Sarebbe bello avere il dono di trasformare in oro tutto quel che tocco", rispose lui.
"Perch? Forse non ce l'hai gi?".
Lorenzo prefer non replicare. Le preoccupazioni per lo stato finanziario del Banco erano cosa
nella quale il fratello minore non doveva intromettersi. E cos anche i rapporti con papa Sisto IV, che
un tempo eccellenti, di recente s'erano drasticamente raffreddati. Per giunta, varie filiali estere dei
Medici avevano dovuto chiudere per colpa di amministratori scelti con scarsa oculatezza. Lorenzo
aveva ereditato molte delle doti di Cosimo, ma sfortunatamente, non il suo pallino per gli affari. N
Giuliano, n Clarice, n altri membri della famiglia dovevano essere messi al corrente di certe
ristrettezze, fuorch sua madre Lucrezia, la grande economa di casa Medici; una solida immagine di
ricchezza  di per s una forma di potere, che pu anche trasformarsi in denaro, all'occorrenza, purch
certe magagne restino confinate nello stretto ambito del privato.
"Com' andato, il tuo viaggio a Venezia?", gliss infatti. "Mi riferiscono che Marco Correr ti
ha assillato in diverse occasioni. Cosa c', vuol forse appiopparti qualcuna delle sue figliole?"
"Hai colto nel segno, fratello: possiedi informatori efficientissimi. La ragazza si chiama
Laudomia ed  persino bella, a dire il vero. Non sono pazzo d'amore per lei, in ogni caso. E l'incontro
con Correr  stato comunque interessante. Vuoi sapere una cosa? Mi ha mostrato una lettera che tu hai
ricevuto da Gentile Becchi. Parla di me, ovviamente. Stai brigando per farmi sposare la nipote del papa,
a quanto sembra: e ti sei ben guardato dal dirmelo!", concluse irritato.
Lorenzo sbuff. Da quando il pontefice aveva sottratto ai Medici l'appalto per sfruttare le
miniere d'allume, il Banco navigava in acque incerte e perigliose; perci a Lorenzo era sembrato utile
coltivare l'idea di vedere Giuliano sposato alla sorella di Girolamo Riario. Nulla come un legame di
parentela poteva procurare ai Medici un ritorno di fiamma nell'idillio con Sisto IV, e il progetto aveva
anche un secondo, non modico vantaggio: da quando un loro parente s'era seduto sul sacro trono di
Pietro, i Riario la facevano da padroni, in Liguria; Genova aveva accesso alle miniere d'allume del
Levante, sulle quali Lorenzo sperava di poter mettere un giorno le mani. Doveva scovare una nuova
fonte di guadagno, e in tale direzione s'era mosso; ma la novit che Giuliano gli stava prospettando non
mancava di attrattive.
"Il cardinale Ammannati insiste per farti prendere i voti, Giuliano. Dice che sarebbe per la
sicurezza tua e della nostra famiglia. Sai che un cardinale Medici nel Sacro Collegio ci renderebbe
incredibilmente pi forti. Invulnerabili, forse. Ma se proprio ti vuoi sposare, abbandoner l'idea. In
fondo, Venezia ha accesso alle miniere di allume che si trovano nell'Eubea. La parentela con Marco
Correr pu rivelarsi molto utile, per noi".
"S, Lorenzo. Mi voglio sposare! Ma non con Laudomia Correr".
Il lucore che accendeva gli occhi infervorati di Giuliano sorprese molto il fratello. Erano mesi,
che non lo vedeva cos animoso; dopo la morte di Simonetta Vespucci, caduta su tutti loro come un
fulmine a ciel sereno, Giuliano era piombato in uno stato di depressione disperante. A nulla erano
serviti i divertimenti, le donne bellissime, gli incarichi diplomatici che Lorenzo affastellava intorno al
fratello per distrarlo, e cos riempire i suoi giorni vuoti, senza gioia di vivere. Sembrava uno di quegli
automi che si mostrano ai visitatori nella reggia del Gran Turco: parlava, si muoveva, agiva secondo
quanto gli veniva chiesto, ma sembrava privato dell'anima.
Che gioia, ora, vederlo di nuovo cos euforico! Per una donna, a quanto pareva; che tuttavia non
era n Agostina Riario, n la figlia di Marco Correr.
"E chi sarebbe, colei che t'ha involato il cuore?"
"La donna pi bella di Firenze. Ma direi piuttosto del mondo intero".
Lorenzo sorrise tra i baffi. Un tempo Giuliano diceva la stessa cosa della sua antica amante,
della sua dea; ma adesso, sia lode a Dio, ne aveva trovata un'altra da adorare!
"Come si chiama?"
"Simonetta Cattaneo Vespucci".
L'espressione divertita e un po' gaglioffa con cui Lorenzo stava amabilmente deridendo suo
fratello si sgretol in un istante. Di colpo divenne serio e preoccupato.
"Giuliano, ti prego... Lei  morta, lo sai. Nessuno pu farci niente".
"Mi credi pazzo, vero? Allora alzati e vieni alla finestra. Guarda gi in strada!".
La determinazione di suo fratello era tanta e tale che Lorenzo, bench a malincuore, non pot
resistergli. Si vers un bicchiere di vino e un altro lo riemp per Giuliano. Ci voleva davvero qualcosa
di forte da buttar gi.
"Bevi", lo ammon quando fu in piedi accanto a lui. "Anche se in realt sarebbe meglio darti un
tonico per calmare i nervi".
"Guarda laggi", ripet Giuliano fremente d'impazienza. "Lo vedi, il gruppo di dame che
ascoltano il predicatore? Guarda quella al centro, vestita di verde".
Lorenzo sospir e fece come suo fratello diceva. Guard le donne tutte prese dal frate che aveva
scelto di montare in piedi su un carro, come fosse un pulpito dal quale far tuonare il proprio sermone
sulla folla. Poteva vederle bene, di schiena, ferme proprio sotto Palazzo Medici. Stava sorseggiando
lentamente il suo vino, gettando sguardi furtivi al fratello con l'amorevole pazienza del capofamiglia
per un congiunto che sragiona; quando, all'improvviso, quella giovane donna si volt verso la finestra
alla quale stavano affacciati. Cercava qualcosa con gli occhi, o qualcuno. Occhi che s'intuivano
chiarissimi, intensi e innocenti; ma quando intercettarono il volto di Giuliano, s'empirono di una
ridente malizia mentre le sue guance s'imporporavano di calore. Il che la rendeva mille volte pi bella.
Li salut entrambi con un guizzo dello sguardo.
Lorenzo, che teneva la sua coppa a fior di labbra, trasal in modo cos violento che quel delicato
capolavoro di vetri veneziani gli scivol di mano, e fin a terra in un disastro di cocci infranti.
"In nome del Cielo...", sibil senza fiato. "Come pu essere?"
"Anch'io ne sono rimasto strabiliato, Lorenzo. E stregato".
"Chi ?"
"Si chiama Semiramide".
Lorenzo, che dopo lo smarrimento dei primi istanti aveva gi recuperato il suo invidiabile
sangue freddo, torn allo scrittoio e si vers un'altra coppa di vino. Stavolta lo tracann tutto d'un
fiato.
"Semiramide? Che idea balzana chiamare una ragazza cos!", disse stupito. "Non era
quell'antica regina che praticava ogni tipo di peccati carnali? Mi pare che le piacesse andare a letto
persino con il figliastro. Com' che dice Dante, di lei? Ah s, ecco: che libito f licito in sua legge.
Complimenti, fratello mio: il nome promette bene!".
Giuliano, che aveva gustato il crudissimo sconcerto di Lorenzo come se si prendesse una sonora
rivincita su di lui, ora ardeva dalla voglia di chiudere il cerchio.
"Sfotti pure quanto vuoi. In realt  una ragazza di ottima famiglia. Nubile. Virtuosa. Ha un
contegno regale. Io la voglio!", chiuse in un tono che non ammetteva repliche.
Lorenzo lo fissava basito, ma anche segretamente felice di vedere che suo fratello, cos devoto
alla famiglia, obbediente e ligio alle strategie dinastiche, ora sembrava deciso a imbarcarsi per
veleggiare in mare aperto seguendo soltanto la propria rotta. Crescendo, raggiunti i giorni inquieti
dell'adolescenza, il ragazzino giudizioso di un tempo aveva lasciato il posto a un giovane uomo
assennato, di buon carattere, ma talvolta incline ai colpi di testa. Lorenzo aveva il diritto e prima ancora
il dovere di frenare i suoi impeti.
"Tu la vuoi, Giuliano. Come se questo bastasse! Gli uomini nella nostra posizione non si
sposano per amore, lo sai bene".
"Anche il tuo matrimonio fu dettato dall'interesse?".
Colpito, il capofamiglia dei Medici non pot che giocare in difesa.
"In parte. Ma non ho avuto la pessima idea d'innamorarmi di una donna qualunque, fratello
mio. Il legame di parentela con i potenti signori Orsini ha portato grandi vantaggi alla nostra famiglia.
O vuoi negarlo?"
"Non lo nego, Lorenzo. Ma sta di fatto che hai legato la tua sorte alla donna che amavi. Non ti
sto chiedendo di sposare una popolana. Quella ragazza  di nobile lignaggio. Imparentarci con lei pu
arrecare ai Medici un gran profitto".
La parola "profitto" azion nella testa di Lorenzo una certa cupidigia.
"Sul serio, Giuliano? Che intendi?"
"Semiramide  la figlia di Jacopo Appiani. Il signore di Piombino".
Lorenzo si carezz il mento ben rasato. Quel cognome gli suggeriva allettanti connessioni.
"Jacopo Appiani", mormor sovrappensiero. "Dunque la madre della ragazza  monna
Battistina Fregoso. La zia della nostra amata Simonetta".
"Questo spiega la somiglianza impressionante. Ma non esagero, Lorenzo, se dico che
Semiramide sembra addirittura avere qualcosa pi di lei... Non lo so, forse sto delirando. Il fatto  che
mi sembra d'aver completamente perso la testa!".
Lorenzo si era alzato e aveva assestato una bella pacca sulla spalla del fratello.
"Certo che ha qualcosa pi di lei, Giuliano. In primo luogo  viva e vegeta. Secondo punto: non
ha marito. Ma soprattutto...".
S'interruppe per aprire uno stipo nel quale frug alacremente fin quando non trov un rotolo,
che poi distese sul piano dello scrittoio. Era una mappa geografica che riproduceva la penisola italiana.
"Ecco!".
Con il dito puntava una zona lungo il litorale tirrenico, sulla quale certi simboli codificati
rivelavano l'esistenza di risorse importanti.
"Nell'area dominata da Piombino ci sono miniere di ferro", mormor in un sorriso goloso. "E
miniere di allume, soprattutto!".
Tra i due fratelli corse un intenso sguardo di soddisfazione, e un identico pensiero: al diavolo
Girolamo Riario e la sua racchia sorella Agostina!
I Medici avevano appena trovato di che sopravvivere e prosperare senza dover subire la
tracotanza del Riario, quel verme spiantato che intendeva tuonare sul mondo intero solo perch uno zio
papa di scarse doti politiche era incapace di negargli alcunch.
"Parla con suo padre, Lorenzo. Chiedigli la mano di Semiramide per me!".
"Ci penser".
"Devi farlo subito", disse Giuliano con veemenza. Quella foga innesc il sospetto in Lorenzo.
"Perch tanta fretta, fratello?"
"Niente  ancora ratificato, per...".
"Per?"
"Ho saputo dalla madre che  gi stata chiesta la sua mano. Da Francesco de' Pazzi".
Quel nome ebbe il potere d'imprimere sul volto di Lorenzo un'espressione torva.
"Non mi piace", sentenzi. "I nostri rapporti con i Pazzi non sono dei pi cordiali, ultimamente.
E ci lega a loro una parentela stretta! Anche se la notizia del fidanzamento non  ancora pubblica, non
ha importanza: chiedere la mano di quella ragazza per te equivale a un attacco diretto verso di loro.
Arriveremo ai ferri corti".
Giuliano si aspettava precisamente quel tipo di reazione, da parte del fratello maggiore; era la
risposta pi ragionevole e sensata che Lorenzo potesse dare. Ma quando mai l'amore ha istillato negli
uomini pensieri sensati e ragionevoli?
"Va bene", mugugn scuro in volto. "Vedo che non muoverai un dito per il bene di tuo fratello.
Pazienza! Far a modo mio".
E se ne and sbattendo fragorosamente la porta.
...
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...
CAPO 2.
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Sortilegio.
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Ah quanto  fra' pi miseri dolente, chi pu soffrir di donna il fero orgoglio!
Ch quanto ha il volto pi di bilt pieno, pi cela inganni nel fallace seno.
Angelo Poliziano, Stanze per la giostra, 1, 15.
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...
1.
...
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...
"Perdonatemi, padre. Perch ho peccato gravemente".
"Non credo proprio!".
La ragazza alz la testa che teneva china sulle proprie mani giunte.
Aveva udito bene? Guard intorno a s: la navata centrale del Duomo era sgombra di fedeli. A
quell'ora di buon mattino solo pochi devoti si recavano a messa, per lo pi anziane vedove per le quali
era penoso restare pi a lungo in un letto dove non avrebbero trovato sonno. I chierici apparecchiavano
gli altari per la solenne liturgia festiva come se fossero ricche tavole da imbandire, rimuovevano i ceri
dai pesanti candelieri del soffitto facendo gracchiare le catene di ferro sul meccanismo dell'argano. Chi
dunque aveva detto la frase incongrua che le era sembrato di udire?
Di certo non era stata sua madre, che l'aveva condotta in chiesa a confessarsi e adesso
chiacchierava con un'altra dama di chiss cosa. Pettegolezzi, magari; o forse, monna Battistina gi
s'incensava per aver trovato a sua figlia un ottimo partito, poich la sposava a un uomo di casa de' Pazzi.
Semiramide torn ad abbassare testa e sguardo sulle mani giunte. Magari aveva solo
immaginato quelle strane parole.
"Perdonatemi, padre. Ho peccato...".
"No!", disse secca la voce del frate cappuccino.
Era seduto su uno sgabello accanto a lei, calata in ginocchio per ricevere il sacramento. Lei trasal. Stavolta lo aveva sentito bene, non poteva sbagliarsi.
"Cosa?"
"Ho detto che non ci credo, ai vostri peccati. Non potete avere colpe, voi".
"Ma come...".
"E quali sarebbero, allora? Sentiamo! Avete dunque peccato in parole, opere e omissioni?"
"Beh, s, certo...".
"Parole! Cosa mai potrebbe uscire di profano e detestabile, da una bocca bella come la vostra,
che sembra fatta solo per baciare? Opere! Quali atrocit possono aver commesso le vostre mani,
bianche come l'avorio, nate per dare carezze? Omissioni! Ah, ecco, questa  davvero una colpa
imperdonabile: l'amore che non avete fatto, tutto il piacere che potevate prendere e dare...".
Esterrefatta, la ragazza spalancava sul frate i suoi begli occhi verdi. Il pesante cappuccio di lana
grezza e bigia, calato sulla faccia, non lasciava vedere il volto, come le maniche abbondanti e lunghe
celavano alla vista le mani giunte tra loro. Ma per un attimo che le mosse, Semiramide not un lembo
di pelle bianchissima e levigata. Mani da gran signore, quelle; di uno che mai aveva fatto lavori servili,
in vita sua.
"Ma chi siete, in nome di Dio?", chiese in sussurro.
"Non nominate il nome di Dio invano, figliola. Sarebbe peccato: e abbiamo detto che sono ben
altre le colpe che vi esorto a commettere...".
In quel momento, con scatto inesorabile di predatore esperto, il frate afferr il polso della
ragazza cos stretto che lei cap all'istante di non potersi pi sottrarre. Alz appena la testa affinch lei
potesse scoprire, nella penombra del cappuccio, due occhi ben noti fissati avidamente su di lei.
"Voi!", sibil basita.
"Chi altri volevate, di grazia?".
Il bel volto di Semiramide s'infoc di sdegno, e cos pure avvamp la pelle delicata del seno
che faceva capolino dallo scollo generoso, secondo la moda fiorentina. Nei recessi di quel seno offerto
impudicamente alla vista, Giuliano affond uno sguardo avido e voglioso.
"Dovete essere pazzo! Travestirvi da religioso... Osare di mettere in scena questa farsa
scandalosa... Voi state commettendo un sacrilegio!".
"Allora siamo in due, Semiramide. Se una donna bella come voi sposer quel lombrico di
Cischio de' Pazzi, allora sar commesso un gesto scellerato. Un crimine contro il genere umano che
grida vendetta al cospetto del Signore!".
Le aveva bisbigliate sottovoce, quelle frasi lapidarie. La voce era appassionata, ma nel contegno
e nel gesticolare imitava alla perfezione il piglio severo di un confessore che ammonisce il peccatore
senza clemenza: donna Battistina e la sua amica, sbirciando la scena a venti passi da loro, erano troppo
distanti per udire, cos immaginarono che il reverendo stesse mettendo in guardia la ragazza circa i suoi
futuri doveri di sposa sottomessa e obbediente.
"Lasciatemi!", disse lei stizzita. "Come osate fare certi discorsi a una donna onesta? In luogo
sacro, per giunta!".
"Proprio perch siete una giovane donna virtuosa devo farvi la corte in chiesa, madamigella.
Avevo forse speranza di trovarvi a passeggiare sotto i portici o a bere vino in taverna?"
"Tacete, quelle sono abitudini da donnacce. Vergognatevi, Giuliano de' Medici! Cosa credete
di ottenere, con questa mascherata sacrilega?"
"Sto compiendo il mio dovere di buon cristiano. Mettervi in guardia contro l'errore madornale
che state per commettere  un'opera buona, in fede mia".
"Sposare un uomo della famiglia Pazzi non  un errore. Appartengono alla nobilt pi antica e
illustre di tutta Firenze. E sono ricchi, per giunta. O volete negarlo?"
"Non cos ricchi come pensate, Semiramide. Una ragazza della vostra et non pu conoscere
certi dettagli, ma sappiatelo per certo: avere sfilato a noi Medici i conti del papa non  un affare d'oro
come la gente pensa. Sua Santit e i signori cardinali sono fin troppo inclini a far debiti. La Curia
Romana  uno stagno infestato di sanguisughe! Attenta, perci: se sposerete quel pupazzo di stoppa,
magari rischiate persino di dover lavare da sola la biancheria, e rammendarvi le calze. Ah, come ne
soffriranno le vostre candide mani delicate...".
"Lasciatemi subito il polso, screanzato! Mi state facendo male. E dite un mucchio di
scempiaggini. Credete di sapere tante cose, invece siete all'oscuro di tutto. Francesco  molto facoltoso.
E presto lo sar ancor di pi".
Nello sfogo indignato della ragazza c'era un'allusione che insospett Giuliano.
"Molto facoltoso, dite? Non mi risulta proprio. Il patrimonio dei Pazzi  cospicuo, ma va diviso
tra diversi fratelli. C' Guglielmo, poi Renato, e Andrea... Ser Jacopo far le parti incominciando dal
primogenito: cos al vostro bamboccio toccher a malapena una scodella di zuppa".
Colpita da quelle parole, lei gli oppose un sorriso di rivalsa.
"Ser Jacopo non c'entra niente. Ha gi dato a ciascuno dei suoi nipoti una porzione dei beni, se
 per questo. Ma il mio fidanzato ricever ben altro, ser Medici. Roba da far impallidire d'invidia
persino gente come voi".
"Mentite".
"Nient'affatto. Non sono incline alle truffe come voi".
"I Pazzi non hanno altro, a parte il patrimonio di ser Jacopo che non ha avuto figli".
"Invece s. L'eredit Borromei".
Spiazzato, Giuliano sollev di pi il lembo del cappuccio per scrutarla meglio in faccia. Diceva
sul serio o voleva distrarlo per fuggire?
"Eredit Borromei?"
"Precisamente. Ricordate ser Giovanni Borromei, quel mercante fiorentino che se ne and a
Milano?"
"Ne ho sentito parlare. Ma sar stato trent'anni fa".
"E con questo? Mia madre mi ha raccontato molte cose sul conto del Borromei. Fece fortuna
prestando denaro agli Sforza, che sono sempre a corto di risorse perch devono pagare truppe
mercenarie, per difendersi. Divenne ricco sfondato, e quando Dio lo chiam a s, lasci tutto a sua
figlia. Ne aveva una soltanto".
"Cos'avrebbe a che fare con voi, questo?".
La voce di Giuliano cominciava a incrinarsi, la ridente vena sarcastica che aveva mantenuto
sino a quel momento, conscio della propria posizione di forza, adesso piano piano svaniva davanti al
presagio di una verit senza rimedio. Semiramide lo intu; rest sedotta dalla tentazione di sapere
quanto era forte la passione di lui, e quanto dolore poteva infliggergli, con le parole giuste. Volle
sferrare il colpo.
"La sola erede di Giovanni Borromei  morta due mesi or sono prima ancora di sposarsi. Non
ha parenti, eccetto quelli di Firenze. Ser Jacopo de' Pazzi  il cugino della sua povera madre. A voi le
conclusioni".
"Perci Cischio avr tutto?"
"Ovvio. Me compresa".
"No! Non posso permetterlo".
"Davvero? E chi sareste voi, per impedirlo? Domineddio?".
Giuliano ebbe un fremito d'orgoglio.
"Quasi! Sono un Medici. Nipote di Cosimo. Fratello di Lorenzo il Magnifico. La vedremo, se
sposerete davvero quella nullit!".
Gli occhi fiammeggiavano, mentre sussurrava a denti stretti quelle promesse implacabili come
una minaccia. Semiramide ne fu cos colpita che per qualche istante non seppe cosa fare. Poi un'idea
fulminea.
"Lasciatemi il polso. Subito!".
"Giammai".
"Lasciatemi! Non avete alcun diritto di trattenermi qui".
"Il diritto me lo creo. Anzi, me lo d l'amore. Perch non trovo pace, da quando vi ho vista. Di
notte mi rigiro nel letto senza poter dormire. Di giorno ho la testa frastornata, piena dell'immagine di
voi. Mi tormenta il ricordo di quando stavo per tenervi tra le braccia".
"Lasciatemi!", ripet minacciosa.
Intanto, con la mano libera, fece scivolare le dita sui capelli che portava raccolti sulla nuca in
una treccia attorta, tenuta ferma da uno spillone d'argento che aveva testa di perle e punta acuminata.
"Voglio andarmene!", disse a denti stretti. "Togliete quella lurida mano dal mio polso. Questo 
l'ultimo avvertimento".
Lui s'inalber, reso audace e disperato dal senso di sconfitta che ormai non poteva pi negare,
dopo la notizia che il suo rivale si sarebbe presto arricchito a dismisura. Con quale coraggio poteva
presentarsi a Jacopo Appiani per chiedere che stracciasse il contratto nuziale, che rompesse il
fidanzamento tra sua figlia e un uomo di schiatta nobilissima, capace per giunta di farla vivere come
una regina?
"Se lo sposate davvero, io ne morir", mormor adirato e lamentoso, a denti stretti.
"Allora morite, Giuliano de' Medici!".
E con un colpo netto, conficc la punta dello spillone nel polpaccio di lui. Giuliano dovette fare
appello a tutta la propria forza, per non prorompere in un urlo disumano. Moll la presa, e lei fu lesta a
svincolarsi.
"Hai finito, cara?"
"S, madre. Torniamo a casa".
"Va bene. Ma che faccia torva. Il confessore  stato severo, con te?"
"Direi odioso".
"Strano! Padre Vincenzo  un uomo integerrimo ma indulgente".
"Credetemi, madre: oggi non pareva lui!".
Semiramide aveva le guance imporporate, mentre cercava di tenere a bada un incendio di
emozioni nemiche che lottavano furiosamente. Si tocc il polso dove restava traccia di quella stretta
tenera e prepotente lasciata dalla mano dell'uomo che la reclamava per s. Prov un'ira ribollente e un
sottile piacere inconfessabile che le dava il capogiro.
Intanto, lontano da loro, un frate cappuccino dall'aria furtiva scivolava zoppicante in sagrestia, sperando di non essere notato.
...
.
...
2.
...
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...
Mio caro Lorenzo,
ieri per l'ennesima volta l'eminentissimo padre Jacopo Ammannati  tornato a chiedermi quale
sia la tua disposizione attuale, nonch la tua decisione, riguardo al progetto di inviare tuo fratello
Giuliano in Curia affinch prenda i voti e diventi, dopo adeguato tempo, dapprima sacerdote e
vescovo, quindi cardinale.
Ammannati mi  sembrato inquieto, stavolta, ben pi che durante i nostri trascorsi colloqui
sulla questione; forse paventa un pericolo senza volto, che la sua esperienza e la posizione eminente in
seno alla Curia gli consentono d'intuire, e che io invece, semplice monsignore, non posseggo i mezzi
per discernere. Dunque ti chieder perdono per il carattere fumoso di questa mia lettera, che non
dipende da scarsa sincerit, n da una volont ambigua: la verit  che io stesso, ascoltando il
cardinale, non ho ben compreso qualcosa che mi pareva di leggere in trasparenza nelle sue parole, e
che tuttavia sembrava dileguarsi come nebbia al sole non appena tentavo di indurlo a dichiarazioni
inequivoche.
Ne deduco che quel sant'uomo non sa, o forse non vuole dire, pi di quanto abbia finora detto
per non alimentare in te insicurezza e timori che forse ti sarebbero nocivi. Dunque mi limiter a
riferirti il suo messaggio nella forma pi nuda e schietta possibile, ovvero esattamente come l'ho
ascoltato dal cardinale stesso. Il nostro dialogo  stato precisamente questo.
"Monsignor Becchi", mi disse l'Ammannati, "non vi pare che voi, come precettore di Lorenzo,
abbiate il dovere di spronarlo a decidersi?".
Gli ho risposto che certamente avevo quel dovere, e che lo avrei fatto subito. Allora il cardinale
mi ha detto: "Se Giuliano diventasse cardinale, la famiglia Medici sarebbe pi al sicuro: hanno fin
troppi occhi addosso, fin troppi avversari".
Gli ho fatto allora notare che  sempre stato cos, e che lo stesso Cosimo non poteva uscire di
casa senza trovarsi circondato da uomini che volentieri avrebbero tinto con il suo sangue il selciato
della pubblica via. L'eminentissimo pareva non darmi ascolto, o forse non voleva parlare di Cosimo
per evitare che il discorso svicolasse lontano dal tema che gli premeva trattare.
Infatti aggiunse: "Se Giuliano venisse a Roma, noi ci prenderemmo cura di lui, lo tratteremmo
come un figlio: e sarebbe al sicuro, ben protetto da una scorta tutta sua come ne hanno gli alti prelati
della Curia. Se invece i due fratelli staranno nella stessa citt, chiunque tentasse un agguato contro di
loro potrebbe assassinarli entrambi. E allora, chi guiderebbe la famiglia?".
Il discorso, come puoi ben intuire, mi allarm e gli domandai all'istante se per caso avesse
sentore di qualche cospirazione contro di te, Lorenzo mio, o contro la tua famiglia. A questo punto
l'Ammannati divenne vago e quasi assente; forse temeva di tradire un segreto atroce che gli era stato
sussurrato nell'orecchio, magari in confessione, o magari invece stava solo dando voce a
preoccupazioni e ansie tutte sue, prive di una qualche sostanza reale. Mi limiter ai fatti, certo che tu
saprai correttamente interpretarli. Anzich rispondere in modo diretto alla mia domanda, mi raccont
un episodio di cui ignoravo i dettagli: pare che Braccio da Perugia, quando scopr che il suo nemico
Pandolfo si trovava per combinazione nello stesso luogo di suo figlio, li fece ammazzare entrambi, cos
un solo colpo di scure tagli l'albero con tutta la radice.
Cosa dobbiamo dedurre da tutto questo?
Non lo so, mio caro Lorenzo; ma per il bene che voglio a te e a Giuliano, mi sono premurato di
inviare immediatamente questa lettera a Firenze servendomi del canale segreto attraverso il quale gi
altre volte ci tenemmo in contatto.
Jacopo Ammannati  anziano, ha la mano tremante quando scrive, e come tutti i vecchi, a volte
si lascia assalire da paure irrazionali che altro non sono se non il riflesso della paura ancestrale
comune a tutti gli esseri umani: quella di morire.
Non lasciare dunque che queste parole offuschino la lucidit del tuo giudizio; e nondimeno,
ragazzo mio, guardati bene le spalle.
Tuo affezionato
Gentile Becchi
Lorenzo richiuse la lettera su s stessa tante volte da ridurla a una sottile striscia di carta, poi
prese una candela e lasci che la fiamma riducesse in cenere il senso di quel messaggio che nessuno
doveva intercettare, pena l'incolumit di Gentile Becchi che lo aveva inviato.
Cosa doveva fare? Ammannati aveva un'innata tendenza a esagerare; inoltre, vissuto per tutta la
vita nel quieto rifugio pieno di agi della Curia Romana, non aveva proprio idea di quanto difficile fosse
la vita per uomini che, come i Medici, dovevano trovare sempre il modo di primeggiare nella scena
politica, se non volevano vedersi privati di tutti i loro beni. E poi, Lorenzo lo sapeva, Ammannati era
segretamente preoccupato per Giuliano: prima aveva temuto che potesse morire in stato di peccato
mortale ed essere dunque dannato a causa dell'adulterio che consumava con la moglie di un altro, e
dopo, morta ormai la bella Simonetta Vespucci, che annegasse nel dolore e sciupasse tutta la sua vita in
dissipazioni, incapace di mettere finalmente la testa a partito. A quel punto, in effetti, la via del
sacerdozio poteva rivelarsi una buona soluzione che avrebbe portato ai Medici addirittura un triplice
vantaggio: per la famiglia, avere un cardinale nel Collegio; per Giuliano, una ricchissima collocazione
sociale e la speranza di una vita serena trovando rifugio nella fede.
Ma Giuliano non era d'accordo. Il solo pensiero lo ripugnava, ogni minimo approccio che
Lorenzo aveva tentato in quella direzione era stato preludio a un litigio memorabile.
Doveva forse costringerlo?
Oppure lasciare che il fratello scegliesse di testa sua e, ignorando i moniti del cardinal
Ammannati, permettergli di andare incontro a un destino avverso?
Era dannatamente indeciso, e questo gli creava un'insopportabile agitazione di nervi.
Decise allora di concedersi un'ora di svago attendendo alla sua occupazione preferita.
...
.
...
3.
...
.
...
Se il falco maschio perde la sua femmina per un qualche incidente, se ne cercher un'altra della
medesima specie, e combatter contro un altro maschio per poterla avere lui soltanto. Ma se potesse
avere la femmina sua, si accoppierebbe con lei, non con altre.
Era un esemplare superbo, un falco pellegrino di rara grandezza e dal piumaggio lucente, a
colori saturi. Giuliano lo teneva sul pugno e lo ammirava perplesso, gettando ora uno sguardo al
rapace, ora a quel passo del trattato sulla caccia con i rapaci scritto dal grande imperatore Federico Secondo di
Svevia: gli era piaciuto al punto di volerlo sottolineare, forse perch gli suggeriva dolenti assonanze
con i suoi guai sentimentali. Non si accorse di Lorenzo che gli arriv alle spalle camminando piano, i
passi ovattati dalla paglia fresca che ricopriva il pavimento della stanza dov'erano alloggiati i falchi dei Medici.
"Attento, nel nutrirlo", disse Lorenzo. "Cosa gli offri?"
"Vorrai dire: cosa le offri. Non vedi che  una femmina?"
"Giusto", ammise Lorenzo. Preso com'era dall'urgenza di parlare a suo fratello, ragionando
sulle parole pi opportune, non aveva badato molto all'uccello.
"Per ora manger solo formaggio molle e uova", disse Giuliano. "Deve restare leggera e
dimagrire. La fame  la risorsa migliore del falconiere: se la bestia capisce che pu avere cibo dalla
mano dell'uomo, allora gli si affezioner e caccer con lui pi volentieri".
"I rapaci non si affezionano mai", lo corresse Lorenzo. "Sono alleati perfetti. Stabiliscono una
societ leale con chi li addestra e li porta sul pugno, il fine comune  la preda da spartire. Ma quando
sono stanchi di quel patto, quando vogliono recuperare la propria libert, queste creature se ne vanno
via senza voltarsi indietro. Non un saluto, non un rimpianto".
"Pare quasi che li ammiri, Lorenzo".
"Certo che li ammiro. Mai visto in natura un simile esempio di cinismo senza sbavature!
Offrono una grande scuola di politica. Sono utili anche per imparare a conquistare le donne. Dovresti
prendere lezioni da loro: un falco non si getta mai in picchiata su una preda che sa di non poter
catturare", insinu.
Giuliano non intendeva raccogliere la provocazione. Cambi discorso.
"Da dove viene, questa magnificenza?"
" un dono del Gran Turco", rispose Lorenzo.
"Accidenti... Ora intrattieni buone relazioni con i nemici della fede cristiana?".
Il tono era sarcastico, ma Lorenzo ne rise.
"Gli arcani della politica non sono mai stati il tuo forte, Giuliano. Per questo motivo ho
preferito tenerti sempre a latere delle mie azioni, non per sfiducia. Ci sono cose che  necessario
compiere per salvarsi, ma tu sceglieresti di morire, piuttosto che farle: e porteresti alla rovina tutti
coloro che sono con te".
Giuliano ingoi una replica irritata che avrebbe volentieri opposto a quella descrizione del suo
temperamento: non possedeva la stessa scorza dura del fratello maggiore, n un animo altrettanto
smaliziato, ma non era neppure un ingenuo che insegue ciecamente i propri princpi anche se
provocano la disgrazia sua e altrui.
Scelse di tacere per rispetto. Lorenzo era tagliato per la politica e le sue sporchissime
macchinazioni, necessarie per chi voglia restare in gioco; ma a parte la predisposizione naturale, suo
fratello aveva ricevuto un'educazione incomparabilmente pi dura della sua: Giuliano poteva dire
d'aver conosciuto l'infanzia, di aver indugiato nei giochi fin quando non gli era spuntato in faccia il
primo filo di barba, mentre Lorenzo era stato addestrato da Cosimo a sopportare la fame e la sete, il
caldo come il freddo, la fatica, la privazione del sonno, il dolore fisico e l'imbarazzo cocente, in nome
del compito che lo attendeva in quanto primogenito.
La sua prima missione diplomatica l'aveva svolta a soli dieci anni. Naturale che ora, guidando
la pesante nave dei Medici in acque sempre perigliose, la sua anima fosse irrimediabilmente ammantata
di cinismo e indifferenza verso cose che gli altri giudicavano sacre e intoccabili.
"Quale favore hai fatto al Gran Turco, per meritare questo dono cos prezioso? Se posso
saperlo, s'intende".
Lorenzo fece una smorfia incerta.
"Ho trovato il modo di passargli alcune informazioni. Le ha giudicate utili e me ne  grato.
Tutto qui".
"Informazioni su cosa?"
"La flotta veneziana, per esempio".
Giuliano aggrott la fronte.
"Vuoi dirmi che c' il tuo zampino, dietro la conquista turca di Negroponte?".
Lorenzo alz le mani in segno di resa; e proprio come il ladro colto in flagrante, neg
spudoratamente l'evidenza.
"Giammai, Giuliano! Io ho solo commentato certe piccole manie private dell'ammiraglio
veneziano mentre parlavo con un mio conoscente. Come potevo immaginare che quell'uomo avrebbe
poi rivenduto ai turchi le mie confidenze?"
"Sei diabolico!", inve Giuliano. "Non ti penti del tuo operato? Hai aiutato i turchi a
conquistare Negroponte, una citt dei cristiani!".
"Di' piuttosto che  di Venezia e basta. Il sultano voleva solo mettere un freno alla prepotenza
che la Serenissima esercita nell'Adriatico. La fede non risentir affatto di questo rovescio della flotta
d'occupazione:  affare di denaro e commerci, non di religione".
"E il papa? Sisto IV potrebbe anche decidere di scomunicarti, se lo venisse a sapere!".
La faccia di Lorenzo piomb in una cupa espressione di livore.
"Dipende proprio dal papa, se ho deciso di tenere questo atteggiamento", dichiar secco.
"Ho capito, Lorenzo. Volevi fargliela pagare per aver sottratto a noi Medici la Depositeria per la crociata. Per averla data ai Pazzi".
"Sisto IV ha commesso un errore ferale", ringhi fra i denti. "Jacopo de' Pazzi  vecchio. I suoi
nipoti sono degli incapaci. Non si pu conservare la ricchezza senza destreggiarsi nell'arena politica.
Fu la prima lezione che Cosimo mi impart. La pi importante!".
"Ti sei esposto troppo, Lorenzo. Non temi che il papa possa scoprire i tuoi loschi giochi alle sue spalle?"
"Mi spaventa di pi l'idea di rimanere solo", rispose. "Sar intoccabile, con gli alleati giusti.
Cos ho deciso che questo rapace superbo non rester a lungo nella nostra falconiera. Addestralo pure
al meglio, Giuliano: poi lo mander a re Ferrante di Napoli. Guardala:  un dono da re. Puoi anche darle un nome, se vuoi: purch non ti ci affezioni troppo".
"Ce l'ha gi un nome", disse Giuliano adombrato. "Si chiama Dira".
Lorenzo storse un po' il naso.
"Immagino tu voglia riferirti a Venere... La "dea feroce"".
"Immagini bene!".
"Sei in collera con il mondo intero per via di quella ragazza, vero? Credi che il destino ti abbia
prima privato della donna che amavi, per poi farsi beffe di te al punto da metterla di nuovo sotto i tuoi occhi, in un'altra persona".
"Che non posso avere!", tuon Giuliano furioso.
"Calmati!", lo ammon Lorenzo. "Questa storia sta assumendo proporzioni grottesche. Ti
mancano forse le donne da conquistare? Perdio, Giuliano: io non ti riconosco pi! Dov' finito quel
ragazzo pieno di senno che mi dava consigli?"
"Non c' pi, Lorenzo. Ora hai davanti solo un uomo deluso".
Lorenzo si allarm. La malinconia in cui suo fratello era caduto gli sembrava di quelle che possono diventare un baratro senza fondo. Giuliano stava subendo la fascinazione di un miraggio, il miraggio di Simonetta rediviva; bisognava a ogni costo scuoterlo, farlo rinsavire.
"Deluso!", esclam Lorenzo. "Dunque tu saresti questo, Giuliano de' Medici: uno che d alla vita la possibilit di deluderlo!".
"Anche tu mi hai deluso, Lorenzo. Credevo che volessi aiutare il tuo unico fratello, specie
perch l'alleanza con gli Appiani giova al Banco. Invece no. Ti sei tirato indietro come un vigliacco!".
"Conosci le mie ragioni. Farci avanti con il padre di lei vorrebbe dire scalzare i Pazzi. Lo
vedrebbero come un attacco diretto. Ne approfitterebbero per calunniarci, presentarci alla citt intera
come loro persecutori. Ho le mani legate, Giuliano. Tu invece no".
"Cosa dovrei fare, secondo te?"
"La notizia del fidanzamento non si  ancora sparsa. Ci vuol dire che non esiste ancora un
patto scritto, e i giochi restano aperti. Fatti sotto con lei, ottieni che Semiramide prema sul padre per
cambiare i piani in tuo favore. Corteggiala. Falla innamorare di te".
"Ti pare facile! Sapessi che temperamento ha! Un'autentica fiera che morde e graffia...".
Gli mostr la calza forata e la cicatrice sottostante. Poi, visto che era in vena di confessioni, gli
narr anche del loro primo incontro, e di come avesse perso il lume della ragione al solo vederla,
avventandosi su di lei. Lorenzo lo trov spassoso.
"Incredibile! Come un povero scemo che s'innamora per la prima volta... No, fratello mio:
evidentemente la ragazza ha carattere,  una fortezza inespugnabile che resiste fieramente. Devi perci
aggirare le sue difese con l'astuzia. Dove sono finite, le tue doti di seduttore?"
"Tutto inutile, con lei. Sono stato fin troppo audace, credimi!".
"Allora prendi il toro per le corna: va' dal padre e chiedigli di annullare il patto con i Pazzi.
Convincilo che sei innamorato alla follia. Giura che farai di sua figlia la donna pi felice del mondo. E
dopo aver dichiarato gli slanci della passione, vai dritto al sodo. Fai pesare il fatto che hai moltissimo
da offrire: oltre all'amore per la ragazza, ingenti sostanze e tutti i vantaggi che comporta imparentarsi
con noi. Jacopo Appiani avr ai suoi piedi la grande rete di alleanze dei Medici! Cischio de' Pazzi pu
dare altrettanto? Non credo proprio. Per Appiani non sar un dramma, perdere un genero quasi
spiantato come quello!".
"Cischio  tutt'altro che spiantato", obiett Giuliano in una smorfia astiosa.
"Non ha beni suoi. Jacopo de' Pazzi gli lascer qualcosa, ma non avr certo di che scialare".
"Presto diventer molto ricco, Lorenzo. Sta per arrivargli l'intero patrimonio che fu di Giovanni
Borromei. Jacopo de' Pazzi  l'unico erede rimasto, e ceder tutto a Cischio proprio perch deve
sposare la figlia di Appiani. L'alleanza con il signore di Piombino fa gola anche a loro, naturalmente".
Lorenzo lo fiss incredulo per qualche istante; quando si rese conto che non era affatto uno
scherzo, il suo volto entusiasta si trasfigur in un'espressione cupa, vendicativa.
"Non pu essere. Non ne so nulla!".
"Eppure  vero. Me l'ha detto proprio lei, Semiramide".
Lorenzo ammutol. Sembrava inebetito, senza pi risorse. Giuliano intu che esistevano
questioni gravi sulle quali nulla gli era stato detto: in caso contrario, suo fratello non avrebbe mai avuto
dipinta in faccia quell'espressione di sconfitta che mai gli aveva visto prima.
" una catastrofe...", sibil Lorenzo senza fiato. "I Pazzi hanno sferrato l'attacco contro di noi.
Prima ci hanno portato via l'allume del papa, ora vogliono impadronirsi delle miniere di Piombino.
Quando avranno intascato l'immensa eredit Borromei, cos'altro faranno mai? Devo fermarli, in un modo o nell'altro!".
Si riscosse dalla sua prostrazione e imbocc la porta a grandi falcate. Giuliano lo richiam.
"Lorenzo! Cosa intendi fare?".
Il fratello si volt, gli lanci uno sguardo di fuoco. Quello delle sue grandi battaglie campali.
"Addestra bene quel falco, Giuliano. Ho cambiato idea: non andr a re Ferrante. Un dono di quel valore spetta al nostro alleato pi prezioso".
"Chi sarebbe?"
"Lo scoprirai a tempo debito. Nel frattempo, fa' i bagagli".
"Per andare dove?"
"Dove ti pare!".
"Non voglio lasciare Firenze".
"Invece lo farai, Giuliano. Trova un modo per raffreddare i tuoi bollenti spiriti. Perch non vai
alle terme di Bagno a Morba? Ci sono sempre un sacco di donne, da quelle parti. Abbuffati pure quanto
vuoi. L'unica cosa importante  che poi, quando deciderai di tornare a Firenze, tu sia rinsavito. Il
cardinale Ammannati insiste per farti prendere i voti, e io sono propenso a dargli ascolto. Tutto chiaro?".
Giuliano impallid per la rabbia e il dispiacere.
"Sta bene, Lorenzo. Sei un asino irragionevole. Io perder la donna che amo. Tu perderai il tuo maledetto allume!". E se ne and con un'espressione irriducibile che non prometteva niente di buono.
...
.
...
4.
...
.
...
Tre vespe d'oro volavano in fila lungo una banda rosso scarlatto che attraversava un campo di smalto azzurro. La lucentezza dei colori era ipnotica, per gli occhi della ragazza, come la preziosit del gioiello che stava ammirando.
"Prendilo,  tuo", disse l'uomo intristito. "Simonetta ne sarebbe contenta. Era molto affezionata a te".
Semiramide alz lo sguardo sul volto dell'uomo che aveva sposato sua cugina: Marco
Vespucci, che quella sera era venuto in casa di Jacopo Appiani a portarle in dono un'antica spilla della
sua famiglia, un gioiello in oro e smalti con l'arme parlante di casa Vespucci.
Aveva una strana dignit, quel suo parente acquisito, la compostezza di un antico filosofo che
affronta i colpi della vita con regale forza d'animo. Cinquantenne, zoppicante da una gamba a causa
dell'artrite, aveva i capelli completamente canuti gi da molti anni e persino la sua pelle sembrava pi
bianca di quanto dovesse esserlo per un individuo in buona salute.
Semiramide non si ricordava di averlo visto tanto abbattuto come quel giorno: tra pochi mesi si
sarebbero compiuti due anni da quando aveva perso la moglie amatissima, che tuttavia, non era un
mistero per nessuno, aveva donato anima e corpo a un altro uomo. Non era un mistero nemmeno per il
consorte; ma, consapevole di lasciarla troppo a lungo sola a causa dei suoi viaggi d'affari, e di non
essere un marito in forze per via della salute malferma, meno che mai un amante appassionato, Marco
aveva ingoiato la gelosia verso Giuliano de' Medici facendosene una ragione.
Dicevano che non avesse mai odiato il suo pi giovane e aitante rivale; al contrario, ben
sapendo a quante e quali tentazioni lasciava esposta la moglie, considerata una donna d'impareggiabile
bellezza, sembrava che il fatto di saperla legata a quel giovanotto gentile, onesto, leale gli desse una
sorta di consolazione. Giuliano non l'avrebbe mai fatta soffrire, questo era certo: l'amava
perdutamente, e di ci dava prove continue.
"Vi ringrazio, Marco", mormor Semiramide. "Ma non vi spiace privarvi di un ricordo cos caro?"
"Non me ne privo", le disse. "Lo terrai tu per me. Anzi, sar una gioia poterla vedere appuntata
al tuo petto. Somigli cos tanto alla tua sfortunata cugina...".
S'interruppe di colpo. Certi suoni melodiosi che giungevano solo a tratti dalle profondit del
verziere immerso nell'azzurro del crepuscolo lo avevano incuriosito.
"Avete contadini che lavorano nell'orto?", chiese a monna Battistina.
La gentildonna stava facendo lavori d'ago, e seguiva solo distrattamente la conversazione tra
sua figlia e il parente acquisito. Quella domanda la spiazz.
"Non credo, Marco. Dev'essere gi troppo buio per lavorare, a quest'ora".
"Strano", fece Vespucci. "Avrei giurato d'aver sentito qualcuno cantare".
Quindi raggiunse la finestra e l'apr per sporgersi verso la notte imminente.
"Tu hai sentito nulla, figliola?"
"No, madre", ment la ragazza.
In realt non solo le erano giunte distintamente quelle note appassionate, ma era persino certa di
aver riconosciuto l'uomo cui quella voce apparteneva.
"Cara zia, vorreste ospitarmi a cena?", chiese Vespucci strofinandosi la pancia. "Passer la
nottata a rivedere i conti, e da quando sono vedovo, mi capita spesso di non riuscire a sedermi a tavola.
Troppo penoso cenare da solo, per me".
Gli occhi di monna Battistina si empirono di solidariet.
"Ma certo, nipote mio! Vado subito a dare disposizione. Dovete venire pi spesso in casa
nostra".
Sorrise per poi lasciare sul tavolo il delicato lavoro d'intagli cui stava lavorando, e infil la
porta diretta a cercare la governante.
Rimasti soli, Marco Vespucci e Semiramide si guardarono in un lungo istante di complicit.
Sporgendosi, l'uomo aveva capito chi fosse il giovanotto acquattato nel giardino di casa Appiani.
Seduto sotto un pergolato, la schiena mollemente abbandonata contro il muro, tormentava in modo
sublime le corde di un liuto accompagnando la melodia con voce dolente e struggente. Cantava
benissimo.
Vespucci le fece un cenno, e Semiramide si accost alla finestra per spiare la figura che ormai si
perdeva nelle brume della notte.
"Mi dispiace", mormor. "Dev'essere odioso, per voi, vedere quell'uomo".
"Un tempo lo sarebbe stato, certo. Sarei sceso in giardino per affrontarlo, e forse avrei sfoderato
il pugnale per trapassargli il cuore. Ho odiato Giuliano de' Medici, lo ammetto! Ma dopo, quando lei 
morta... Incontravo quel ragazzo per strada, lo vedevo soffrire come un cane. Era dimagrito. Aveva
perso il gusto di vivere. Vederlo distrutto mi ha dato soddisfazione, sulle prime. Ha saziato il mio
grande desiderio di vendetta. Ma poi, ti sembrer strano, ho smesso di nutrire rancore verso di lui.
Anzi, provavo compassione. Giuliano era il solo essere al mondo che potesse capire il mio dolore. Lui
l'amava quanto me. Forse pi di me".
"Siete un uomo generoso".
"Non  vero. Simonetta avrebbe voluto che il nostro matrimonio fosse annullato per mancanza
di prole. Mi sono opposto fieramente, per tenerla con me. Dio mi ha punito, per questo. E ha voluto
punire anche Giuliano per il suo adulterio. Ora dimmi, figliola: cos'ha a che fare, con te?"
"Nulla! L'ho incontrato nella bottega di Sandro Botticelli", mormor.
"E...?".
Quella semplice, singola vocale grondava di evidenti allusioni.
"Ha cercato di abbracciarmi", confess. "Mi ha spaventata. Era cos felice, cos pieno di
passione... Credeva di vedere chi sapete, ovviamente".
"Ovviamente", convenne Vespucci. "Tu cos'hai provato?".
Lei arross con veemenza.
"Non lo so", ammise. "Ero confusa. Sconvolta, sulle prime. Poi mi ha fatto una gran pena. C'
rimasto talmente male, quando ha capito che non aveva davanti Simonetta".
"Cos' successo, quando ha capito chi sei?"
"Si  messo seduto in un angolo. Era tranquillo, sembrava voler soltanto osservare il maestro al
lavoro. Io per capivo che i suoi occhi erano inquieti. C'era come una fiamma, nelle sue pupille.
Ardevano di qualche strana determinazione".
Vespucci annu convinto: esattamente l'idea che se n'era fatto ascoltando il timbro tormentato
di quella canzone che ora si levava dal buio.
"Sporgiti un po' di pi, Semiramide. Lascia che lui ti veda".
"Sar decente?"
"Saresti un'ingrata a non farti vedere. Lui ha saltato il muro di cinta, ha beffato i servi della
vostra casa, tutto per venire qui a farti la serenata. Comprendi quel che dice?".
Lei obbed e si sporse poggiando il bel seno contro le braccia conserte, mollemente adagiate
sulla pietra del davanzale. Le giungevano parole in una lingua melodiosa ma ignota.
Vuestros ojos que miraron
con tan discreto mirar,
hirieron y no dejaron
en m nada por matar.
Donde yago en esta cama:
la mayor pena de m
es pensar cuando part
de los brazos de mi dama...
"Non la conosco", fece lei.
"Io s", disse Vespucci. "Sono liriche d'amore del poeta Juan de Mena. A Simonetta piacevano molto".
"Cosa dice?".
Gli occhi di Vespucci si velarono di un rimpianto che nulla al mondo avrebbe potuto placare.
"L'innamorato accusa il colpo mortale che gli ha inferto lo sguardo della sua donna. Cos giace
inerte nella sua stanza, come se fosse morto. E non pu smettere di pensare a quando era tra le sue
braccia".
La ragazza si commosse.
"Com' triste! Chiudiamo la finestra. Non voglio pi sentirlo".
C'era in lei un rifiuto fin troppo netto, capace di parlar chiaro a un animo esperto del mondo e degli uomini come quello di Vespucci.
"La sua corte ti infastidisce, Semiramide?"
"S", ment lei, decisa. Forse troppo.
"Perch?".
Il volto della ragazza avvamp di piacere, di vergogna e di sdegno. Era bellissima, in quel momento: sembrava il ritratto di una Venere adirata.
"Certi uccelli hanno il pessimo vizio di volare di frasca in frasca", disse stizzita. "Sarebbe un
errore farsi abbindolare. Chiss in quanti giardini canta, quello l!".
Marco Vespucci fece una strana smorfia che approvava la saggezza della ragazza, ma ne censurava la drastica severit.
"Forse hai ragione, Semiramide. Il nostro bell'usignolo dal piumaggio d'oro zecchino non 
nuovo alle avventure galanti. Solo che ci mette molta passione. Troppa, per essere un gioco. E se fosse venuto da te per fare il nido?".
...
.
...
5.
...
.
...
Alla mia Venere perversa.
.
Certo giudicherete sfacciato il modo in cui ho deciso di seguirvi, ieri, quando vi ho vista
passeggiare con i vostri genitori diretta alla bottega di mastro Spinelli. Ebbene s: ho stracciato tutte
le regole della convenienza e del buon senso, per causa vostra!
Eravate bellissima: fiera, senza sospetto. Mi sono beato guardando le forme del vostro corpo
stupendo, mentre ammiravate le stoffe di quella bottega, cercando d'immaginare come poteva starvi
indosso quel certo damasco cremisi che toccavate con tanto evidente piacere. E pi ancora, lo
confesso, ho goduto intensamente il presagio di una gioia senza limiti al pensiero di come apparite,
una volta spogliata di qualunque stoffa. A questo punto mi avete ridotto: fate di me un laido peccatore
senza che vi possa neppure sfiorare con un dito!
Forse ho esagerato, fingendomi un commesso solo per potervi abbordare e parlare, mentre i
vostri genitori erano distratti e mastro Spinelli mi fissava allibito, senza tuttavia avere il coraggio di
strapparmi dalle mani la stoffa che fingevo di volervi vendere... Il pover'uomo mi ha retto il gioco,
certo spaventato all'idea di dispiacere a un uomo di casa Medici, ma anche voi, Semiramide, eravate
intrigata dalla mia messinscena: come altrimenti interpretare il fatto che non mi avete piantato in
asso? Potevate smascherarmi dinanzi a tutti, oppure darmi le spalle e recarvi su due piedi da vostra
madre e da vostro padre, che erano tutti intenti a scegliere i drappi del vostro corredo nell'altro canto del locale.
Non lo avete fatto. Siete invece rimasta l a coprirmi di insulti. Erano parole di vituperio cos
veementi che non potevano celare del tutto la vostra passione segreta. Mi odiate, magari, ma di sicuro
non vi sono indifferente.
Ho deciso di affrontare vostro padre a viso aperto. Appena mi si presenter l'occasione
propizia, chieder un colloquio per avere la vostra mano. E allora sarete mia, perch Jacopo Appiani
non  uomo cos improvvido da negare un favore ai Medici. Chi lo farebbe, del resto?
Vostro padre  gi dalla mia parte. Me ne sono accorto, sapete?
Mentre voi mi rovesciavate addosso la peggior specie di male parole, lui ci guardava. E anche
monna Battistina ci stava guardando, lei preoccupata. Forse mi ha riconosciuto, e voleva intervenire:
vostro padre l'ha fermata. Nessuno mette impunemente i bastoni tra le ruote ai Medici, deve averle
detto; o qualcosa del genere. Sta di fatto che i vostri genitori hanno continuato imperterriti a discutere
con mastro Spinelli di damaschi, sete e linerie, lasciandomi campo libero con voi.
Non vi pare un buon segno, questo?
Io vi avr, in un modo o nell'altro. Poco male se non siete d'accordo. Cosa credete d'avermi
fatto, con quel gesto iroso e punitivo, quando ho tentato di trattenervi accanto a me stringendovi il polso?
Mi avete lacerato la carne con il vostro spillone acuminato.Diamine, se sapete ferire il prossimo!
Avete unghie affilate e un cuore di pietra dove non alligna la piet. Ma non pensate d'averla vinta.
Ho dovuto fasciarmi la gamba, per nascondere ai miei familiari l'affronto che mi avete fatto.
Per  nulla, in confronto alla squarcio che mi ritrovo aperto nel cuore per colpa vostra. Siamo in guerra, amica mia: e non sono abituato alle sconfitte.
Io vi avr, maliarda cattiva e sfrontata. Quando sarete nel mio letto, sottomessa alle mie voglie, la vedremo, se vi sapr dominare!
G. d. M.
.
Semiramide accartocci adirata quella lettera troppo audace. Il nome dello scrivente non
appariva per esteso; ma ce n'era forse bisogno, per capire chi mai osava rivolgerle parole tanto
appassionate e sconvenienti?
Stizzita, fissava il povero giardino strinato dall'inverno: niente pi che terra imbiancata dalla
brina, e qualche ciuffo d'erba prossima ad arrendersi al gelo.
"State bene?".
La voce della fantesca suonava innervata di schietta preoccupazione. Il volto cereo della sua
padrona giustificava appieno un senso d'allarme.
"Madonna!", la richiam toccandole una spalla.
Semiramide si volt, e solo allora Foschina si rese conto che la ragazza aveva gli occhi lucidi,
fiammeggianti di rabbia.
"Tutto per colpa di quella lettera... Posso vederla?".
Semiramide fece una smorfia noncurante che poteva legittimamente passare per un s.
La domestica raccolse da terra la pallotta di carta strapazzata e l'allarg delicatamente sul piano
del tavolo. Le bast uno sguardo per capire che si trattava di un messaggio galante, e di rara audacia;
ancor meno impieg per individuare chi si celasse dietro la sigla di quelle iniziali stilate in calce.
"Mi date il permesso di leggerla?"
"Fa' pure, se vuoi. E dopo, bruciala!".
Foschina si rec dirimpetto alla finestra per sfruttare al meglio la rada luce di quel pomeriggio
morente. Aveva imparato a leggere dalle suore, anni prima, quando viveva nel benessere con i familiari
e nessuno immaginava che la sciagura stava per abbattersi su tutti loro.
"Alla mia Venere perversa...", mormor con qualche lieve esitazione.
Quando ebbe finito, punt su Semiramide occhi inquisitori e perplessi.
" tutto vero, quel che dice quest'uomo?".
La ragazza annu con uno scatto secco e nervoso della testa.
"In tal caso, si  comportato in modo inqualificabile. Dovete subito avvisare vostro padre.
Questo bellimbusto va fermato, credetemi: o potrebbe spingersi oltre".
"Lo odio, Foschina! Vorrei non averlo mai incontrato. Che non fosse mai nato...".
La domestica osserv il passo bellicoso della sua padrona, ascolt il diluvio di improperi che
pronunciava sul conto di lui: ma non era per niente sicura che i lampi negli occhi della ragazza fossero
soltanto il riflesso di un astio viscerale. Al contrario, c'era nella sua voce, nella colorita variet di
imprecazioni su Giuliano, un qualcosa di febbrile che sembrava rivelare passioni sotterranee, e di ben altra natura.
"Io lo odio, Foschina!", ribad per l'ennesima volta. "Non vedi quanta superbia? Crede d'avere
ogni diritto su di me, come se nessuno al mondo fosse in grado di mettergli un freno".
Il volto della fantesca si fece improvvisamente cupo e tetro come una notte di tempesta.
"Avete ragione, madonna. I Medici si credono onnipotenti. Si sentono i padroni del mondo.
Sono convinti che nessuno possa opporsi a loro. Forse dovreste punirlo. Fargli una ferita ben pi
dolorosa di quella che gli avete gi inferto".
Lo sguardo della ragazza vol incuriosito su di lei.
"A cosa pensi, Foschina?"
"A una risposta. Scrivetegli anche voi, madonna. E che le vostre parole gli lascino un buco nel
petto".
"L'avrei gi fatto", disse lei urtata. "Ma non sono molto abile con la penna".
"Posso aiutarvi, se volete".
"Ho visto che leggi rapidamente, Foschina. Ma sai anche comporre?"
"Non posso dirmi una poetessa, madonna. Comunque sia, so scrivere. Mio fratello Antonio mi
ha insegnato a comporre testi in bella prosa. Del resto, per assestare a quel gaglioffo del Medici il colpo
di grazia che si merita, basteranno appena un pugno di parole. Ma ben scelte".
Semiramide prese dallo scrittoio un pacco di fogli, una penna e il calamaio. Scost la sedia con
l'evidente intenzione di offrirla alla fantesca.
Foschina si sgranch le dita e sedette. Distese lentamente le labbra in un sorriso di vaga perfidia,
intinse la punta della penna nell'inchiostro. Con grafia elegante ed esperta, prese a scrivere:
Firenze non manca di palloni gonfiati pronti a dar bella mostra di s in piazza, nella Signoria,
alle pubbliche adunanze. E nei prati del contado non sono certo rari quei grossi funghi inutili che
sembrano gonfi e sodi, ma basta toccarli appena, e sfumano in una nuvola di polvere. La gente li
chiama loffie, come certi peti ridicoli che escono dal didietro senza manco far rumore. A essi vi
paragono: ma forse valete anche meno.
Il vostro comportamento vi qualifica per ci che esattamente siete: un verme smargiasso e
villano. Non osate avvicinarvi mai pi a me, o far in modo che mi senta vostro fratello Lorenzo: lui,
che vi tiene al guinzaglio come un cane, sapr anche tenervi a bada, e assestarvi un paio di calci come
si fa con quei botoli noiosi e petulanti che  un dovere pigliare a pedate.
Sposer l'uomo che mio padre ha scelto per me, e lo sposer perch sono innamorata di lui.
 nel suo letto, che giacer. Sottomessa alle sue voglie, nell'anima come nel corpo.
Lui far di me una donna appagata e felice. Rassegnatevi, una buona volta: e non osate
intromettervi come un demonio nella nostra gioia.
Semiramide faticava a seguire il correre delle parole, perch i suoi occhi intenti a leggere
andavano pi lenti della penna tra le mani di Foschina. La sua fantesca sembrava ben informata sul
conto dei fratelli Medici; e ci metteva del proprio, nel lanciare accuse, come se covasse in petto livori
personali. Quando la fantesca ebbe finito, sparse sul foglio un pizzico di sabbia assorbente, poi la soffi
via e ripieg in quattro la carta.
"Che ve ne pare?", le chiese tutta soddisfatta.
La ragazza non rispose nulla. Voleva davvero che Giuliano ricevesse quella lettera scritta con la
punta della penna intinta nel veleno, che lo avrebbe umiliato e annichilito di disprezzo? Non era affatto
sicura.
Troppo tardi, in ogni caso. La serva, interpretando il silenzio della padrona per un assenso,
aveva gi imboccato la porta, decisa a fare in modo che il messaggio giungesse a Palazzo Medici con qualche astuto e clandestino stratagemma.
...
.
...
6.
...
.
...
L'aria era diventata addirittura afosa, nella stanza del banchetto. I servi con la livrea croco e
azzurra di casa Pazzi sfilavano ordinatamente lungo lo scalone che immetteva nella sala maggiore,
ognuno portava vassoi d'argento o di bronzo sui quali erano stati disposti con cura scenografica i tanti
manicaretti ordinati senza risparmio da ser Jacopo per la gioia degli ospiti.
Un applauso segu un coro di esclamazioni entusiaste quando fece il suo ingresso, sorretto da
ben quattro famigli, il servizio pi atteso della serata: uno stupendo pavone arrostito circondato da
verdure e da frutta che, dopo aver girato per ore lentamente sullo spiedo, era stato artificiosamente
rivestito di tutte le sue stupende penne.
Donna Battistina Appiani e suo marito erano strabiliati da tanto sfarzo.
"Ser Jacopo, ci lasciate senza parole", disse la dama al patriarca di casa Pazzi. "Avete
addirittura fatto realizzare la ricetta pi celebre del cuoco dei papi! E tutto per noialtri, quando invece
siamo venuti in casa vostra convinti che fosse solo una cena tra amici...".
"Niente  troppo per la bellezza di vostra figlia, monna Battistina. Mio nipote Francesco non si
capacita della propria fortuna: sposare una donna tanto bella! Semiramide sar il gioiello pi splendido
che la nostra famiglia abbia mai avuto. E noi faremo di lei la donna pi ammirata e invidiata della citt".
A quelle parole, Jacopo de' Pazzi lev la coppa invitando l'intera tavolata a un brindisi di buon
augurio. Anche Semiramide lo fece, ma nei suoi occhi non brillava la convinzione che una promessa
cos allettante avrebbe meritato.
Seduta accanto a lei, sua madre se ne accorse; subito le assest un calcetto con il piede,
invitandola a mostrarsi pi accomodante. La ragazza per non aveva un carattere remissivo, dunque si
sforz di fare un sorriso che venne malissimo, simile a una smorfia di sufficienza.
N Jacopo de' Pazzi n suo nipote si risentirono: era ben noto che le ragazze giovani, specie se
belle, hanno il vezzo di fare sempre le ritrose, di mostrarsi mai soddisfatte, per non dare ai propri
spasimanti l'impressione di essere una preda dalla facile cattura.
"Ma cos'hai, figlia mia? Continui a rigirarti su quella sedia come se avessi le spine addosso",
dovette sussurrarle monna Battistina nell'orecchio.
"Niente, madre. Forse per sono indisposta. Sento dolori al ventre, ma non ho messo i panni di
lino", ment.
"Santo Cielo! Ci manca solo la figuraccia di vedere il tuo bell'abito macchiato di sangue al
banchetto di fidanzamento... C' persino il rischio che porti sfortuna!".
"Posso rimediare prima che accada", si affrett a dire.
"Hai portato i panni e le spille?"
"Li ha Foschina, madre. Ma ho bisogno del vostro permesso per alzarmi da tavola e
raggiungere il luogo di decenza".
"Certo, figliola. Vai pure".
Un sorriso vergognoso agli altri commensali, poi Semiramide si alz e lasci la sala del
banchetto con la cameriera personale che la seguiva da anni, e le teneva sempre dietro fedele come
un'ombra. Quando furono ormai sole nel corridoio, la ragazza chiuse gli occhi e inspir profondamente.
"Dammi quel biglietto, Foschina".
"Eccolo. L'ha portato un servo mezz'ora fa. Diceva che  urgente".
Semiramide lo afferr con le mani irrequiete e lo lesse.
Alla donna fiera e selvatica, ma bella quant'altre mai.
A Palazzo de' Pazzi c' una stanza che la famiglia usa in genere come luogo di ritiro, quando
danno festini e conviti. Recatevi l il prima possibile, da sola. Vi accorgerete che sul lato destro si
trova una piccola porta camuffata tra gli affreschi che decorano il muro: apritela. Nasconde una breve
scalinata che conduce al giardino sottostante. Dieci gradini in tutto. Scendeteli.
Io sar l, ad aspettarvi. Ho un regalo per voi. Con esso intendo implorare il vostro perdono
per tutte le audacie e le scortesi attenzioni che ho avuto per voi. Vi piacer moltissimo, ne sono certo.
Se verrete e mi sar permesso di darvelo, non vi cercher mai pi. Questo ve lo giuro sul mio onore.
G. d. M.
.
Semiramide pieg quel foglio e lo fece sparire nella borsetta.
"Quel bellimbusto non accenna a desistere?", osserv la fantesca.
"Dice che mi aspetta in giardino. Ha un regalo per me, per scusarsi della sua condotta
inqualificabile".
"Un regalo per voi?"
"Cos afferma. Aggiunge che mi piacer moltissimo. Ma soprattutto, se gli permetto di darmelo,
poi la smetter di tormentarmi".
"Allora dovete scendere da lui", la esort Foschina. "Andate, risolvete questa odiosa faccenda.
Resto io qui. Non far entrare nessuno fino al vostro ritorno".
Confusa, stordita, intrigata, la ragazza esit per qualche minuto, poi si decise ad aprire la porta
celata nei disegni della parete e scese al buio completo i dieci fatidici gradini.
L'aria della notte la invest all'improvviso con il suo gelido abbraccio. Rabbrivid nella seta
leggera del suo abito scollato. A differenza della scala che aveva appena disceso, il giardino non era del
tutto immerso nell'oscurit: sotto il pergolato reso spoglio dai rigori dell'inverno, un braciere ardeva
irraggiando di luce lo spazio circostante. Luce sufficiente per distinguere la giovane figura virile che
attendeva con la schiena poggiata contro il muro, e un piede a tamburellare impaziente in terra.
Appena la vide avvicinarsi, Giuliano subito prese una posa eretta e fiera. Una posa da guerriero
che si prepara allo scontro.
Semiramide gli fu davanti e lo invest con la trasparenza severa dei suoi occhi.
"Non avete proprio un briciolo d'onore, Giuliano de' Medici. Venite addirittura a cercarmi in
casa del mio promesso sposo. La mia futura casa!".
Lui si turb. Sembrava offeso come se avesse appena ricevuto uno schiaffo in pieno volto.
"Avete risposto ai miei biglietti, ma solo per coprirmi di insulti. Mentre io non facevo che
lodare la vostra bellezza".
"Ben vi sta! Non mi dovete mandare messaggi. N regali. Sapete che sono fidanzata e mi
sposer molto presto".
"Questo  da vedersi!".
Lui aveva pronunciato quella frase con la voce bassa e roca, voce di minaccia. Semiramide ne
prov paura, e secondo il suo temperamento, reag con veemenza.
"Smettetela! Io vi detesto, Giuliano de' Medici. Non siete altro che uno sporco seduttore. Non
avete abbastanza puttane, che dovete insidiare le ragazze di buona famiglia?".
Fremeva di rabbia, e in quel fremito i suoi occhi brillavano da fare invidia alle stelle della notte.
Giuliano sent che doveva osare il tutto per tutto.
"Avete ragione, Semiramide", mormor chinando appena la testa. "La vostra bellezza mi ha
fatto perdere il senno, mi sono condotto come il peggiore dei villani. Vi chiedo perdono. Datemi la
mano, facciamo pace. Poi, ve lo giuro, non ci rivedremo pi".
Il tono era dolente, umiliato, vinto. La mano che lui tendeva sembrava quella di un povero
mendico in cerca d'elemosina. Semiramide allung la sua, che Giuliano prese con dolcezza; e
curvatosi, la sfior con le labbra in un bacio riverente.
"Va bene, siete perdonato. Salutiamoci, adesso. Devo tornare dai miei".
Giuliano le rivolse un sorriso radioso. E quindi, velocissimo, fece appello alle sue molte risorse
di cacciatore esperto, di donne e di selvaggina: con uno scatto fulmineo le afferr brutalmente il polso
della mano destra, le pieg il braccio dietro la schiena. La ragazza grid di dolore salendo sulle punte
dei piedi, rivers la testa all'indietro. Era immobilizzata contro di lui: ogni minimo movimento le
causava fitte lancinanti. Ora Giuliano la teneva completamente in suo dominio.
"Lasciatemi!", lo implor. "Cosa volete fare?"
"Ora lo vedrai, amica mia!".
Le pass il braccio sinistro davanti al seno bloccandole il polso dell'altro braccio, rimasto fino a
quel momento libero. Cos la ragazza veniva a trovarsi del tutto immobile premuta addosso a lui,
incapace di fare il bench minimo gesto. Prov a divincolarsi da quella stretta feroce, ma era inutile:
abile cacciatore, pratico di giostre e di guerre, Giuliano le aveva lasciato quel poco di agio perch
potesse respirare, ma non sfuggirgli. Sent che ora le dita di lui sfioravano lente la pelle del collo,
scendendo poi gi a carezzare i seni.
"Volete strangolarmi?", disse terrorizzata. Ma era evidente che le intenzioni del suo aggressore
puntassero in direzione ben diversa.
"Lasciatemi andare, farabutto!".
"Lo far senz'altro. Prima per devo darti quel regalo che ti avevo promesso", le disse
sussurrando malizioso.
Semiramide avvert le sue labbra calde e prepotenti sulla pelle tenera del collo, che baciavano e
succhiavano con avidit. Poi lui cominci a tormentarle un orecchio, finch la esasper dandole le vertigini.
"Lasciatemi, demonio!".
"Certo, mia dea. Prima per voglio mostrarti certe premure delicate che il tuo sposo forse non ti
riserver mai. Cose che piacciono alle donne. Ci tengo, a lasciarti un buon ricordo di me...".
Con la mano libera slacci il cordoncino di seta che teneva chiuso lo scollo sull'abito di lei, e
apertolo quanto bastava, ci infil le dita, e cominci ad accarezzare la sua pelle nuda che rabbrividiva di piacere sotto quelle dita di padrone.
"Mi fate male!", piagnucol lei.
"Oh no, tutt'altro...".
Abbass la mano fino al ventre, una mano avida e calda che frugava sollevando le vesti,
cercando la pelle nuda delle gambe. La trov ben presto, e cominci a tormentarla. Semiramide
tremava, al pensiero di dove lui intendesse arrivare.
"Vi prego, Giuliano! Vi scongiuro, in nome di Dio... Sar ripudiata, se mio marito non mi
trover vergine!".
Lui rise tra i denti.
"Tranquilla, figliola! Quel rospo non si accorger nemmeno che ci sono passato io, prima di lui.
Ci che sto per fare lascer il tuo bel corpo intatto. Ma credo che ne porterai per sempre i segni
nell'anima...".
Con un ginocchio indusse la ragazza a divaricare le gambe, e poi raggiunse il luogo intimo e
segreto che era diventato un'ossessione mortale, per lui. La ragazza trasal e la sua bocca si lasci sfuggire un lamento voluttuoso.
"Smettetela, vi supplico...".
Giuliano non la sentiva pi. Annegando nel piacere di tenerla cos stretta al suo corpo,
completamente in suo dominio, cominci il gioco perverso di carezze che conosceva bene. Semiramide
chiuse gli occhi, rassegnata alla sconfitta; era avvilente e umiliante, l'intenso turbamento che quella
mano le causava. Non lott pi per liberarsi; cercava solo di ribellarsi a quella sensazione fisica del
tutto sconosciuta e feroce.
Fin quando a furia di esplorare, carezzare e sfiorare, Giuliano non la condusse al punto di non
ritorno: in un attimo lei s'irrigid, inarc la schiena, rimase senza respiro, e poi si sent travolta come da
un vento prepotente che la portasse a precipizio gi verso istanti fuori dal tempo, priva di coscienza,
per riemergere subito dopo nata a nuova vita.
La testa confusa e la bocca formicolante, si accorse che non era pi bloccata come prima; la
stretta crudele con cui Giuliano la teneva ferma contro di lui s'era trasformata in un tenero abbraccio.
"Cosa mi avete fatto?", sussurr senza pi forze.
"L'amore", le sussurr. "Ma era solo un assaggio".
Poi bruscamente la volt, l'afferr per le spalle e la baci selvaggiamente mordendole la bocca,
prima di scostarla da s e andare via nel buio senza voltarsi. Dubitava, se l'avesse fatto, che poi
avrebbe trovato la forza di resistere: e allora la ragazza non avrebbe lasciato il giardino pura e vergine
com'era venuta.
Ormai da sola, Semiramide si accorse di avere un freddo desolante. Si accasci, seduta su una
panca, sprofond la faccia nelle mani, e pianse.
Dalla finestra sopra di lei scendevano la musica e il gaio chiacchiericcio del festino dato per il suo fidanzamento.
...
.
...
7.
...
.
...
Da ore il cielo di piombo gettava sulla citt uno scroscio interminabile di pioggia mista a
nevischio. Sembrava che quel diluvio non dovesse finire pi, come se Firenze avesse meritato di morire
affogata nel castigo per i suoi troppi peccati. Le strade erano state deserte per quasi tutto il giorno; e
adesso che avanzava l'imbrunire, i radi passanti costretti da gravi necessit ad avventurarsi in quell'aria
gelida intrisa di foschia sembravano ombre di morti sperduti tra le brume di un limbo senza pace.
La gronda sopra la finestra della sala di casa Appiani doveva essersi forata, perch perdeva
gocciolando insistentemente sul davanzale. Uno stillicidio continuo che dava sui nervi a Semiramide,
gi piuttosto scossa dal ricordo di quanto era successo tre sere prima, al banchetto offerto in casa Pazzi.
Non aveva pi trovato un attimo di requie, da allora. Di giorno si teneva quanto pi occupata potesse,
per non pensare; ma al giorno seguiva implacabile la notte. Il buio, la solitudine della sua stanza, del
suo letto, nel quale si rigirava insonne fino alle prime luci dell'alba.
Con l'anima malediceva Giuliano de' Medici e la sua vergognosa bravata, ma la carne lo
cercava, languiva al ricordo di quelle mani esperte, di quelle scandalose carezze, e ne invocava il nome
in un lamento disperato.
Chiss quante donne aveva avuto! Era cos che le induceva in tentazione? Che le seduceva per
poterle possedere?
Lo odiava con tutta s stessa; ma non poteva smettere di pensare a lui.
"Figliola!".
"S, madre?".
Semiramide era trasalita, sentendo la mano di sua madre che le afferrava il polso. Per un istante
fatale, aveva creduto di sentire la stretta di Giuliano, come quel giorno che l'aveva abbordata in chiesa.
Sussult e si punse con l'ago: una gocciolina di sangue macchi di vergogna il candore del ricamo.
"Smettila di lavorare e vai a coricarti. Ormai  notte. La vista si affatica, a fare lavori di cucito
con il buio".
L'idea di dover restare sola, a tu per tu con le sue angosce, la torturava.
"Certo, cara madre. Lasciatemi soltanto terminare questo fiore...".
"Insisto, figlia mia".
Tolse di mano il telaio da ricamo alla figlia; ma Foschina, arriv tra loro con un inchino
rispettoso.
"Madonna, vostro marito chiede di voi".
"Lo raggiungo subito", sospir la dama. Jacopo Appiani, a dispetto dei suoi cinquant'anni
suonati, era ancora un uomo vigoroso e pieno di appetito verso l'avvenenza della moglie. Non appena
donna Battistina ebbe lasciato la stanza, Semiramide cap che la fantesca aveva inventato quel pretesto
per avere agio di parlarle a tu per tu.
"Presto, venite con me!".
"Che succede, Foschina?"
"Seguitemi. Scendiamo di sotto, nell'ala della servit".
Il tono era tanto insistente e accorato che la ragazza si lasci condurre docilmente lungo lo
scalone che conduceva al piano sottostante. La fantesca si piazz dietro i vetri della finestra che dava
sulla strada, rigati di pioggia.
"Ecco. Lo vedete?"
"Non vedo niente, Foschina. La strada  deserta".
"Guardate bene, per favore. Laggi, accanto alla porta del fabbro. Sotto l'edicola della
Madonna della Misericordia. Lo vedete?".
Semiramide allora scorse un miserando involto di stracci, un mendicante che se ne stava gettato
in terra con la schiena contro il muro, vile fagotto umano zuppo di pioggia.
"Poveretto! Perch non gli avete dato una scodella di zuppa calda?"
"Ci abbiamo provato eccome! Ma quell'uomo  cocciuto. Ha detto che non voleva andarsene in
nessun caso, prima di vedere voi".
"Vedere me?"
"Proprio cos. Se n' rimasto l per tutto il pomeriggio, sotto il diluvio. Ho mandato i servi a
cacciarlo, visto che non voleva elemosina n un posto per ripararsi, ma solo incontrare voi: dice che vi
ama come non gli  mai successo in vita sua, e non gli importa di morire, per vedervi".
Inebetita, la ragazza sgranava verso il buio della strada deserta i suoi immensi occhi color
smeraldo.
"Ma  pazzo, Foschina! Dite ai servi che lo mandino via immediatamente. E se insiste, gliele
suonino di santa ragione!".
L'imbarazzo sul volto della fantesca annunciava complicazioni.
"Infatti sono andati con i bastoni", le spieg. "Solo che a un certo punto quel pezzente si 
scoperto la testa, cos lo hanno visto in faccia... Sono rientrati con la coda tra le gambe. Nessuno di
loro si sogna di alzare la mano contro Giuliano de' Medici...".
Semiramide era a bocca aperta, preda del pi crudo sconcerto.
"Non pu essere!".
"Ma  cos, ve lo giuro. Non mi credete? Allora guardate questo. Me l'ha fatto avere per voi".
Con le dita frug dentro lo scollo del corsetto per ritrovare un prezioso anello d'oro che vi
aveva prudentemente nascosto. Lo pass alla ragazza, che lo fiss strabiliata.
"Ma questa  una vera nuziale...", bisbigli confusa.
"Le intenzioni sembrano chiare, no?"
"Non posso vederlo, Foschina! Non posso...".
"Non vi dico di dargli speranze, e meno che mai di cedere alle sue lusinghe. Ma dobbiamo farlo
entrare al pi presto. Se ne sta da ore sotto l'acqua. Con questo gelo, gli verr un brutto malanno. Dice
che  pronto a morire per voi, e c' da credere che succeder!".
Semiramide prese a camminare convulsamente nella stanza, rosa dall'indecisione. Di lasciarlo a
soffrire il freddo laggi sotto la pioggia non aveva cuore, ma se per caso lo avesse accolto sul serio, se
si fosse trovata di nuovo da sola con lui... Solo Iddio sapeva cosa sarebbe potuto accadere!
"Dobbiamo farlo entrare!", incalzava la fantesca. "Ne va anche dell'onore di vostro padre".
"Mio padre? Cosa c'entra mai?".
Gli occhi della domestica s'infoscarono per la paura.
"Cosa succeder, se per caso Giuliano de' Medici dovesse ammalarsi gravemente? Lorenzo
verr a sapere che  stato per colpa vostra. Se la prender con vostro padre, vorr vendicarsi su tutti voi.
E che Dio ci scampi dalla furia dei Medici! La mia famiglia era a Volterra, quando scoppi la guerra
per l'allume. Credetemi, so quel che dico: Lorenzo de' Medici  un uomo vendicativo, privo di
scrupoli. Non conosce la piet per i nemici. Se crede che qualcuno lo ostacoli o voglia danneggiarlo,
allora lo schiaccia come un insetto nocivo!".
Foschina chiuse gli occhi un istante: e dall'abisso della memoria risal lo scenario orrendo che
da anni la torturava nel sonno. Impossibile dimenticare quei corpi mutilati sparsi in terra, le strade lorde
di sangue, il pianto dirotto degli orfani che la sete di potere dei Medici aveva moltiplicato nella sua
amata citt.
I servi portarono Giuliano al riparo e lo adagiarono su un pagliericcio. Semiramide si curv su
di lui: era disfatto dalla febbre, scosso dai sussulti del delirio.
"Presto, Foschina! Vai dallo speziale. Fatti consegnare una pozione che abbassi la febbre. Di'
pure che  per me".
C'era negli occhi della sua padrona un coraggio che mai prima le aveva visto, un'audacia degna
delle imprese pi rischiose. Intimidita da tanto ardire, la serva si gett il mantello sulle spalle e sfid
l'aria gelida della notte sotto sferzate di pioggia mista a nevischio.
Per ore la ragazza fu accanto a colui che l'aveva insidiata con tanta audacia. Gli mantenne la
fronte fresca con pezze d'acqua bagnata, lo costrinse a bere l'infuso curativo. E poi, quando si rese
conto che il potere discreto delle erbe medicamentose aveva indotto in lui un sonno pi tiepido e
quieto, prese il rosario e preg la Madonna che potesse salvarsi.
Venuta l'alba, la ragazza sent che una mano rovente le accarezzava i capelli. Si dest dal breve
dormiveglia nel quale era caduta, sfinita da tanto lungo vegliare. Alz la schiena, e incontr gli occhi
cerchiati di Giuliano che la fissavano dal giaciglio nel quale era ancora disteso.
"Perdonami, Semiramide", le disse piano, pentito. "Ti ho messa in pericolo. Che Dio ti protegga. Non sentirai pi parlare di me".
Con uno sforzo di reni scese dal letto, barcollante. Le lanci un ultimo sguardo nel quale
l'orgoglio lottava aspramente con il rimpianto; e in quell'ultimo guardarla ammaliato, le disse addio.
Nata da acque limpide come veli d'impalpabile trasparenza, la pelle diafana di Venere
sembrava incresparsi per l'alito caldo del vento di primavera, tremula di piacere come sotto il tocco
d'invisibili e amorose carezze.
Rose purissime scendevano dal cielo, l'aria era fragrante del loro profumo e radiosa per tanta bellezza.
"Le somiglio davvero cos tanto?"
"S", ammise Sandro Botticelli. Vibrava un'intensa sfumatura di rimpianto, nella sua voce; a
Semiramide non sfugg.
"Anche voi l'amavate, vero?".
L'artista distolse immediatamente gli occhi dalla tela dove aveva eternato con le tinte della
passione il pi immortale dei sentimenti. Perch negare? Chiunque, guardando i suoi lavori, non vi
vedeva ritratta altra donna che Simonetta Vespucci, e lei soltanto. Ogni altra figura femminile non era
che un suo pallido, inferiore riflesso.
"Era la mia musa", mormor mesto. "Ma dovete immaginare un legame ben diverso da quello
che s'intende di solito".
Semiramide si volt per puntargli in faccia i suoi splendidi occhi verdi.
"Diverso da quello che lei aveva con Giuliano de' Medici, per esempio?".
Il volto di Botticelli si tinse di disagio. Per quanto nessuno a Firenze ignorasse la relazione
clandestina che aveva avvinto i due, era pur vero che non si sarebbe trovata anima viva, disposta a
parlarne in modo esplicito. Botticelli non era un ipocrita, tuttavia, e detestava quelli che si trincerano
dietro gorghi insidiosi di parole.
"Giuliano  quasi impazzito di dolore, quando lei  morta", ammise piano.
Con quella frase aveva risposto francamente, ma senza gettare sui due amanti l'accusa di essere
adulteri.
"Parlatemi di loro, maestro! Come si sono conosciuti? Dove s'incontravano, per fare l'amore?".
Sandro Botticelli prese un lungo respiro colmo di tensione.
"Qui", disse piano. "La mia bottega d'arte  la risposta a entrambi i vostri quesiti".
"E voi riuscivate a sopportarlo...".
"Ho per Giuliano un affetto fraterno che eguaglia la forza dell'amore, madonna. Avrei fatto
qualunque cosa, per aiutarlo. Non me ne pento".
La ragazza si morse nervosa le unghie.
"Io devo vederlo, mastro Botticelli", confess. "Forse lui vi avr detto...".
"So ogni cosa. E consentitemi di dirvi, madonna, che Giuliano si sta mettendo in una posizione
molto pericolosa, corteggiandovi. Fossi in voi, mi sentirei di scoraggiare i suoi impeti. La famiglia de'
Pazzi cui state per legarvi ormai ce l'ha a morte con i Medici. Credetemi: i sentimenti che Giuliano ha
per voi non saranno privi di conseguenze. Possono servire da pretesto per una faida sanguinosa".
Impressionata, la ragazza teneva i suoi begli occhi spalancati verso il nulla del cielo oltre la
finestra.
"Sono talmente confusa... Vorrei almeno parlargli. Dirgli addio".
"Questo lo potete fare, madonna. Lui  qui".
Semiramide sussult come se fosse stata punta da uno spillo.
" qui?"
"In un'altra stanza. Gli ho tenuta nascosta la vostra visita per i motivi di prudenza di cui vi ho
appena detto. Ma se davvero volete dirgli addio, mettendo cos fine a un capriccio che pu cacciarlo in
guai seri, allora sono disposto ad aiutarvi".
"S, maestro: ve ne prego!".
Botticelli esit un istante, drammaticamente in dubbio sul da farsi. Guard la fantesca che
seguiva sempre la ragazza per tenerla d'occhio; era rimasta in fondo alla stanza, ma annuiva. Il pittore
si decise e imbocc la porta che conduceva, attraverso un corridoio, fino al giardino sul lato occidentale
della sua casa.
Semiramide tese le mani.
"Foschina!".
"Madonna...".
"Ti prego, chiudi un poco le tende. Resta fuori dalla porta, quando lui sar qui. Fa' che non
entri nessuno!".
La serva s'inchin e raggiunse a passo svelto l'uscio. Fuori del quale, lenti come appesantiti da
un dilemma, si avvicinavano passi calzati con cuoio di gran pregio. Stivali da caccia o da viaggio, si
sarebbe detto.
Semiramide trattenne il fiato. Lo vide, e lo trov bellissimo. Giuliano aveva addosso una corta
tunica di velluto nero, stretta in vita da una cintura borchiata d'argento che ospitava una daga dall'elsa
gemmata. I capelli erano coperti da un cappello a punta profilato di visone; sulle spalle, il lungo
mantello di feltro che ripara quanti devono cavalcare sotto la pioggia. Entrava infilandosi guanti con
aria pensosa e triste.
"Avete chiesto di me, madonna?".
La domanda era vana, la voce dolente.
"Volevo dirvi addio".
Giuliano avanz fin quando non le fu proprio davanti. Il suo volto era scavato dalla tristezza,
prono a una rassegnazione che non gli procurava alcun conforto.
"Voglio di nuovo chiedervi perdono, Semiramide. Per tutte le mie vergognose attenzioni. Mi
sono condotto come il peggiore dei villani, verso di voi. Quella dea, la vedete l ritratta, porta gli
uomini alla rovina. Vi auguro ogni felicit", chiuse pronto a voltarsi per andare via.
"Aspettate! Siete vestito in abiti da viaggio. Partite?"
"S".
"Starete via a lungo?"
"Solo tre giorni, per ora. Vado a Citt di Castello".
"Per affari?"
"Per mettere spazio tra me e i nemici dei Medici", rispose adombrato. "Mio fratello Lorenzo ha
stretto di nuovo il pugno intorno al collo della Signoria. Ora teme rappresaglie anche contro di me;
preferisce che io non resti a Firenze".
"Cos' accaduto?".
Giuliano parve sinceramente stupito per quella domanda.
"Davvero non ne sapete niente, Semiramide? Eppure la cosa in qualche modo vi riguarda".
"Come pu riguardarmi la politica? Sono una donna".
Lo sconcerto di lei era sincero. Giuliano comprese che la ragazza non era stata messa al
corrente della novit; forse la ignorava persino suo padre Jacopo Appiani. Se cos era, Cischio de'
Pazzi aveva preferito tenere segreti certi fatti che rischiavano di fargli perdere posizione e prestigio.
"Tre giorni fa la Signoria ha espresso un voto a porte chiuse", le disse. "Ci significa che si 
votato solo nel Consiglio ristretto".
"I Dieci di Balia?"
"Ovviamente. Tra i quali mio fratello Lorenzo, e il nuovo Gonfaloniere Cesare Petrucci".
"Dev'essere stato per un grave motivo. C' in vista una guerra?"
"No", fece lui impensierito. "I Dieci sono stati riuniti a porte chiuse per una faccenda
patrimoniale".
Lei aggrott la fronte. Non conosceva quanto lui i complessi ingranaggi della politica
fiorentina, ma per quanto ne sapeva, il fatto era davvero incongruo.
" stata votata una nuova legge per cui un patrimonio non pu migrare in linea materna", disse
Giuliano. "D'ora in avanti, l'eredit si passa soltanto di padre in figlio. Oppure, agli altri consanguinei
per parte di padre".
La ragazza pareva smarrita, non riusciva a capire quale emergenza potesse aver indotto una
commissione speciale come i Dieci di Balia a riunirsi in segreto per dare adito a una simile decisione. E
poi, come un fulmine a ciel sereno, le apparve la nuda verit.
"I Borromei!", esclam. "Se quanto dite  vero, Franceschino de' Pazzi non potr pi ricevere
un solo fiorino di tutto quel ben di Dio. L'intero patrimonio passer ai cugini paterni della defunta".
Giuliano annu con il volto che era una maschera di vergogna e di dolore.
"Credo sia proprio per quello che Lorenzo l'ha fatta votare. Dio solo sa cos'avr promesso ai
Dieci, per spingerli a un tale abuso!".
Semiramide aveva il volto accaldato, il cuore in tumulto. Nulla delle accorte riflessioni di lui
raggiungeva la sua coscienza, tutta presa a esplorare uno scenario che lentamente prendeva forma nel
suo cuore, prorompente e luminoso come un'alba d'estate.
"Ma allora... Allora...".
"S", la prevenne. "Ora Cischio de' Pazzi non avr pi le risorse per chiedere in moglie la figlia
del signore di Piombino. Vostro padre non andr fino in fondo. Non firmer il contratto nuziale".
Semirandide gli gett le braccia al collo, folle di felicit; ma Giuliano, con la morte nel cuore, la allontan.
"Ora siamo pi distanti che mai", disse affranto. "Se qualcuno venisse a sapere che vi amo e
che vi voglio, potrebbero attentare alla vostra vita solo per vendicarsi di noi Medici".
E inflessibile, la teneva a debita distanza dal suo corpo. Semiramide sent gli occhi inumidirsi di sgomento e dispetto.
"Dicevate di amarmi... Lo state dicendo anche adesso, e poi...".
"Andr a Venezia, Semiramide. Lorenzo ha deciso che io sposi la figlia di Marco Correr".
La sua voce era suonata lapidaria e lugubre come una sentenza capitale. La ragazza ne rimase raggelata.
"A Venezia", biascic. "Dunque non vi vedr pi!".
Giuliano non resse il sussulto dei propri sentimenti, e mettendo al bando ogni prudenza, tese le
mani verso il volto di lei e l'attrasse a s in un caldo bacio d'addio. La ragazza lo lasci fare, intanto
slacciava non vista i nodi della sua veste.
"Addio", disse lui poggiando la fronte su quella bianca di lei, che scottava d'emozione.
Fece per staccarsi, quando si rese conto che l'abito di Semiramide era scivolato inesorabilmente
a terra. Nuda, bellissima, gli stava davanti affrontandolo senz'alcuna paura, come se fosse rivestita da
una corazza che nulla potrebbe scalfire. Giuliano la fissava stregato; e piano piano, sentiva che stava
precipitando verso l'inesorabile sconfitta.
"Dimmi se sono come lei", gli sussurr mentre di nuovo si gettava contro di lui avvinghiandolo
nel suo abbraccio.
Cerc la sua bocca, apr le labbra con impudica voracit, fin quando non lo ebbe invischiato in
una tentazione dalla quale non c'era ritorno.
In un attimo il giaciglio sul quale l'artista riposava dal lavoro divenne l'alcova del loro piacere
tenero e violento. Trascinata dai baci, dalla febbre di quelle mani ardite su di lei, la ragazza si lasci
fare tutto ci che lui voleva, docile preda di quell'abbraccio vorace che non lasciava scampo al suo
onore.
Dopo averla saziata come sapeva fare, Giuliano la prese, impaziente per l'emozione di quella
carne nuova, chiusa, mai segnata prima dall'amore di un uomo. Lei si lasci prendere senza ritrarsi al
dolore, intanto accarezzava con lo sguardo il grande dipinto di Botticelli. Nell'attimo in cui riceveva la
resa estrema dell'amante, i suoi occhi si dilatarono all'infinito e in essi si riflett la nascita di Venere.
Distesa sul morbido del pagliericcio, stanca e felice, sentiva i capelli di lui che le facevano
dolcemente il solletico sulla pelle nuda del seno. Giuliano si drizz sui gomiti e le gett uno sguardo da
padrone.
"Tu devi essere mia moglie, Semiramide. Fosse l'ultima cosa che faccio!".
...
.
...
8.
...
.
...
La voce lunga e cupa del corno riecheggi nella vallata. La battuta aveva inizio.
I cacciatori invitati da Lorenzo, che aveva organizzato quell'evento con fasto anche maggiore
del solito in onore di Roberto Malatesta, si radunavano fuori dalla postierla dei Visdomini. Da essa,
attraverso via dei Servi, si vedeva la mole imponente del Duomo. L'intenzione era puntare diretti verso
la collina di Fiesole, dove si diceva fosse stato avvistato un cinghiale di stazza cos grossa che persino
gli orsi ne avevano un certo timore. Lorenzo aveva invitato tutti i magnati di Firenze, pi alcune
persone all'amicizia delle quali teneva, e altre di cui desiderava nascondere al mondo l'ostilit.
Ognuno di loro aveva condotto con s un seguito di cavalli, archi, frecce, cani di razza e
cacciatori provetti in numero proporzionato alle sue fortune. Cischio de' Pazzi non avrebbe potuto
permettersi i dieci servitori arrivati quel mattino con lui, n i tre cavalli di pregio, n i venti levrieri: ma
in vista dell'eredit che stava per incamerare, e del matrimonio che lo imparentava ai signori di
Piombino, gli era sembrato che tale prodigalit non apparisse eccessiva agli altri invitati, ma invece
scusabile. A volto lieto e senza sospetto, spron il cavallo per accostarsi a Giuliano e salutarlo con brio.
"Sembrate stanco e anche un tantino emaciato", gli disse aggrottando la fronte.
Giuliano storn lo sguardo. Il senso di colpa gli si leggeva in faccia come le pagine di un libro
aperto, per chiunque fosse avveduto.
"Non sono stato bene, di recente", farfugli a disagio.
"Sar la gotta di voi Medici? Dovete fare attenzione alla dieta. Mangiare troppa carne fa male",
disse Cischio di buon umore.
Lorenzo capit di colpo tra loro. Magnifico nell'abito da caccia in pelle di daino, un pugnale
dall'elsa d'oro alla cintura, sul pugno un girfalco dal piumaggio chiarissimo, degno di un re del grande nord.
"Anche i peccati di carne fanno male", osserv sferzante, lanciando una pesante allusione verso Giuliano. Non appena Cischio si fu allontanato per raggiungere il seguito, Lorenzo guard torvo suo fratello. Erano abbastanza distanti dal resto della comitiva perch potesse dirgli le parole che covava in seno da giorni.
"Giuliano, cosa stai combinando?"
"Niente che ti riguardi".
"Io sono il capofamiglia. Fin quando resterai sotto il mio tetto, tutto ci che fai mi riguarda. E
sei tenuto a rendermene conto".
Giuliano sbuff.
"Ti sei forse cacciato nei guai?"
"No, Lorenzo".
"Sicuro? Perch allora passi le notti in sortite clandestine, anzich nel tuo letto? Voglio sapere
dove vai. Lo esigo!".
Giuliano gli fiss addosso uno sguardo assai eloquente. Per l'intuito di Lorenzo era gi
abbastanza.
"Mio Dio! La figlia di Appiani...".
"S", ammise Giuliano come un mea culpa.
"Da quanto tempo va avanti, questa storia?"
"Da un po'", rispose vago.
"Fin dove ti sei spinto?"
"All'irreparabile".
Lorenzo incass il colpo.
"La ragazza  incinta?", chiese pronto al peggio.
"No, di questo sono sicuro".
"Dio sia lodato! Stai attento, Giuliano. Non peggiorare la situazione. Siamo gi ai ferri corti con
i Pazzi".
"Sono stato attento. Lo faccio ogni volta", ment.
Lorenzo ogni tanto si voltava e distribuiva sorrisi di circostanza. Gli ospiti, vedendoli parlare in
privato tra fratelli, non dovevano avere il minimo sentore dell'argomento. O sarebbe stata una
catastrofe.
"Non devi rivederla pi, Giuliano".
"Impossibile! Ho perso la testa per lei. E sono ricambiato, o non avrebbe accettato di
compromettere il suo onore con me".
"Ma bene!", sbott Lorenzo. "Che quadretto poetico! Io non ti riconosco pi, fratello mio. Devi
usare prudenza e guardarti le spalle, ora pi che mai. Non vedrai quella ragazza per almeno due mesi".
"Due mesi? Ma perch?!".
"Ho dovuto fare scelte audaci, prendere decisioni difficili. Quando i fiorentini lo verranno a
sapere, si scatener il finimondo. Ma poi, settimana dopo settimana, la tempesta si placher e le acque
torneranno tranquille. A quel punto, si potr parlare di te e della figlia di Appiani. Non prima. Per il tuo
bene, innanzitutto!".
Lorenzo fremeva, nel timore che gli altri da lontano potessero leggere le sue labbra e
intercettarne le parole. Roberto Malatesta era stato pregato di tenerli distratti con il racconto di
pepatissimi pettegolezzi della sua corte romagnola; a giudicare dalle facce attente stava svolgendo
egregiamente la missione, ma i signori invitati non perdevano mai di vista a lungo il loro magnifico e
prodigo ospite.
"Siamo intesi, fratello? Stai lontano da Semiramide Appiani per un po'. Lascia che il tempo
lavori a nostro vantaggio. C' sempre in ballo quel viaggio d'affari a Venezia che continui a rinviare
ormai da settimane".
"Non ora. L'accordo con Marco Correr  saltato. Se lui mi porta rancore, potrebbe influenzare il
Doge in senso svantaggioso per noi".
"Giusta osservazione. Allora va' a Roma. Dovrai sorvegliare l'andamento del Banco e riverire i
sostenitori dei Medici nel Sacro Collegio. Dio solo sa se abbiamo bisogno di amici potenti, in questo
momento!".
Giuliano annu in silenzio. Era grato a suo fratello per aver stracciato la legge, manomesso le
istituzioni, finanche corrotto i pi alti magistrati della Repubblica per aiutarlo ad avere la donna che
amava; ma l'idea di non rivedere Semiramide cos a lungo, di non poter godere dei suoi baci, del suo
corpo caldo e accogliente, gli procurava un dolore capace di offuscare il lume della ragione.
Lorenzo incit il cavallo che reag come se fosse innervosito dall'attesa; ci gli offr modo di
girarsi per farlo calmare, ma quando fu certo che nessuno degli ospiti potesse vederlo in faccia, allora
disse al fratello: "Oggi ho invitato Cischio de' Pazzi per non dare adito a sospetti. Guardalo, Giuliano.
Guarda com' contento, come si pavoneggia in mezzo al suo seguito che costa una fortuna! Non voglio
pensare cosa succeder, quando verr messo al corrente del fatto. Adesso dimmi: ho la tua parola?"
"Hai la mia parola".
Lorenzo dette un rapido colpo di redini, ed era gi di nuovo tra i suoi ospiti.
Cischio de' Pazzi, nel frattempo, era diventato il re di quella brigata di cacciatori. Nessuno si
congratulava con lui in modo esplicito e diretto, perch n l'una n l'altra delle due cose che lo
rendevano invidiato da chiunque, cio le prossime nozze con la figlia dei signori di Piombino e
l'eredit del fu Giovanni Borromei, era stata resa di pubblico dominio. In modo informale, tuttavia, con
sguardi salaci e battute che trasudavano adulazione, i signori ospiti di Lorenzo lo stavano vezzeggiando
senza ritegno.
Quando Lorenzo e Giuliano si ricongiunsero al gruppo, la comitiva finalmente part. Cischio
not un dettaglio che fino a quel momento, impegnato com'era a brillare al centro dell'attenzione, gli
era sfuggito. Rimase silenzioso in osservazione di quel fatto che lo incuriosiva oltre ogni dire; poi
ammicc al fedele Bernardo Baroncelli, che subito lo affianc.
"Hai notato quel falco che tiene sul pugno ser Matteo Luchini?"
"Certo", fece Baroncelli. "Come si fa a non notarlo? Quell'animale deve costare tant'oro
quanto pesa".
"Come pu averlo, Bernardo? La cosa non ti pare strana?"
"Perch dovrebbe essere strano? Il Gonfaloniere di Giustizia  la massima carica della
Repubblica. L'incarico deve rendergli bene".
"Non cos bene", osserv Cischio de' Pazzi. "Lo stipendio non  tanto alto da potersi
permettere certi lussi".
"Ma ci sono gli emolumenti. Le provvigioni. I regali...".
"Ma resta sempre un fatto incongruo", rintuzz Pazzi sempre pi dubbioso.
Disse a s stesso che c'era un solo modo per togliersi il dubbio, cio chiedere al diretto
interessato. Spron il cavallo s da portarsi in testa al gruppo e affiancare il Gonfaloniere.
"Che bestia magnifica!", lo apostrof. "A giudicare dal piumaggio, si direbbe un falco
orientale".
"Vedo che ve ne intendete", approv il Gonfaloniere.
"Come lo avete avuto? Non giudicatemi importuno, intendo dire come avete fatto a convincere
il suo padrone a separarsi da un animale tanto bello".
"Mi proviene da un gran signore del Levante", rispose il magistrato, un po' evasivo.
"Ma certo. Frutto di una mediazione diplomatica ben riuscita, immagino. Il vostro donatore 
un uomo generoso".
Cischio s'interruppe e il sorriso gli sbiad in volto. Mentre parlava con Luchini, aveva
distrattamente gettato lo sguardo sulla figura dell'altro uomo che affiancava Lorenzo sul lato opposto al
suo: ser Cesare Petrucci. Se fino a poco prima, da distanza, poteva solo ammirare la muscolatura snella
ma possente del cavallo che montava, la sua andatura elegante e la lucentezza del mantello pezzato, ora
che lo vedeva da vicino si rendeva conto che non potevano esistere al mondo tanti cavalli con quella
particolare sfumatura del manto, che ne accresceva di molto il pregio. Forse non ne esistevano neppure due.
"Lo conosco il vostro cavallo", disse insospettito. "Sono sicuro di averlo gi visto".
Petrucci gli oppose una risata piena di garbo. Era preparato a ricevere simili domande, che
dunque non lo scoprivano indifeso.
"Ma certo che lo avete gi visto! Come si pu dimenticare una bestia di questa perfezione, del
resto? Orso non passa inosservato".
Orso!, pens il giovane all'istante. Ora non aveva pi dubbi: quell'animale lo aveva montato
Giuliano de' Medici durante la giostra di due anni prima, quando aveva celebrato il proprio ingresso
nella vita politica della citt con una vittoria sfolgorante. E non poco merito di quel trionfo si doveva
proprio all'incredibile agilit della bestia, al suo coraggio non comune.
"Orso", ripet Cischio basito. "Stento a credere che la famiglia Medici abbia voluto privarsi di
quell'animale. A parte quanto ci si potrebbe ricavare dalla vendita, quel cavallo riveste un gran valore
affettivo".
"In realt  stato prestato", precis Lorenzo.
"Per ora  in prestito, effettivamente", si sbrig a puntualizzare Petrucci. "Ma confesso che pi
lo monto, pi mi convinco che non potrei farne a meno. Penso proprio che la nostra transazione andr a
buon fine, Lorenzo".
E tra i due corse un lungo, penetrante sguardo d'intesa.
"Una transazione?", chiese Cischio.
Nemmeno quella era una domanda che coglieva Petrucci impreparato. Infatti fece segno
all'altro di spostarsi per cavalcare accanto a lui, in modo da potergli parlare in tutta discrezione.
"Ho fatto un grosso favore al Magnifico, e lui me ne  molto grato", sussurr. "Ma non
chiedetemi di pi. C' di mezzo una donna: e un galantuomo non tradisce mai i segreti delle dame!".
Indoss un bel sorriso pieno di mistero, e subito spron il cavallo per prendere le distanze
dall'erede di casa Pazzi.
La battuta di quel giorno non sarebbe stata registrata negli annali fiorentini per il suo esito, che
non fu affatto straordinario; il cinghiale mostruoso che incuteva timore agli orsi non si fece nemmeno
vedere, ammesso poi che esistesse davvero, e non fosse invece il frutto di una leggenda popolare. In
compenso, i presenti si sarebbero ricordati di quei discorsi, di quelle conversazioni, per il resto della
loro vita: molti dei fatti traevano origine proprio da l.
"Non mi piace", mormor torvo Cischio de' Pazzi al Baroncelli, quando rimasero in disparte.
"Luchini  il Gonfaloniere uscente, Petrucci quello che sta per entrare in carica. L'uno e l'altro
hanno ricevuto un regalo senza prezzo da Lorenzo de' Medici".
Era chiaro a entrambi che il Magnifico aveva stretto con i due magistrati un patto segreto. Ma
che tipo di accordo? Per ottenere cosa?
...
.
...
9.
...
.
...
I corvi planavano sul cumulo di terra della recente sepoltura. L'odore del cadavere gi in
putrescenza eccitava la loro fame. Beccavano le zolle smosse cercando di scavare verso il macabro
banchetto. Tre uomini stavano in piedi accanto a quella tomba: il primo era un anziano patriarca, il
secondo, a giudicare dai galloni dorati delle sue vesti, un monsignore ben introdotto nei meccanismi di
potere della Curia Romana; il terzo, infine, un giovanotto dal sorriso beffardo e arrogante che si
rigirava con enorme soddisfazione al dito un vistoso anello dove campeggiava lo stemma araldico degli
Sforza. Non gli spettava certo per diritto di nascita; ma sia come sia, l'aveva ottenuto.
Silenziosi, si guardavano a tratti aspettando che la gente smettesse di passare. Un giorno
davvero adatto per funerali e mestizie, il mercoled delle Ceneri.
Francesco Salviati, il monsignore, ebbe un fremito d'impazienza.
"Andiamo!", disse agli altri. "La messa  finita da un pezzo. Ormai la chiesa dev'essere libera".
Jacopo de' Pazzi si appoggi al bastone seguendo gli altri due, pi giovani e in salute, oltre il
portico di quella modesta pieve rurale. Girolamo Riario, troppo altezzoso per compiere la cortesia di
aiutare quel vecchio, gli riserv appena uno sguardo annoiato.
Trovarono ad aspettarli un nutrito gruppo di uomini dall'espressione agguerrita: tutti coloro che,
per un motivo o per l'altro, erano stati danneggiati e mandati in esilio dai Medici. La macchia, le
solitudini incolte e il fitto dei boschi erano diventati uno scenario familiare, per loro. Come bestie
selvagge si muovevano nell'ombra ben attenti a restare invisibili. Pronti a sferrare il colpo ferale e
inatteso, capace di compiere la loro agognata vendetta. E adesso, l'ora era giunta.
"Questi uomini sono il nostro esercito", disse Salviati con enfasi. "Ognuno di loro ha buoni
motivi per desiderare la morte del tiranno".
" sicuro vederci in questo luogo?", domand Jacopo de' Pazzi.
Era vissuto troppo a lungo, sempre al centro della vita politica e finanziaria di Firenze, per
approvare che si parlasse in modo tanto esplicito e diretto di un piano violento. Quella specie di tugurio
dai muri corrosi di muffa si trovava ai confini del contado fiorentino, in effetti, perci non sembrava
probabile che qualcuno potesse riconoscerli e denunciarli alle autorit. Nondimeno, urgeva la massima
prudenza. I Medici non avrebbero mai permesso loro di ritornare in citt. I Medici che strozzano
Firenze nelle loro spire di serpenti, che hanno ridotto la Signoria a un teatro di farse, i Priori a un
postribolo di puttane compiacenti pronte a darsi al miglior offerente. I Medici che hanno attaccato la
famiglia dei Pazzi, loro parenti ma anche concorrenti: ora vorrebbero vederla colare a picco per
banchettare come avvoltoi ingrassandosi con la loro rovina.
Entrarono guardinghi. La navata era piccola e disadorna. Un vecchio sagrestano finiva di
scopare il pavimento con un passo lento e strascicato. Nell'aria aleggiava l'odore acre dell'incenso e
dei ceri arsi durante il funerale.
" l", disse Salviati. Indicava la pala d'altare di una piccola cappella dov'era raffigurato un
cavaliere nell'atto di dividere il mantello per donarne una met a un mendicante in ginocchio dinanzi a
lui. L'immagine di san Martino di Tours, antichissima e molto venerata. Era il santo patrono dei
cavalieri: nel giorno solenne in cui ricevevano la spada benedetta, giuravano in suo nome di difendere
le vedove, gli orfani, la Chiesa e tutti gli innocenti bisognosi d'aiuto. Per qualche strano arcano della
sorte, o per malizia dell'uomo, il santo pi amato dai nobili aveva la faccia di Lorenzo de' Medici.
"Mio Dio!", esclam Jacopo Pazzi. "Fino a che punto pu arrivare la sfacciataggine di un
bottegaio! Non  mai stato cavaliere. Quanto poi a sfoggiare generosit verso i poveri...".
"Di che vi stupite?", lo interruppe Salviati. "Quello sporco usuraio avr pagato la commissione
del dipinto. Ma non perdiamoci in futili discorsi. Abbiamo cose pi importanti da fare".
Cos detto, fece comparire da sotto il mantello un involto di feltro che srotol sopra l'altare. Le
lame di alcuni pugnali brillarono alla luce dei ceri. Salviati impugn il primo, poi vibr un colpo
violento sull'immagine del suo acerrimo nemico.
"Muoia Lorenzo de' Medici!", inve. "Per tutti i soprusi che ho dovuto subire dalla sua gente
infame!".
"Per Imola!", grid Girolamo Riario. "E anche per mio fratello Ludovico!".
Salviati pass un terzo pugnale a Jacopo de' Pazzi, che dopo breve esitazione, vibr anch'egli il
colpo.
"Muoia Lorenzo de' Medici", disse piano. "Per la salvezza della nostra famiglia".
Antonio Maffei da Volterra non si fece pregare e non attese che Salviati gli porgesse l'arma:
quasi gliela strapp di mano, tant'era la brama di vendetta che gli avvelenava il sangue per quello che
avevano sofferto i suoi cari, per lo scempio della sua amata citt.
"Muoia Lorenzo de' Medici! Che sia maledetto il suo nome in eterno!".
Fu la volta di Franceschino de' Pazzi, che tuttavia esitava. La nuova legge sui patrimoni era
stata pubblicata, e di pubblico dominio era ormai anche il fidanzamento fra Giuliano e Semiramide
Appiani. Doppiamente derubato del futuro, Franceschino soffocava nel rancore.
"Allora, cugino?", lo spron Salviati. "Sei con noi o contro di noi?"
"Sono con voi per annientare i Medici", rispose urtato. "Ma sento parlare solo di Lorenzo, e
solo la sua effigie vedo trapassata dai pugnali. E Giuliano? Anche lui deve morire. I Medici sono un
mostro a due teste: se ne tagliamo una sola, l'altra vivr e ci potr fare danno!".
"C' del vero in quel che dici", assent Salviati. "Ma decidendo di colpirli entrambi, il nostro
piano potrebbe fallire. Giuliano cadr in un secondo momento, quando avr perduto la protezione del
fratello maggiore".
"Non sarebbe saggio", obiett Jacopo. "Giuliano non ha mai avuto parte nelle scelte di
Lorenzo. Anzi, so per certo che i due fratelli sono stati spesso in discordia per questo motivo. Il cadetto
di casa Medici potrebbe portare acqua al nostro mulino".
" vero", osserv Riario. "Uccidere Giuliano potrebbe mettere il papa in una scomoda
posizione: tutti sanno della ruggine che corre tra lui e i Medici. Anch'io ne sarei danneggiato. Ho
sposato una Sforza, e gli Sforza contano da sempre sull'appoggio finanziario dei Medici. Ne hanno
ancora bisogno".
Jacopo approv, e aggiunse: "Ho gi ventilato a Giuliano la possibilit che sia lui a guidare la
famiglia Medici. Lui ch' un uomo ragionevole e moderato".
"Cosa vi ha detto?", chiese Salviati.
"Nulla, ovviamente. Ma non ha neppure levato proteste".
Un giro di sguardi pass tra Riario, Salviati e Maffei.
"Non lo so", disse quest'ultimo. "Giuliano non ha avuto parte nella strage di Volterra. Resta
comunque un Medici, ma  un uomo moderato. Mille volte meglio del fratello".
Soddisfatto di quel parere, Jacopo si rivolse al nipote. Trov in lui l'opposizione pi feroce.
Paonazzo di rabbia, Francesco de' Pazzi li fiss a uno a uno.
"Ha sedotto la donna che era destinata a me", ringhi. "Ha obbligato Jacopo Appiani a
stracciare il nostro accordo!".
Salviati lo guard severo.
"Non possiamo correre rischi", sentenzi. " Lorenzo, il nostro obiettivo. Siamo qui per
abbattere la tirannide dei Medici, non per compiere vendette personali!".
"Salviati ha ragione. Giuliano non  nostro nemico", disse Maffei.
Quel nuovo giro di pareri unanimi, ma contrari ai suoi voleri, inaspr ancor di pi Franceschino
de' Pazzi, sempre pi isolato e in minoranza.
"Allora?", incalz Salviati spazientito.
Con la mano che tremava di rabbia, Franceschino impugn il pugnale e sferr il colpo.
"Muoia Lorenzo de' Medici! Perch mi ha sottratto l'eredit Borromei!".
E subito dopo colp Bernardo Baroncelli, che mai si separava dal suo protettore.
Era rimasto un pugnale pronto per essere brandito. Ai congiurati la cosa non sfugg.
"L'ultimo spetta a un gran signore che  qui e attende", disse Salviati. "Non desidera che il suo
nome sia noto. Ma vi basti sapere che nutre verso Lorenzo de' Medici un odio pari al nostro. Forse
persino pi acceso".
Poi si diresse verso la sagrestia e apr la porta. Avanz un guerriero completamente ricoperto da
un'armatura splendida, lucente come argento. Dal cimiero fiorivano lussureggianti piume soffici come
nuvole di vapore.
Di lui non si vedeva nulla, tranne che l'altezza, la corporatura e gli occhi. Nessuno dei presenti
lo aveva mai incontrato, eccetto Salviati, eppure Jacopo de' Pazzi, che aveva vissuto abbastanza da
conoscere la storia di Firenze e quella d'Italia, not un certo dettaglio grazie al quale pot attribuire a
quella figura d'acciaio un nome e un volto. Prov un vago senso di disprezzo. Nonostante la recente
fortuna, ai suoi occhi restava soltanto un bieco, rozzo, spregiudicato soldataccio di ventura.
L'uomo d'acciaio brand il pugnale e saett con foga l'icona.
"Lorenzo de' Medici era come un figlio per me", ringhi astioso. "E mi ha tradito, come Bruto
trad Cesare. Ma il fantasma di Cesare risorse dal regno delle ombre e disse al traditore: "Ci rivedremo
a Filippi!". Oggi anch'io lo dico. Muoia Lorenzo de' Medici. Viva la Repubblica!".
Il suo colpo si conficc ben pi profondamente degli altri, dritto nel centro del cuore.
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CAPO 3.
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Vendetta.
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Se vorrai porre discordia fra due persone, fai con il favore di Saturno queste figure sul diamante durante la sua ora, mentre il pianeta si trova in esaltazione: Se inoltre imprimerai quest'immagine sulla pece, e porrai questo sigillo dove sono due amici o anche solo uno di loro, si odieranno vicendevolmente. Ma stai attento: non portare mai quest'immagine con te.
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Gayat-al-hakim, detto Il fine del saggio, testo di magia astrale, secolo 11esimo.
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1.
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"Madonna, quando vedremo la santa Veronica del Signore?"
"Pi tardi, Betta".
"Siamo arrivate da due giorni", accenn a protestare la domestica in tono un po' lamentoso.
Pur avvezza a obbedire in silenzio, trovava incomprensibile che monna Clarice avesse deciso di
lasciare Firenze per andare a Roma in visita ai suoi parenti e venerare la vera immagine del Salvatore, e
poi, giunte nell'Urbe, a tutto si fosse dedicata fuorch recarsi a venerare la santa reliquia.
Da settimane, del resto, monna Clarice era dominata da un'inquietudine che non le dava pace;
la sua domestica non s'ingannava, quando supponeva che ci fosse ben altro scopo per quest'improvviso
viaggio nell'Urbe. Ben lungi dallo smaniare per vedere la Veronica, che la signora, nata e cresciuta a
Roma, aveva probabilmente visto chiss quante volte, erano i suoi parenti Orsini la ragione che l'aveva
spinta a lasciare Firenze e il marito.
Monna Clarice temeva gravemente per l'incolumit di Lorenzo e dei figli. Aver perso
l'ambitissimo ruolo di banchieri dei papi poteva significare la rovina dei Medici, e gli Orsini erano una
dinastia potente a Roma, con radici profondissime nei meccanismi della Curia Romana. La signora
compiva dunque quel viaggio per rivedere sua madre, il potente cardinale zio e quel bellimbusto del
fratello Rinaldo, il quale, nominato arcivescovo di Firenze solo grazie alle insistenze di Lorenzo, aveva
la faccia tosta di restare a Roma, senza neppure farsi vedere nella diocesi di cui era titolare, della quale
incassava tuttavia le ricchissime rendite. Un favore quella gente cos spocchiosa lo doveva pure, ai
Medici, se non altro per i loro fiorini!
Frequentarli, interrogarli con discrezione, conoscere tramite loro cosa stavano tramando i Pazzi
e, se possibile, fare leva sull'ascendente degli Orsini nella corte di Sisto IV per ottenere che i Medici
tornassero presto a essere banchieri della Santa Sede: eccolo, il vero motivo di quel viaggio.
"Cammina pi svelta, Betta", la rimbrott Clarice. "Prima di vedere la Veronica, dobbiamo
incontrare un alto dignitario del papa. Lui ci far ottenere una speciale indulgenza. A cos'altro
dovrebbe servire la visita alla reliquia, se non a ottenere la remissione dei peccati?".
Spronata da quelle parole, la serva raccolse le gonne e svelt i passi.
Percorsero cos il grande agrumeto tra i Sacri Palazzi che non era lecito attraversare in carrozza
se non alle alte sfere della Curia. Giunte dinanzi al portale dello stabile che papa Sisto IV aveva
destinato a ospitare la Biblioteca, dovettero salire due rampe di scale, finch un chierico le introdusse in
una serie di piccole salette con le pareti interamente foderate da grandi armadi di legno vecchi di un secolo almeno.
La sala dei manoscritti aveva la luce e il respiro terso di un'aula regia, monumento alla fragilit
dei libri che trasportano la storia umana nell'eterno, mentre le torri e i mausolei di solida pietra
s'infrangono sotto la scure implacabile dei secoli. Teologia morale, Dogmatica, Scolastica. Diritto
Civile, Sacra Scrittura, e ogni sorta di disciplina contemplata dall'umano sapere.
Bartolomeo Sacchi detto il Platina, custode incaricato di attendere alla millenaria raccolta di
testi posseduta dai pontefici, sedeva al proprio scrittoio circondato da fraticelli e notai curiali intenti a
stilare un inventario. Quando gli fu annunciata quella visita imprevista, alz lo sguardo e fiss Clarice
nella luce sfocata degli occhi chiari, oltre le lenti di vetro. Non sembrava entusiasta di ricevere ospiti,
ma il lignaggio della nobildonna esigeva che le si desse udienza.
"Accomodatevi, madonna".
Clarice ordin alla serva di sedersi in fondo alla stanza, su uno sgabello che in realt veniva
usato per poggiare i libri. Lei accett una sedia dallo schienale alto e solenne, anche se il legno
appariva un po' roso dai tarli, probabilmente un seggio vescovile di due o trecento anni prima.
Platina era un uomo solido, robusto, con volto serio dalla carnagione piuttosto scura, e piccoli
occhi grigi molto acuti. Non aveva un'espressione troppo affabile, ma dietro quell'aria burbera c'era
un'anima piena di zelo e di buona volont.
"Messere, vi sono grata per avermi accordato questo colloquio".
"Dovere. Come vi posso servire, madonna?"
"Ho portato con me da Firenze qualcosa che voi conoscete bene. L'oggetto ha certi aspetti
incongrui. Vorrei qualche chiarimento da voi, che siete un esperto di antichit".
"Se posso...".
Clarice apr i legacci della sacchetta di seta che aveva con s e ne estrasse la preziosa pisside di
ametista, forse uno degli oggetti pi rari e preziosi nella raccolta antiquaria di Palazzo Medici.
"Pregevole", fece Platina, asciutto.
Tanta piana indifferenza colp Clarice.
"Non la riconoscete?"
"No, madonna. Dovrei?"
"Certamente. Considerando che questa pisside stava in uno scrigno con alcuni oggetti molto rari
nella raccolta del fu papa Paolo II, che mio marito l'ha ricevuta in dono dal pontefice ora regnante e
che siete stato proprio voi, a scrivere il biglietto di accompagnamento".
Il volto del Platina prese un'espressione stordita. Guard meglio la pisside rigirandola tra le
mani, ma neppure quell'ispezione pi accurata sembr illuminargli la memoria. Quindi la poggi sul
tavolo.
"Ricordo che Sua Santit vendette certi pezzi antichi a vostro marito, madonna; di questo sono
sicuro. Ma in fede mia,  la prima volta che vedo questa pisside di ametista!".
"Ma come... Lorenzo ha ricevuto anche un anello stupendo con uno smeraldo... Lo smeraldo
porta un disegno inciso che rappresenta uno scorpione....".
"Ah, certo. Quello me lo ricordo. Dovrebbe essere un antico sigillo astrologico che cura non so
quale malattia".
"Protegge dai pericoli del parto", fece lei delusa.
"Pu darsi, madonna. Ma ve lo ripeto: di questa pisside non so nulla!".
Clarice emise un profondo sospiro di sconforto. Raccolse dal tavolo la delicata scatolina di
pietra dura e la rigir.
"Eppure viene dalla Curia! La lettera arrivata insieme al dono dice che qui dentro ci sono le
ceneri di Giulio Cesare. Perci  stata chiusa con un cordoncino di seta e un sigillo. Vedete? Si
distinguono appena, perch  fatto di cera scura, ma ci sono incise delle lettere".
La cosa parve catturare l'attenzione del Platina, uomo avidissimo di conoscenza e appassionato
di lingue antiche.
"Si vedono alcune cifre, in effetti. Tuttavia...".
"Lorenzo crede siano lettere bizantine", precis lei.
Lo studioso le rivolse uno sguardo in tralice, tutt'altro che convinto.
"Mi pare difficile, madonna. Ne abbiamo di antichi manoscritti venuti da Costantinopoli, nella
biblioteca dei papi. Di tutte le et, da Costantino in poi. Questi caratteri per non hanno niente a che
vedere con la lingua greca".
Clarice avrebbe voluto chiedergli se ne fosse proprio certo, ma non osava proferire quella
domanda che poteva urtare il carattere umbratile del Platina, mettendo in dubbio la sua autorit.
"Di quale lingua potrebbe trattarsi?", chiese invece umilmente.
Platina storse la bocca.
"Chiss. Magari la scrittura usata dai Padri della Chiesa copta in Egitto. Abbiamo qualcuno dei
loro manoscritti, mi pare".
"Potete fare una verifica, per favore? Ve ne sar molto grata".
"Certamente. Anche se, ve lo confesso, stento a capire come mai siete tanto interessata a
quest'oggetto".
La domanda dello studioso, in s innocente, fece piombare Clarice in un cupo disagio.
"Fatico a comprenderlo anch'io", confess. "Ogni volta che vedo questa pisside, ecco, io provo
qualcosa di strano... Non  una bella sensazione, ve l'assicuro. Negli ultimi tempi, poi, mio marito 
diventato preda di un umor nero che non appartiene al suo carattere. Spesso risulta dispotico, gelido,
scostante. Ho sentito dire che la pietra d'ametista induce gli animi alla malinconia, e insomma, non
vorrei che la pisside esercitasse sul mio sposo un'influenza nefasta!".
Aveva parlato con enfasi, in un empito di onest cristallina. Platina aggrott la fronte e la fiss
per alcuni istanti in silenzio. Non doveva nutrire molta stima per Lorenzo de' Medici; quello sguardo
puntato dritto sulla moglie, che sperava di attribuire a una pietra la colpa di certi atteggiamenti tirannici
originati invece da una smodata sete di potere, pareva compatirla come fosse una povera illusa che va
accampando scusanti per una colpa impossibile da giustificare.
"Madonna", rispose con gelida cortesia. "Vi assicuro che questa pietra non pu contaminare
l'anima di nessuno. Tanto per cominciare, non  ametista, bens una variet di calcedonio viola. E
giusto per darvi soddisfazione...".
Lo studioso si alz, rovist negli scaffali alle sue spalle, fin quando non torn tenendo in mano
un libro vetusto fatto di cartapecora, rilegato in cuoio nero. Lo apr cercando un passo, che le mostr.
"Ecco, madonna. Questo  il trattato di Arnoldo il Sassone sul potere delle pietre preziose.
Leggete il latino?".
Clarice affond lo sguardo in quelle pagine fitte di una scrittura elegante, vecchia di almeno due
secoli. Per quanto lei potesse capirne, era scritto in un latino corrotto e pieno di parole simboliche.
Calcedonius lapis... Color eius pallidus. Virtus eius est contra illusiones dyabolicas, et perfecte
causas adversariorum evincat.
"Vedete, madonna? Il potere del calcedonio sta nello scacciare le illusioni che manda il diavolo,
perch dona a chi lo possiede chiarezza di vedute e lungimiranza. Credetemi, quella pietra pu solo
giovare a vostro marito, che di illusioni diaboliche ne patisce eccome! Lo stanno accecando, in realt",
chios allusivo.
"Volete dire che quel dono nasconde un avvertimento?".
Platina scroll la testa con sano disincanto.
"Signora, la sola politica di cui m'intendo  quella di Aristotele e Cicerone, che leggo nei
manoscritti fra i quali vivo. Ma dovrei essere cieco, sordo e completamente idiota, per non sapere
quanto l'operato di vostro marito sta indisponendo Sua Santit! Non si fa che parlare di questo da mesi,
nei Sacri Palazzi. Certe indiscrezioni non vengono riferite a me, un semplice uomo di studio. Ma se
posso essere sincero con voi, per la stima e il rispetto che ho verso il cardinale Latino Orsini, vi direi di
fare il possibile per riportare vostro marito sulla retta via. M'intendete?"
"V'intendo benissimo, ser Platina. Sfortunatamente, mio marito  un uomo caparbio che non ascolta nessuno".
"Allora pregate vostro zio di parlargli in modo chiaro: Lorenzo de' Medici non vorr ignorare i
moniti di un porporato tra i pi influenti nel Sacro Collegio, perch sarebbe davvero pazzo, in tal caso!
Quanto a questa pisside, rassicuratevi:  solo un prezioso oggetto d'antiquariato, nulla pi. Se vostro
marito ha preso strade che voi non approvate, date la responsabilit a quelli che gli stanno intorno e lo
consigliano. Oppure a lui stesso. Il resto sono favole indegne di una dama del vostro rango. Lasciatele
ai cialtroni e alle popolane ignoranti".
"Vi ringrazio, messere. Posso pregarvi di avvisarmi, semmai doveste trovare notizie che m'interessano?"
"Vi far sapere. Ammesso che ne trovi".
Con un lieve inchino della testa tronc il discorso, e lei comprese che non aveva altro da dirle.
Amaramente delusa dal colloquio con Platina, ma appesa alla speranza che lo studioso potesse
in seguito scovare qualcosa su quella pisside che tanto la turbava, Clarice attendeva a Palazzo Orsini.
La casa dello zio cardinale, quell'ambiente familiare che nei giorni della sua adolescenza aveva
tanto amato, ora le sembrava una prigione dalle pareti strette e grigie. Separata da Lorenzo, non trovava
pace: e se gli fosse successo qualcosa di brutto, mentre lei era lontana?
Per ingannare il tempo insopportabile dell'attesa, pens di tornare a quelle buone incombenze
quotidiane cui si era dedicata prima del matrimonio, le opere di carit che erano considerate dovere
imprescindibile per una dama. Il signor cardinale zio le assegn il compito di assistere le Ancelle di
San Giovanni, cio una dozzina di anziane vedove indigenti che abitavano in una casupola di propriet
del Laterano.
Le accudiva con pazienza e si sorbiva quella tiritera di lamentele comuni nei vecchi, sempre
convinti che i ladri vengano di notte a rubare il loro ciarpame; poi un giorno, quando aveva quasi perso
ogni speranza e meditava di tornare a Firenze, un servo della foresteria s'inchin dinanzi a lei.
"Perdonate, madonna. C' una visita per voi".
"Una visita per me?".
Clarice non riusciva a immaginare chi mai potesse raggiungerla in quel luogo, anche perch
nessuno al di fuori della stretta cerchia familiare era a conoscenza del suo viaggio a Roma. Si tolse di
dosso le spille con cui teneva appuntato sul davanti il grembiule di lino e segu il domestico verso il
grande portico antistante la basilica. Dove riconobbe all'impronta una fisionomia gi vista.
"Roberto...", mormor emozionata. "Roberto Malatesta?".
Trov uguale sorpresa nello sguardo di lui. Era la stessa persona, certo, eppure gli sembrava
incomparabilmente diversa da come la ricordava. Erano trascorsi molti anni, dal loro ultimo incontro; e
quella bellezza acerba, magra, esile, che aveva di notevole quasi soltanto il magnetismo degli occhi
verdi, s'era trasformata come per incanto in una donna magnifica. Sbirci con discrezione il seno che
impertinente faceva capolino dallo scollo del corsetto, un po' troppo generoso per la moda romana,
bench castissimo per l'uso fiorentino. Il sorriso, poi, era pi aperto e solare. Irradiava la fiera bellezza
di una rosa rossa a maggio, nel trionfo della fioritura.
"Ho saputo che siete venuta in visita ai vostri parenti", le disse abbassando un po' il tono della voce.
" stato Lorenzo ad avvisarvi?"
"Certo, madonna. Sapeva che mi trovavo a Roma per una supplica diretta al papa. E come
facilmente potrete immaginare, mi ha pregato di vegliare su di voi".
"Vi ringrazio, Roberto. Dubito che avr bisogno di un angelo custode, essendo alloggiata nel
palazzo di un cardinale".
Malatesta ebbe uno strano fremito delle labbra: pareva assolutamente in disaccordo, ma temeva
di palesare le sue convinzioni. Gliss con eleganza.
"La prudenza non  mai troppa, madonna. Specie in una citt come Roma, celebre per le sue
bande di briganti".
Clarice sorrise accomodante.
"In tal caso, Roberto, accetto la vostra protezione".
Lui s'inchin deferente.
"Sar un onore scortarvi ovunque vorrete, madonna".
La voce stentorea di una vecchia richiam Clarice con petulanza.
"Scusatemi", disse a Roberto, e si allontan per sentire cosa mai la vedova volesse da lei.
Lo scatto del suo corpo snello lo colp. Un tintinnio gioioso di catenine d'oro sulla stoffa rigida
del corsetto, e la scia di gelsomino nell'aria come la coda di un'effimera cometa. " una creatura
sfuggente e preziosa", pens Malatesta. Quando la vide ricomparire, pochi minuti dopo, con quel passo
rapido che gonfiava i veli sui capelli color rame, gli parve di aver atteso fin troppo. Era misteriosa,
conturbante. Ora capiva perch mai Lorenzo de' Medici avesse sfidato nemici pi grandi di lui, pur di
possedere una donna cos.
"Il tempo che passa  generoso con voi, madonna", le disse. "Ma vedo che siete occupata, in
questo momento, perci vi lascio. Alloggio presso la locanda della Luna d'argento: mandate un servo
quando volete, e sar a vostra disposizione. Ma ve ne prego: non uscite mai da sola. E soprattutto, non
fidatevi di gente che non conoscete a fondo".
Con un sorriso d'ammirazione s'inchin e si conged.
Clarice rimase da sola, attonita e perplessa. Nulla poteva toglierle dalla mente la sensazione che
Roberto nutrisse precisi timori per lei, e questo poteva significare una cosa soltanto: Lorenzo non aveva
pace, mentre sua moglie era lontana da Firenze, e poich non voleva richiamarla subito in citt,
sapendo quanto lei avesse nostalgia dei familiari e di Roma, aveva scomodato un vecchio amico perch le facesse da guardia del corpo.
...
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...
2.
...
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...
Caro Lorenzo,
non so dirti la pena in cui ho dovuto dibattermi per due settimane, cercando di scovare
informazioni utili a ci che interessa te e, nel contempo, pregando vari accoliti di Sua Santit per
ottenere la tanto sospirata udienza! Intere giornate trascorse in vana attesa nei corridoi della Curia,
implorando Dio che qualche prelato meglio disposto degli altri si degnasse di dirmi almeno cosa
dovessi fare. Pare che la mastodontica macchina della Santa Sede funzioni con meccanismi suoi
peculiari, che sfuggono alla logica vigente nel resto del mondo; ci dipende dal fatto che, come mi fu
detto, la Curia nacque al tempo di Costantino imperatore, che si serv di solerti e coltissimi vescovi per
la complessa amministrazione dell'impero. Hanno ragione: non ho mai visto un simile esempio di
pedanteria bizantina!
E poi, la Fortuna mi ha baciato in fronte.
Ho incontrato Rinaldo Orsini, tuo cognato. Mi  sembrato persino pi tronfio e arrogante di
come lo ricordassi, ma ammetto che pu rendersi anche simpatico, se gli gira bene. Forse era per
vantarsi dell'onnipotenza di suo zio, comunque mi ha lasciato intendere che non sarei approdato a
nulla, riguardo all'udienza che desidero, passando attraverso i normali canali della Cancelleria
Apostolica. L'appoggio di un prelato importante, al contrario, sarebbe stato in grado di aprirmi ogni
porta. Dato che mi aveva lanciato un abbocco cos allettante, mi sono messo alle sue calcagna, ma
Rinaldo non sembrava incline a tramutare in fatti ci che era stato cos rapido nel promettere a
parole. L'ennesimo fallimento. L'ennesima delusione!
Qualche giorno dopo, tuttavia, sono stato raggiunto da una buona notizia. Per motivi che non
ho chiari, sui quali per  per me naturale fare inevitabili congetture, Rinaldo ha cambiato idea. Mi ha
cercato con lo scopo di invitarmi a Palazzo Orsini per un colloquio privato. Conferma appieno i tuoi
sospetti: c' un'agitazione che serpeggia nella Curia contro di te, qualcuno sobilla il papa a tuo
danno, anche se Rinaldo, che fosse onesto o bugiardo, non ha saputo fare nomi precisi. Mi ha
consegnato un biglietto da parte del cardinal Ammannati, che sempre tiene nel cuore te e tuo fratello
Giuliano: l'eminentissimo ti raccomanda un periodo di riposo, insomma desidera che tu prenda una
vacanza in campagna, alle terme, ovunque vuoi, purch lasci Firenze per alcune settimane. Rinaldo
ignora le ragioni di tale consiglio, ma  stato chiaro nel sottolineare che Ammannati pareva molto in
pena per voi Medici. Un viaggio a Milano, con la scusa di fare visita alla vedova di Galeazzo Maria
Sforza, del quale eri molto amico, oltre che alleato, gli sembra ugualmente un'ottima soluzione per
farti lasciare Firenze. Di pi, mio malgrado, non sono riuscito a sapere.
Riguardo a tua moglie, ho avuto occasione d'incontrarla stamattina stessa e, come ti ho
promesso, sono stato eloquente nel darle a intendere che si trova in pericolo, eppure cauto, senza
offrire dettagli capaci di spaventarla. Ovviamente, mi sono messo a sua disposizione e l'ho pregata di
non girare da sola per la citt.
Devo confidarti che stentavo a riconoscerla, quando l'ho vista. La grazia languida e acerba
della ragazza che avevo conosciuto anni or sono  sbocciata in una bellezza trionfante, che spiazza e
seduce senza dare scampo.  una donna particolare. Una donna bellissima.
L'idea che i tuoi nemici vogliano colpire proprio lei per infliggerti una ferita mortale, cosa che
tu temi sopra ogni altra, mi ha ferito e indignato. Ammetto che anch'io, se fossi padrone di una simile
donna, difficilmente potrei vivere sapendo che  lontana da me, esposta a pericoli che non posso
conoscere e tantomeno scongiurare. Perci rassicurati: veglier su di lei continuamente, anche
quando ne sar del tutto ignara.
Con lo zelo di un servo devoto, anzi, no, di un marito geloso. Ne avr cura come se fosse mia...
Roberto Malatesta stacc la penna dal foglio. Ma che diamine stava scrivendo? Decisamente
non era opportuno lasciare che la penna mettesse nero su bianco tutto ci che in quel momento gli
passava nella mente e nel cuore; eppure, non aveva resistito alla tentazione. Era come se una parte di
lui avesse bisogno di quello sfogo. Un bisogno impellente e insopprimibile.
Sbuff e si disse che il testo poteva comunque servire da brutta copia per una lettera decente: in
fondo bastava eliminare le frasi inopportune che suo malgrado aveva scritto. Cominci dunque a
distribuire tratti di penna qua e l sulla pagina, dove era stato fin troppo sincero nel manifestare i suoi
pensieri. Voleva che Lorenzo si sentisse tranquillo sulla sorte della moglie, non preoccupato che un
amico la potesse insidiare...
Mentre rifletteva, una goccia d'inchiostro cadde inavvertitamente sul foglio. Roberto imprec,
ma tutto ci che poteva fare era assistere impotente allo scempio di quella chiazza nera che s'allargava
sulla carta.
Che disdetta! Ora doveva ricominciare tutto daccapo.
E se la goccia fosse un segno del destino? Forse era meglio inviare a Lorenzo un bigliettino
succinto, nel quale riferire i consigli del cardinale Ammannati. Punto. Non una sola parola riguardo a
Clarice, proprio come se non l'avesse mai incontrata.
Soddisfatto dell'idea, Malatesta accartocci il foglio e lo scagli senza rimpianti tra le fiamme del camino.
...
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...
3.
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...
La citt dei papi apparve a Giuliano come un grande alveare sconnesso che traboccava di gente
e viveva di cento anime diverse: vetuste basiliche bizantine, dalla mole rigida e massiccia, affiancavano
edifici improntati a tormentate linee gotiche. Pi ancora colpiva l'occhio la spigliatezza con cui i
romani avevano intessuto murature moderne nell'alveo delle grandi opere sventrate dai secoli.
Giuliano aveva deciso di viaggiare in incognito, raggiungendo l'Urbe mentre suo fratello lo
credeva diretto verso la Serenissima: per ordine di Lorenzo, avrebbe dovuto esplorare a fondo
l'ambiguit di Marco Correr, ostile a Firenze per dovere di veneziano ma molto interessato a
imparentarsi con i Medici per interesse privato. Aveva per da poco lasciato Firenze quando gli era
stata recapitata una lettera che capiva essere stata scritta di proprio pugno da monsignor Gentile
Becchi: un tempo precettore di Lorenzo e anche suo, il reverendo era ormai divenuto un prelato
importante della Curia Romana, presso la quale rappresentava con devozione gli interessi dei Medici.
Becchi lo esortava a raggiungerlo il prima possibile, e tassativamente in segreto. Data la seriet del
tono, Giuliano non aveva esitato.
"Siete stato laconico, nella vostra lettera", disse al monsignore. "Se non vi conoscessi da anni,
priva di nome come l'avete mandata, non sarei neppure stato capace di riconoscerla per vostra".
"Era questione di prudenza", rispose Becchi sottovoce. "Devi conoscere cose di cui non 
opportuno parlare. Meno che mai possono essere messe per iscritto".
"Eccoci qui, signori. Siamo arrivati", disse l'uomo che aveva trovato per loro un alloggio di fortuna.
Indicava una palazzina a tre piani dai muri scrostati e le imposte rotte, che prima di essere data
a fitto alla gente per bene, aveva probabilmente ospitato una casa di malaffare da quattro soldi. E lui,
un uomo untuoso nell'aspetto come nel parlare, che ostentava modi affettati per darsi un tono, doveva esserne stato il tenutario.
"Prima che avvenisse il ratto delle Sabine", osserv Becchi, "vigeva nella Roma antica un
curioso modo di prendere moglie, sapete? Il pretendente veniva proprio qui, nel Foro Boario, dove si
teneva il mercato del bestiame. L'uomo convocava il padre della sposa alla presenza del libripens, una
specie di pubblico ufficiale che portava la bilancia. Cos acquistava la consorte gettando sui piatti della
bilancia un certo peso di metallo in libbre, sul quale prima si erano messi d'accordo".
Giuliano ascoltava, o piuttosto fingeva di prestare attenzione alle parole del prelato. Ma perch
poi s'era messo a parlare proprio di usi matrimoniali nella Roma dei Cesari? Tuttavia, monsignor
Becchi sembrava convinto del fatto suo; lo guardava con intenzione, come se volesse alludere a un
argomento grave e scottante del quale, tuttavia, Giuliano non aveva il minimo sentore. Becchi pag il
mezzano e gli concesse una lauta mancia, il che lo rese solerte nel togliersi dei piedi. Poi apr le
imposte di quel tugurio. Sembrava assorto, e Giuliano si preoccup; conosceva quel suo atteggiamento
di silenzio ostinato: la concentrazione dello stratega che sta imbastendo la sua tattica di guerra.
"Perch siamo venuti in questa topaia, monsignore?"
"Non era consigliabile che tu alloggiassi nella filiale del vostro Banco", rispose laconico il
prelato. "Seguimi, ora. E non fare altre domande".
Si avviarono lungo lo stretto budello affogato tra case sbrecciate che dalla basilica di San
Damaso si snodava verso il Tevere. Monsignor Becchi aveva indossato una tunica di umile burello,
anche se le rendite ecclesiastiche di cui godeva gli avrebbero consentito di sfoggiare invidiabili velluti
veneziani. Confondendosi tra la gente comune, in apparenza un viaggiatore di modeste risorse come
tanti, avrebbe goduto dell'anonimato indispensabile alla riuscita della missione.
Il vecchio prelato pareva muoversi a suo agio, tra le vie dell'Urbe, come un automa che compie
con sicurezza sempre gli stessi gesti che  stato creato per fare. In realt, Giuliano gli leggeva dentro
una tensione spossante. Quando punt dritto su di lui uno sguardo vitreo dove un sincero senso
d'allarme lottava con il biasimo pi aspro, Giuliano rest di stucco.
"Mio Dio, monsignore... Cosa diamine succede?".
Becchi si rifiut di rispondere, ma tir dritto fin quando, voltato l'angolo di un palazzotto
medievale appartenuto ai Crescenzi, raggiunsero uno slargo dove si vendeva il pesce. Dritto dinanzi a
uno dei banchi, con l'aria annoiata e schifata per l'odore pungente che aleggiava nei dintorni, Giuliano
riconobbe le fisionomia di un uomo che mai avrebbe immaginato in simili contesti. L'abito era pi che
dimesso, con quella tunica lunga di uno squallido color bigio e le calze rattoppate in pi punti; le mani
bianche, levigate e nervose, tradivano per lo stile di vita di chi non ha fatto un solo giorno di lavori
servili in tutta la vita.
"Voi!", esclam Giuliano.
"Avevo urgente bisogno di vedervi, figliolo. Spero per la vostra famiglia che non sia troppo
tardi. Ditemi: il provvedimento  ancora in discussione o si tratta di cosa fatta, oramai?"
"Quale provvedimento?".
Il volto di ser Antonello Petrucci, segretario particolare di re Ferrante di Napoli, s'incup e
parve ancora pi brutto di quanto non lo fosse gi in quei miseri panni popolari che tuttavia gli
garantivano l'incognito.
"Davvero non ne sapete niente? Parlo della legge sull'eredit".
"Mio fratello non mi mette al corrente di ogni sua decisione".
L'espressione onesta e un po' stordita di Giuliano avrebbe convinto chiunque della sua
completa innocenza; ma non Becchi, che lo aveva visto nascere. L'ambasciatore non grad
quell'omert; era infatti venuto da Napoli sperando di ricevere una secca smentita, ma prima ancora si
aspettava lealt assoluta da parte dei Medici verso il re di Napoli, che li aveva sempre favoriti e protetti.
"Vostro fratello Lorenzo ha imposto alla Signoria di votare una strana legge sui patrimoni",
mormor. "D'ora in avanti, le fortune di un uomo che muore senza lasciare eredi diretti passeranno ai
suoi discendenti in linea paterna. Solo in linea paterna", specific drastico.
Giuliano accus il colpo. Le voci correvano rapide, evidentemente. La brutta storia dell'eredit
Borromei era ormai trapelata ben oltre i limiti del contado fiorentino. Negando si sarebbe reso ridicolo;
decise perci di fare semplicemente ci che gli capitava spesso, durante le missioni di cui Lorenzo lo
incaricava: cercare di placare le acque, calmare l'ira e i malumori di coloro che da suo fratello avevano
ricevuto una delusione o addirittura qualche colpo basso.
"Una cosa del genere non appartiene alle tradizioni di Firenze. Ho sentito dire che ci sono state
diverse obiezioni, cos la Signoria lo revocher a breve".
La voce di Petrucci strarip in una confidenza aggressiva. Il cadetto dei Medici sapeva, non
c'era alcun dubbio; quel suo volersi mantenere sul filo del rasoio era irritante e anche oltraggioso.
"Diverse obiezioni? Diciamo pure un diluvio di proteste! La nuova norma diventer carta
straccia non appena avr servito lo scopo per cui  stata creata: eliminare i rivali dei Medici. Tuo
fratello ha davvero passato il segno, stavolta: non si preoccupa pi nemmeno di salvare le apparenze.
Vuole qualcosa? I Dieci gli devono obbedire. Crede di essere lui stesso la legge!".
Mentre il napoletano parlava, il volto di Giuliano perdeva colore e la sua espressione si
tramutava nel pi crudo sconcerto. Lunghi anni di lavoro accanto a Lorenzo, tuttavia, gli avevano
insegnato a mantenere un invidiabile controllo delle proprie emozioni.
"Comprendo, ser Petrucci. Ma siete certo di conoscere i termini esatti della nuova legge?
Insomma, non pu darsi che gli informatori al soldo di re Ferrante abbiano preso un abbaglio?"
"Voglio sperarlo. Per il bene di voi Medici, intendo. Sua Maest mi ha chiesto di partire
immediatamente per prendere informazioni.  vostro alleato, lo sapete bene. Ma se le voci che gli sono
giunte avessero fondamento, vostro fratello verrebbe a trovarsi in una posizione disastrosa. Chiunque lo
taccia d'essere un tiranno avrebbe la prova servita su un piatto d'argento. Come potrebbe il mio
sovrano stare dalla sua parte senza offendere il papa? Lorenzo de' Medici dovr badare a s stesso da
solo, a quel punto. Senza pi contare sull'aiuto dei suoi amici!".
Livido per il disappunto, Petrucci accenn un saluto rude e se ne and via sparendo tra la folla.
Giuliano faticava a decidere se quel rapido, brusco colloquio avesse pi il sapore di un avvertimento o
di una minaccia.
Ormai solo con Becchi, nella ressa di gente che vociava contrattando tra i banchi, poteva
palesare apertamente il proprio disagio.
"L'eredit Borromei...", balbett. "Lorenzo ha scatenato un pandemonio per sottrarre quel
denaro alla famiglia dei Pazzi...".
"Di certo nessuno ha fatto nomi!", tuon Becchi. "Serviva nominare apertamente i Borromei,
del resto? Tutti a Firenze conoscono il caso. E sanno bene che quell'eredit avrebbe moltiplicato il peso
e l'importanza dei Pazzi in citt. Ora invece Francesco  rimasto completamente diseredato. Beffato,
truffato. Privato della fortuna che gli spettava per diritto. Quando ho scritto a tuo fratello per
manifestare il mio disappunto, si  giustificato in uno strano modo: sostiene che l'ha fatto per te, per
rendere possibili le tue nozze con la figlia del signore di Piombino. Per la quale, stando a quanto lui
dice, tu hai completamente perso il senno".
Giuliano abbass lo sguardo a terra. Non sapeva se esultare per la gioia o gridare di sdegno.
Vedere stracciato il suo rivale in amore lo colmava di soddisfazione, ma non era cos sciocco da non
saper valutare l'enormit dell'operato di Lorenzo, e le sue possibili, nefaste conseguenze.
"Quella legge  un'ignominia, lo ammetto. Lorenzo ha commesso un grave errore. Ma gli altri,
mi chiedo? I membri della Signoria, cos'hanno detto?"
"Niente. Hanno chinato la testa ai voleri di Lorenzo senza battere ciglio. Non credo di esagerare
immaginando che siano stati sedotti, corrotti, se non addirittura minacciati, per votare un
provvedimento cos infame che grida vendetta agli occhi degli uomini e di Dio!".
Giuliano si appoggi al muro. Un pensiero improvviso s'era fatto strada nella sua mente
provocandogli una vertigine.
"Dice che l'ha fatto per me", biascic. "Credo sia vero, purtroppo. Ho talmente insistito con
lui... Ero pazzo per Semiramide Appiani. La volevo a ogni costo, e Lorenzo l'ha capito... Ha colpito in
faccia la giustizia per venire in mio aiuto. Ha stracciato la legge per fare in modo che io potessi
averla...".
Gentile Becchi lo guard in tralice.
"Ne sei proprio certo, Giuliano? Lorenzo avrebbe dunque messo in moto questo marasma per
fare la felicit di suo fratello? Mah! Certo,  ci che avr detto davanti al Consiglio. Si sar giustificato
adducendo il pretesto del tuo amore per quella ragazza, o chiss, i vantaggi che l'unione tra i Medici e
il signore di Piombino porteranno alla Repubblica. La realt  pi triste e pi squallida. Temo che ti abbia usato, Giuliano.
"Non ci credo. Lorenzo mi vuole bene!".
"Questo per non gli ha impedito di sfruttare a proprio vantaggio la tua debolezza per la figlia
del signore di Piombino. Vedo che fatichi a seguirmi, figliolo: eppure  semplice! Immagina i Dieci che
lo guardano in attesa di sapere per quale motivo ha voluto riunire il Consiglio ristretto, e poi le facce di
quegli uomini quando scoprono che dovranno votare una legge fatta su misura per scalzare la posizione
dei Pazzi a Firenze... Nessuno ignora la ruggine che esiste fra quella famiglia e i Medici. Ci saranno
state proteste, accuse, pesanti insinuazioni su Lorenzo. Lui per ha pronto l'asso che tiene nella
manica. La nuova legge  un abuso, lo sa benissimo: ma ne va della vita di suo fratello Giuliano. Il suo
unico fratello, che tanto si  prodigato per la Repubblica in cento missioni di pace. Senza contare poi i
vantaggi economici che verranno a Firenze se Giuliano sposer la figlia di Jacopo Appiani: le miniere
di Piombino porteranno in citt una pioggia di fiorini d'oro. Ed ecco che le facce dei Dieci cambiano
espressione. Da indignate che erano si fanno pi distese, concilianti... Un capo senza tanti scrupoli non
piace a nessuno; ma un uomo preoccupato per il fratello, suscita simpatia e solidariet negli altri. Ed
ecco che il tiranno diventa un essere umano, da capire e compatire... Chi tra i Dieci non ha un fratello o un figlio giovane che gli procura preoccupazioni?".
Giuliano lo fissava incredulo.
"Voi lo credete possibile, monsignore?"
"Temo che Lorenzo sia accecato dal bisogno di schiacciare i Pazzi. Da tempo cercava un modo
per attaccarli. Tu, Giuliano, gli hai offerto un buon pretesto. Ha colto l'occasione per sferrare su di loro
un colpo mortale, come su un albero da abbattere alla radice!".
A Trastevere, pi che in altre parti di Roma, sembrava che i secoli bui non fossero mai trascorsi.
In quella zona cresciuta intorno alla grande basilica di Santa Maria, risalente al tempo eroico dei
martiri, l'abitato si presentava come un oscuro labirinto di muri alti e stretti, di vicoli asfittici, dove un
gioco tortuoso di portici e archi offriva facile rifugio ai cospiratori, a chi cercava di radunarsi per ordire
trame politiche e sedizioni.
Si vedevano sbucare dai viottoli donne ammantate, il capo coperto dal lembo della veste per
ripararsi dalla pioggia, simili a tante antiche matrone popolari. Per terra, le buche incavate nel fondo
stradale battuto dai secoli portavano il solco del passare dei carri, ingombro d'acqua del recente
piovasco. Ciuffi d'erbe selvatiche e gramigna crescevano ai margini, presso il limitare dei muri.
Sotto il portico della basilica, seduto sul tronco atterrato di un'antica colonna, un notaio rogava
per due clienti avventizi poggiando il registro su una tavoletta lignea, intingeva la punta della penna
nella nera bocca aperta del calamaio che gli pendeva appeso al collo. La schiena diritta, il volto teso
d'applicazione, c'era nella sua attitudine la sacrale rigidit di uno scriba egizio scolpito nel basalto.
Accanto a lui, i piedi che ogni tanto battevano nervosi a terra, Roberto Malatesta lo spiava di
soppiatto. Quell'uomo l davanti, una curiosa chimera nata dall'accostamento fraudolento tra un
distinto professionista dell'arte notarile e un volgare imbroglione, era lo strumento di cui aveva bisogno
per portare a compimento l'ultima parte della sua missione. La pi piacevole, che ormai gli premeva al
punto da trasformarsi in un'autentica, insana ossessione.
"Mi avete menato per il naso!", protest Roberto a brutto muso. Il notaio non si scompose un minimo.
"State tranquillo, signore", replic senza interrompere il lavoro di scrittura. "Vi dico che
verranno a messa proprio qui. La signora Clarice e sua madre, donna Maddalena, appartengono alla
Confraternita dei Raccomandati. E oggi comincia il triduo per la festa dell'Annunziata".
Urtato, Roberto dovette arrendersi all'evidenza: via via che il suo attaccamento per Clarice si
faceva pi forte, restare freddo in sua presenza gli costava fatica, e la donna se n'era accorta. Per
questo, forse, era diventata di colpo evasiva e sfuggente?
Gli aveva promesso che non si sarebbe avventurata per Roma da sola, ed ecco: invece di
chiamarlo, come aveva fatto i primi giorni, si faceva accompagnare da sua madre! Si disse che doveva
moderare i suoi impeti, se voleva riuscire nell'impresa che s'era prefissato.
"La messa sta per iniziare, ma non arriva nessuno", obiett Roberto un po' rabbonito, ma pur sempre di malagrazia.
"Eccole laggi. La vedete, la carrozza con lo stemma Orsini?".
In effetti, dal vicino Lungotevere era appena sbucata una vettura aristocratica di cui Roberto
riconobbe subito lo stemma. Un tuffo al cuore. S, era proprio lei! La vide scendere i gradini della
carrozza e incamminarsi verso la basilica con quella sua figura elegante e sinuosa che seduceva lo
sguardo. Era pallida, gli occhi cerchiati da un lieve alone azzurrino di sonno perduto. Forse anche pi
bella dell'ultima volta che l'aveva vista.
"Lasciate fare a me", ammicc il notaio.
Roberto annu; era giusto che si guadagnasse la lauta mancia che aveva preteso, per svolgere
quel servizio da ruffiano. Mastro Pironti si incammin di buon passo verso Maddalena Orsini, che
scendeva dalla vettura appesantita dall'et e dalla mole non proprio agile del suo corpo. Le rivolse la
parola con una scusa ben fatta; in qualit di notaio fiduciario del cardinale, conosceva molto bene
estensione e valore del patrimonio di famiglia, e non gli fu difficile inventarsi l'esistenza di un certo
signore molto interessato a comprare un loro uliveto a Monterotondo. Bast per tenere occupata la dama, mentre Roberto si avvicinava a Clarice.
"Madonna...".
Lei trasal leggermente.
"Roberto. Anche voi alla funzione?"
"Me ne faccio un dovere. Ho giurato a vostro marito che non vi avrei persa d'occhio".
La vide in lieve imbarazzo.
"Finirete per mancare l'udienza con il papa, se passate tutto il tempo a farmi da scorta".
"So badare a me stesso, fidatevi. Invece voi, Clarice, siete una donna sola. Una dama bellissima
che ha bisogno di protezione".
"Ho promesso che non sarei andata in giro per Roma da sola, Roberto. Ed ecco, non sono
spergiura. C' mia madre, con me".
"Un'altra dama come guardiano... E anziana, per giunta! Quale sicurezza pu mai darvi?".
Impacciata, lei aveva il volto congestionato per il rossore. A Malatesta parve di non poter
resistere, le afferr la mano e la baci con trasporto.
"Dovete avere fiducia in me, Clarice. Sono il pi affezionato dei vostri amici. Non c' un
istante della mia giornata in cui io non pensi a voi. Alla vostra sicurezza".
Intanto donna Maddalena Orsini, che s'era svincolata dalla petulanza del notaio pagato apposta
per agganciarla e distrarla, irruppe tra loro. Roberto si rabbui all'istante.
"Buongiorno, madonna", borbott.
"Buongiorno, ser Malatesta. Vi trovo bene. E come sta vostra moglie Elisabetta?".
C'era, in quella domanda all'apparenza innocua, un certo sedimento malizioso e ammiccante.
Roberto ne fu incuriosito.
"La salute di mia moglie  buona, grazie".
"Ci mi rallegra. Ho saputo per che non pu darvi dei figli".
"Cos sembra, purtroppo".
"Che sfortuna... Potete sempre chiedere l'annullamento per infertilit. Siete un uomo giovane e
vigoroso; non farete fatica a trovare una nuova sposa. Devota e feconda come la mia Clarice, per
esempio. Una grande casata come quella dei Malatesta, del resto, ha bisogno di eredi".
"Parole sante, madonna. Parole sante!".
"Staremmo volentieri a parlare ore con voi, Roberto; ma dobbiamo entrare in chiesa, o faremo
tardi alla funzione. Vi vedremo volentieri per cena da noi, a Palazzo Orsini. Stasera".
Come un cielo buio e scontroso di marzo si rasserena di colpo, quando il sole di primavera
squarcia il velo tetro delle nubi, il volto di Malatesta vir all'istante verso una gioia che gli era arduo contenere.
"Con immenso piacere, madonna", disse sorridente.
Se ne and dopo aver gettato su Clarice uno sguardo caldo che covava promesse, e le due dame salirono i gradini della chiesa.
"Cosa vi salta in mente, madre?", fece Clarice stizzita. "Invitarlo da noi stasera! E dire che vi
credevo arrivata per soccorrermi!".
Donna Maddalena volt leggermente la testa per sfiorare la figlia con uno sguardo carico di un
tetro mistero.
"Sei ancora giovane e piacente, Clarice. Fossi in te, non disdegnerei la corte di un uomo illustre
come Malatesta".
Basita, lei dilat i bellissimi occhi verdi.
"Madre! Ma cosa state dicendo? Volete forse che mi comporti da sgualdrina? Ho un marito, se
per caso ve ne siete scordata!".
Maddalena Orsini non replic nulla. Nelle sue spalle curve, ostinatamente voltate alla figlia,
c'era come un aleggiare di sinistre allusioni taciute.
...
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4.
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...
Ferito dalla scottante verit che Gentile Becchi gli aveva rivelato, Giuliano era incapace di vedere Lorenzo nei panni di un uomo senza scrupoli, pronto a sfruttare per i suoi piani anche i sentimenti delle persone pi care.
Doveva pur esserci una spiegazione. Un risvolto che Becchi magari ignorava, eppure
importante, grazie al quale l'operato di Lorenzo sarebbe senz'altro apparso sotto una luce
completamente nuova.
Esisteva una verit segreta, lo sentiva, che poteva riabilitare completamente le scelte di
Lorenzo; un vile tradimento, un complotto, una sordida macchinazione che i Pazzi avevano intessuto a
insaputa del mondo intero, contro la persona di Sisto IV, chiss... Insomma, un fatto di gravit
inaudita, dinanzi al quale suo fratello era stato indotto a pensare che annichilirli significasse compiere
un'azione meritoria.
Si era dunque immerso in una spossante ricerca di informazioni sul conto dei Pazzi, che a
Roma, negli ultimi tempi, erano straordinariamente cresciuti in ricchezza e potenza. Essere i banchieri
del papa significava avere un ascendente eccezionale su tutti gli artigiani e i mercanti della citt, sui
cardinali e gli alti prelati, sempre bisognosi di credito. La mossa proditoria architettata da Lorenzo, che
aveva sfilato a Francesco de' Pazzi la lucrosa eredit Borromei, sembrava aver assestato alla famiglia
rivale soltanto una ferita lieve, un ammanco trascurabile in confronto a quanto avrebbero potuto
guadagnare servendo la Curia Romana.
Da giorni si aggirava tra banchi di cambiavalute e uomini oriundi di Firenze venuti ad abitare
nell'Urbe, sperando che la comune origine li inducesse a dare almeno qualche dettaglio su ci che lui
voleva sapere: quale reazione stavano preparando i Pazzi per rappresaglia contro Lorenzo? Non ottenne
la minima indiscrezione. Figlio cadetto, e perennemente escluso dalle scelte politiche del fratello,
Giuliano era pur sempre un Medici. Nessuno si fidava, nessuno voleva rischiare di tradire i Pazzi, che
ora avevano acquisito un vantaggio un tempo impensabile.
Gentile Becchi lo aiutava a modo suo, visitando prelati, parroci e chierici di camera che ancora
contavano di ottenere qualche vantaggio dalla fedelt a casa Medici. Torvo, taciturno, sempre pi
preoccupato, Becchi inviava a Lorenzo missive quotidiane per le quali non riceveva alcuna risposta.
Quando era il suo precettore, rimproverava Lorenzo di essere cocciuto e troppo sicuro di s; ora questo
difetto rischiava di condurlo alla rovina.
Quel giorno, Becchi doveva mostrare a Giuliano un fatto gravissimo del quale era venuto a
conoscenza solo la sera precedente, grazie a certe amicizie fidate. Non aveva detto a Giuliano una sola
parola sulla questione, n rivelato dove fossero diretti. Doveva comunque trattarsi di una faccenda
delicata e scabrosa: pi lui si faceva pressante, pi il reverendo diventava laconico. Era come se non
avesse il coraggio di parlare nel timore di non saper scegliere le parole giuste.
Il monsignore camminava di lena inoltrandosi nel cuore antico di Roma, Giuliano lo seguiva
immusonito e in allerta. La citt traboccava di chiese e conventi, a ogni crocicchio si vedevano edicole
dedicate ai santi, o cortei di pie confraternite che sfilavano tenendo in mano lunghi ceri accesi. Ma in
quelle stesse strade si vedeva affiorare un substrato diverso, alieno ed altero, che con lo spirito cristiano
si fondeva pacificamente.
Statue mutile di marmo bianco riparate all'ombra dei portici, teste mozze di antichi eroi e
frammenti di bassorilievi istoriati, murati sulle facciate delle case pi recenti, raccontavano di un'altra
civilt lontana che aveva un giorno calpestato quelle stesse vie.
"Una buona volta, monsignore: esigo di sapere dove stiamo andando!", sbott Giuliano.
" lei", rispose Becchi.
La donna che apparve nell'inquadratura del grande portale patrizio era una creatura languida,
alta e snella, avvolta in un abito di seta color malva. Aveva capelli rossi, lunghi e copiosi, raccolti in
parte per scoprire un bel viso ovale, delicato, dalla carnagione chiarissima. Due ciocche sottili
morbidamente attorte a ricciolo scendevano accarezzando le orecchie ornate da piccoli orecchini di
perle rosa simili a grappoli di fiori preziosi.
Giuliano rest stordito. Clarice?! Cosa mai ci faceva a Roma, sua cognata? Quando era
arrivata?
"Mio fratello sa di questo viaggio?"
"Come potrebbe ignorarlo, Giuliano? Tua cognata deve avergli detto che veniva a Roma per far
visita alla famiglia. Infatti eccola l, che esce da Palazzo Orsini".
"Sembra molto tesa,  persino dimagrita. Sono certo che  in ansia per mio fratello. Sar venuta
a Roma per cercare di aiutarlo, per sapere cosa bolle in pentola grazie ai legami che gli Orsini hanno
nella Curia. Dobbiamo unire le nostre forze!".
"Aspetta! C' una cosa ancora pi importante che devi vedere", lo fren Becchi.
Clarice intanto guardava lontano, dove l'angolo della via sboccava nella vicina piazza.
Aspettava sicuramente qualcuno, ma non era facile capire se fosse in ansia perch non lo vedeva
ancora, o se invece sperava che non venisse pi.
Gli zoccoli di un cavallo che arrivava al trotto interruppero il parlottare di Giuliano e del
Becchi, acquattati dietro un muro d'angolo a spiare. Un uomo elegantissimo scese di sella con un salto.
Indossava una giornea di prezioso broccato viola e, sopra, un corto mantello bordato di galloni d'oro
che arrivava a sfiorare l'inguine. Leg il cavallo a un anello di ferro confitto nel muro, poi si avvicin
alla vettura dentro la quale Clarice attendeva. La sua faccia era l'icona stessa di una passione calda e
sincera, di un trasporto che aspetta la felicit, o una vita senza pi luce. Era innamorato perso di lei, e
non ne faceva alcun mistero.
Giuliano sbigottito vide quel perfetto cavalier servente che si era sporto verso l'interno della
carrozza, e presa delicatamente la mano che lei gli porgeva, la sfiorava in un bacio tutt'altro che casto.
Poi Malatesta dette voce al conducente, e la carrozza lentamente part.
Giuliano era raggelato.
"Ma che ci fa, con mia cognata?"
"La porta a una festa, secondo le mie informazioni", disse Becchi.
"A una festa? Da soli?"
"Lorenzo ha pregato Malatesta di vigilare su di lei, mentre Clarice  a Roma. Il nostro amico ha
preso alla lettera quell'esortazione".
"Non possono andarsene in giro cos. Daranno scandalo,  una cosa contro la decenza...".
"Mi duole dovertelo dire, figliolo... Insomma, i miei informatori riferiscono una certa voce
popolare. Qui a Roma, Clarice  considerata praticamente vedova. Roberto Malatesta lo sa bene, e sa
pure che il papa annuller il suo matrimonio sterile con Elisabetta di Montefeltro. Dunque si prepara
all'evenienza. Coltiva il terreno per le prossime nozze".
"Ma i parenti di lei? Cosa dicono gli Orsini?"
"Sono d'accordo. Ora che tuo fratello  ai ferri corti con papa Sisto, la parentela con i Medici 
divenuta per loro una vergogna di cui vorrebbero disfarsi. Prima ci riusciranno, meglio sar".
Quelle parole caddero su Giuliano come piombo rovente.
"Mio Dio, monsignore... Non sapevo che potesse esistere tanto lurida vilt!".
"Io s", disse Becchi a denti stretti. " una vecchia storia, in realt. Mai sentito parlare di Giuda?".
Caro Lorenzo,
non so dirti esattamente come sia cominciato; non  chiaro neanche per me.
 come se una malia segreta si fosse infiltrata silenziosa nella mia anima, e una mano invisibile
avesse lavorato indisturbata nel mio cuore scalzando le barriere che io innalzavo a proteggermi, le
barriere del pudore e del buon senso. E adesso che il mio cuore giace dinanzi a me nudo e dissodato,
rivelato alla luce del sole, posso confessarti che amo Clarice. La tua Clarice.
Scoprirlo  stato per me un patimento che non potresti immaginare; eppure, durante ogni
singolo attimo di quel calvario, provavo un'emozione cos profonda come non credevo si potesse
sentire a questo mondo.
Ieri l'ho incontrata con sua madre, che mi ha invitato per cena a Palazzo Orsini. Donna
Maddalena ha simpatia per me, l'ho capito immediatamente. Forse mi ritiene un buon partito per sua
figlia; qualcosa mi dice che posso farne una valida alleata, per i miei fini.
Non ho scrupoli: tutto  lecito in amore e in guerra. Non devo certo insegnarlo a uno come te,
che non si tormenta con remore inutili quando ha da raggiungere uno scopo. La verit  che
incontrare tua moglie ha sconvolto la mia vita. Mi ha sconvolto la mente. Ho capito come ha fatto a
stregarti, e perch ti aveva reso schiavo di un sogno insano che  quasi arrivato a ucciderti. Averla ti
ha guarito, ma hai goduto di lei abbastanza. Adesso  il mio turno.
Questo sfogo affidato alla complicit di un pezzo di carta mi offre un po' di sollievo dal
rimorso che provo nei tuoi confronti; sopportalo, e perdonami, se puoi.
Ho deciso che mi far avanti con lei,  venuto il momento. Stasera la condurr a Ostia con un
pretesto. In casa di amici, le ho detto, ma non  la realt. Saremo da soli, io e lei. Ho affittato una
piccola dimora signorile e diversi servi scelti tra i pi discreti. Fingeranno di essere miei ospiti a un
festino, ma saranno pronti a dileguarsi al momento giusto. C' un'alcova segreta nella quale
l'attirer, quando la casa sar ormai deserta. Non mi respinger, lo sento: ma se anche dovessi usarle
violenza, sono certo che con il tempo sapr piegarsi ai miei voleri, e un giorno, anche goderne.
Non mi resta che dirti addio, Lorenzo.
Presto cadrai per mano dei nemici che si sono uniti contro di te: riposa in pace. Penser io a
lei. L'amer e ne avr cura.
Che la terra ti sia lieve, amico mio!
Roberto richiuse il foglio, lo pieg diligentemente in quattro, lo avvolse nello spago e vi
impresse il sigillo. Un rito che ormai ripeteva ogni sera con indefettibile accuratezza, quasi come se
dalla precisione di quei gesti dipendesse un risultato importante. Quello spreco di confessioni epistolari
era diventato un'abitudine irrinunciabile, per lui. Offriva un salutare spurgo ai premiti della sua
coscienza. E come ogni volta, la gett nel fuoco.
Quando le fiamme ebbero disfatto il foglio e nulla pi restava di quelle parole affidate alla
carta, sorrise con sollievo. Domani sarebbe stato un gran giorno. E nutriva fervide speranze di successo, per la sua idea ingegnosa.
...
.
...
5.
...
.
...
"Sei pronta, figlia mia? Si sta facendo tardi".
La voce di donna Maddalena Orsini suonava fin troppo premurosa e apprensiva. Dietro quel
misero tentativo di mascherare la tensione con un sorriso ingenuo, si vedeva come fosse tutt'altro che
serena.
Clarice si guard allo specchio. Gli sembrava di vedersi dimagrita, invecchiata, forse, per quelle
settimane che aveva trascorso in attese prive di costrutto e tra svaghi dei quali non sentiva affatto il
bisogno.
"Sto scendendo, madre", rispose svogliatamente.
Affid alla cameriera il fermaglio di perle con il quale avrebbe dovuto sostenere i capelli sulla
nuca, in un gioco accorto di trecce dallo spessore via via digradante; era per un'acconciatura troppo
elaborata per lo stile in voga nell'Urbe e, temendo di dare troppo nell'occhio, decise di rinunciare. Non
voleva, inoltre, dare al Malatesta altri spunti per farle complimenti audaci, dinanzi ai quali si sarebbe
trovata in un penoso imbarazzo. D'altro canto, non aveva saputo declinare il suo invito. Una festa a
Ostia, in casa di un illustre veterano delle milizie apostoliche, un comandante chiamato Tiberio Veliani.
Lorenzo lo conosceva bene, assicurava Malatesta; e Clarice era certa che fosse vero, aveva sentito pi
volte suo marito parlare di quel militare, lodarne la lealt e il senso dell'onore. Le pareva addirittura
che un giorno, bench a mezza bocca, Lorenzo avesse persino detto che un'idea di Veliani gli aveva
salvato la vita. Probabilmente questo Veliani sarebbe stato contento, sapendo di poter aiutare
nuovamente il giovane amico di un tempo, ora in difficolt; e se davvero era un veterano dell'esercito
papale, un uomo pieno di conoscenze importanti e legami prestigiosi, allora poteva anche raggranellare
per lei notizie preziose su cosa i nemici di Lorenzo stessero tramando nell'ombra. Perch qualcosa di
oscuro si stava indubbiamente addensando sopra il loro destino, di questo lei sentiva in cuore un'amara
sicurezza. La legge sulla trasmissione dell'eredit, quella che aveva privato Francesco de' Pazzi del
patrimonio Borromei, non poteva aver lasciato indifferenti gli avversari dei Medici. Per Clarice era
stato come un fulmine a ciel sereno, venirlo a sapere per caso mentre era in viaggio, a meno di un
giorno da Firenze: chiunque ne parlava, nelle locande come sul sagrato delle chiese. Che Lorenzo non
ne avesse fatto parola con lei, sua moglie, era un'umiliazione cocente, capace di gettarla nello
sconforto. Forse l'aveva tenuta all'oscuro per proteggerla, rispettando la scelta di una moglie che, tutta
dedita alla cura dei figli, non aveva mai voluto immischiarsi nelle beghe politiche dei fiorentini. O
magari invece aveva scelto la via del sotterfugio perch sapeva benissimo quanto illegale e infame
fosse il suo proposito; e Clarice, se ne fosse stata informata, lo avrebbe senz'altro fatto desistere.
"Mio Dio!", pens affranta. "Ma non si rende conto delle conseguenze?".
Quell'azione che offendeva Dio e beffava la giustizia umana aveva dato scandalo in tutto il
contado fiorentino e oltre: molte altre famiglie, a parte i Pazzi, ne erano state odiosamente colpite. Non
dovevano essere pochi, in quel frangente, quelli che ora maledicevano i Medici e imploravano il Cielo
di punire Lorenzo il Magnifico. A Roma tutti parteggiavano per i Pazzi, si capiva immediatamente dai
loro sguardi, dai loro sorrisi falsi e innervati di rancore. Le facce dinanzi al suo passare si facevano
distese solo quando era con Roberto, come se la compagnia di Malatesta avesse il misterioso potere di
affrancarla dalla colpa di avere sposato un Medici.
"Clarice!", tuon decisa donna Maddalena.
Lei si guard allo specchio: forse, inavvertitamente, stava perdendo tempo perch non aveva
alcuna voglia di recarsi alla festa con Roberto. Ma a cosa serve rinviare un dovere importante, bench
sgradevole?
Con un sospiro rassegnato, lasci lo sgabello della toletta e si diresse lungo lo scalone fino in
cortile, salendo in vettura.
"Dove vi porto, madonna Medici?"
"Lungo la via di Ostia".
"A quale altezza?"
"Dove si cominciano a vedere le tombe degli antichi Cesari. L troveremo un cavaliere che ci
far da scorta".
Il conducente spron i cavalli e part, inoltrandosi nei penetrali dell'Urbe.
Roma le sembrava strana, dopo anni di assenza; una citt diversa da quella che ricordava, piena
di stridenti contrasti. Lo splendore delle antiche basiliche piene di marmi rari e di mosaici a tessere
d'oro, le residenze cardinalizie e i palazzi principeschi erano isole di sfarzo che svettavano su uno
scenario di povert popolare che colpiva dritto al cuore. Impressionava la quantit dei mendicanti che
affluivano nella Citt Eterna per chiedere la carit, e quella dei pellegrini venuti a impetrare il perdono
dei peccati pregando sulle tombe degli Apostoli.
La vettura si arrest con una piccola scossa. Clarice trasal, persa nei suoi pensieri com'era.
"Che succede?"
"Un valletto arrivato dalla Curia, madonna. Ha visto la vostra vettura e mi ha lasciato una
lettera per voi".
"Una lettera per me? Non ne aspetto".
Il vetturino, piegato faticosamente su di lei nello sforzo di guardarla in faccia, le porgeva un
biglietto accuratamente ripiegato, chiuso con spago e con un sigillo di cera bianca. Incuriosita, lei lo prese e lo apr.
.
Gentile madonna,
non so dirvi quanto io mi senta in difetto per avervi fatto attendere tanto a lungo, ma pi ancora, non potete capire il rimorso al pensiero delle parole poco garbate che vi rivolsi, ormai tre settimane or sono. Quando, quel mattino, siete venuta a cercare di me chiedendomi un parere circa una certa pisside di ametista che tanto attraeva la vostra attenzione incutendovi uno strano timore. Non ricordo cosa esattamente vi dissi, tuttavia ho la certezza di essermi comportato in modo scortese, dandovi della credulona, o gi di l. Non avevo torto, nel giudicare innocua la pietra alla quale voi invece volevate attribuire una sorta di influsso funesto sull'anima di chi la possiede; ma quanto eravate nel giusto, madonna, riguardo a tutto il resto!
.
Ricordate quel sigillo scuro posto a chiudere la pisside, e gli strani segni incisi che vostro
marito pensava essere lettere bizantine? Non mi sbagliavo nel dire che non sono affatto lettere
dell'alfabeto greco, ma ho preso un grosso abbaglio, invece, supponendo che si trattasse di scritture
appartenenti alla Chiesa dei Padri copti!
Ho trascorso le ultime due settimane a sfogliare gli antichissimi codici che la biblioteca dei
papi possiede in quella lingua, convincendomi infine che nulla hanno a che vedere con le scritte di quel
sigillo. Stavo brancolando nel buio, quando ieri, per caso, mi  passato tra le mani un libro vecchio e
consunto che si dice sia appartenuto a maestro Arnaldo da Villanova. Voi non conoscete questo nome,
immagino, e ben pochi del resto ne sanno qualcosa; chiunque ne abbia sentito parlare, d'altro canto,
evita di farne menzione, perch la figura di questo illustre medico che lavor per i papi agli inizi del
Trecento  avvolta da una fama tenebrosa. Dicono fosse un mago, un potente alchimista, e anche un
cabalista esperto di arti oscure.
Nel libro di Arnaldo ho scovato esattamente la sequenza di cifre che si vede impressa su quel
sigillo. Il quale non  fatto di cera scura, come entrambi abbiamo creduto, bens di pece: e credetemi, madonna, non  una buona cosa.
Il libro dell'alchimista conteneva la formula per comporre quel sigillo, che vi riporto testualmente:
Se vorrai porre discordia fra due persone, fai con il favore di Saturno queste figure sul diamante durante la sua ora, mentre il pianeta si trova in esaltazione:
Se inoltre imprimerai quest'immagine sulla pece, e porrai tale sigillo dove sono due amici o anche solo uno di loro, si odieranno vicendevolmente.
Ma stai attento: non portare mai quest'immagine con te.
Si tratta di un sigillo di Saturno, un perverso incantesimo che serve per votare qualcuno alle
forze delle tenebre, e cos facendo, condannarlo a morte.
Perci avevate ragione, madonna: se qualcuno ha inviato in dono quella pisside a vostro
marito, allora vuol dire che Lorenzo de' Medici  stato maledetto. L'ombra di un maleficio terribile
incombe sopra di lui, e non penso di calunniare un innocente rivelandovi chi ne pu essere l'artefice.
Una sola persona nella Curia odia vostro marito a tal punto: Francesco Salviati, che gi tram
astutamente per ucciderlo, come mi dicono, molti anni or sono.
Spero con queste mie parole di esservi d'aiuto, madonna, e prego per voi. State all'erta
riguardo alla vostra vita!
Solo Dio, nella sua misericordia, sa cosa pu accadere.
La lettera non portava alcuna firma; n Clarice, impietrita, ne aveva bisogno per capire chi mai l'avesse scritta.
"Fermo!".
Spiazzato, il vetturino si chin per guardare la nobildonna che lo chiamava dall'abitacolo.
"Come dite, madonna?"
"Ho cambiato idea. Andremo a Ostia pi tardi. Prima c' una persona che devo assolutamente vedere".
"Dove vi porto, allora?"
"All'Isola Tiberina".
A Clarice parve di percepire quel lieve brivido di timore che scosse la schiena del servo.
"Ne siete sicura, madonna? Quello  un postaccio infestato dai briganti. Una dama come voi...".
"Sprona i cavalli, ho detto! Prendi Ponte Cestio, poi svolta a destra. Raggiungi la chiesa di san Bartolomeo. Ti fermerai laggi".
Il conducente si strinse nelle spalle. Ligio ai doveri di un servo devoto, frust i cavalli che si
misero in marcia. Persino le bestie parevano riluttanti a procedere verso la meta imposta dalla padrona.
Quel luogo remoto dimenticato da Dio, abbandonato dagli esseri umani, si diceva abitato da spiriti
senza pace e demoni sanguinari venerati nell'antichit.
Avanzarono fino al sagrato della basilica, poi la vettura si ferm di colpo. La pioggia aveva
cominciato a cadere implacabile sul selciato di Roma. Incurante, sotto la sferza dell'acqua gelida, una
strana figura stava ferma, in piedi, nel punto in cui lo spazio consacrato dal culto lasciava posto al suolo
dell'antica citt pagana.
Clarice la riconobbe all'istante, bench l'aria fosse gi scura. Era avvolta in panni umili e un
po' laceri da popolana, eppure un lungo velo di feltro pesante la ricopriva dalla testa ai piedi, simile in
tutto fuorch nel pregio della stoffa al manto che distingue le nobildonne romane. Aveva l'aspetto di
una zingara, eppure la gente mormorava che fosse imparentata con la grande casata degli Orsini,
bench nessuno sapesse dire in virt di quale legame. Nessuno, del resto, parlava volentieri di quella
malfamata levatrice dagli occhi assurdamente strabici, capaci per di scorgere per magia ci che resta
invisibile agli uomini comuni. Il vetturale si fece subito il segno della croce. "Domineddio!", pensava,
"fa' che non mi getti addosso il malocchio...".
Anche Clarice fissava inebetita quella figura uscita dal nulla. Le gocce di pioggia s'erano
tramutate in chicchi di grandine che ritmavano una tetra musica sulle pietre antiche della chiesa. Contro
il manto della fattucchiera rimbalzavano dolcemente, come spinte via da una forza misteriosa, quasi
non osassero sferzarla.
"Bellezze...", mormor Clarice tra speranza e paura. "Sei proprio tu, sorella mia?". Era lei. E pareva fosse l ad aspettarla.
...
.
...
6.
...
.
...
Dove si trovavano? Quanto tempo era passato?
Di colpo aveva smesso di piovere. All'orizzonte, la luna piena brillava fra gli intercolunni di un
tempio in rovina. Edere tenaci e malerbe esuberanti avevano mangiato quel che restava dell'antico
edificio pagano; nella luce ambigua della notte, i mozziconi di colonne sbrecciate dai secoli avevano il
biancore sinistro di scheletri insepolti.
Clarice camminava come una sonnambula priva di volont dietro i passi della sua guida. Da un
pezzo avevano passato Ponte Cestio lasciandosi alle spalle l'Isola Tiberina, si erano inoltrate nei vicoli
sordidi di Trastevere vagando nella notte come due ladre o due spiriti inquieti, che non temono nulla. Il
fiume per non era lontano, se ne percepiva ancora lo scorrere agitato come un rombo minaccioso.
Poi la citt si dilegu come d'incanto. Dinanzi ai loro piedi solo irti sentieri campestri persi tra
cespugli di sambuchi e allori alti come torrioni, preludio di una foresta.
"Che posto  questo?", chiese Clarice intimorita.
"Il posto non conta", fu la risposta secca, autoritaria.
Non le restava che procedere nel buio pesto. Le sue scarpe di seta doppiavano in silenzio il
passo un po' zoppicante segnato dalle ciocie contadine dell'altra, che avanzava lungo rotte ben note.
Giunsero a uno slargo dove il folto degli alberi pareva essersi diradato attorno a una grande
pietra piatta. Clarice rabbrivid e si strinse nel mantello, ma non aveva freddo: per qualche assurda
ragione, quel masso largo e piatto, striato di lunghe vene scure, le aveva ricordato un macabro altare dei sacrifici.
Bellezze si volt a lei.
"Te la senti, sorella?"
"Di fare cosa?"
"Un gesto audace. Del quale la tua anima porter il segno per sempre".
Un brivido pi gelido e intenso le scivol gi dalla nuca percorrendo la spina dorsale.
"Devo salvare mio marito", si giustific quasi parlando a s stessa.
"C' un maleficio che pesa su di lui. Ma ora verr chi lo pu dissolvere. Se tu lo vuoi,
s'intende".
Clarice deglut, e le parve che la gola si fosse tramutata in pietra.
"Cosa devo fare?".
Bellezze allung il braccio per indicare la lugubre corda di un capestro che ancora pendeva dal
ramo di un albero secolare. Era stato lo strumento di una morte violenta, tempo addietro, di una
giustizia sommaria assegnata senza legge n appello tra bande di briganti. I corvi e le bestie selvatiche
avevano fatto scempio del condannato, e ora il cappio pendeva vuoto, oscillando nel vento della notte,
quasi chiedesse un'altra vittima.
"Perch me lo mostri?", chiese la dama inorridita.
Bellezze si sfil dalla cintura un coltellaccio da tagliagole e glielo porse.
"Taglia quel cappio, Clarice. Ma sta' attenta che resti intero il nodo scorsoio. Taglialo, avanti!
 per Lorenzo".
La paura le fece vacillare le ginocchia, temette di crollare a terra.
"Che significa?", piagnucol. "Non ce la faccio...".
Bellezze le strapp di mano il coltello con gesto brusco e uno sguardo di duro biasimo negli
occhi storti. Poi avanz verso il capestro. Senza la minima esitazione, lo tagli di netto con gesto rapido
della mano. Lo tir alla sorella.
"Eccotelo, vigliacca! Ora stringilo in grembo e siediti sulla pietra. Sbrigati. La Decana sta per
arrivare".
Clarice afferr al volo quel mozzicone di capestro. Inorridiva al pensiero che avesse accolto
l'ultimo respiro di un impiccato e visto tutte le paure che avevano attraversato il suo morire. Perch
Bellezze diceva che era per Lorenzo? Davvero non si poteva scongiurare la catastrofe?
"Ti prego, sorella. Dimmi che lo salver...".
"Zitta, adesso. Viene l'ora!".
Come se avesse captato un segnale invisibile portato dalla notte, Bellezze s'irrigid e tese le
mani al nulla. Di colpo la foresta aveva smesso di frusciare, di vociare i suoi sinistri sussurri di upupe e
predatori in agguato. L'aria oscura sembrava fattasi tiepida, quasi il respiro di un essere immenso,
potente e minaccioso. Un lungo sibilo indistinto avanzava da chiss quali profondit insidiose del buio.
"Chiudi gli occhi, Clarice".
"Che succede?"
"Chiudi gli occhi!".
Obbed. Tutt'intorno il mondo taceva, il tempo pareva essersi fermato. Sentiva solo il rombo del
sangue nelle orecchie come se bruciasse per la febbre, e il battito impazzito del cuore. Un refolo
leggero le pass tra i capelli. Era caldo e insolito, simile al fumo dell'incenso, e tuttavia odorava di un
sentore dolciastro che ricordava la putrescenza di un cadavere. Qualcosa le sfior il viso, e lei trem
sino all'ultima fibra. Un contatto raggelante di dita spettrali. Lunghe, affusolate, uncinate di artigli
temibili. Rattrappita nel suo angolo di oscurit, credette che la Morte stessa la stesse toccando con le
sue orrende falangi di scheletro.
"Piet...", preg sottovoce.
Allora un vento impetuoso si lev, anim la furia di una tempesta che scaturiva dalle radici del
bosco, dal ventre della terra, e squassava i rami delle querce secolari facendo fischiare e gemere la
selva circostante. Urla selvagge di bestie senza nome mugghiavano di rabbia intorno a lei, che si gett
carponi sul freddo della pietra piangendo, invocando nel cuore la misericordia di Dio. Fu sferzata pi
volte e grid, sent mani profane accanite a graffiarle le carni, strappare le vesti, fare in mille modi
scempio di lei. Cento, mille voci dissonanti le ruotavano intorno, sussurravano parole indecifrabili e
ridevano dei suoi tormenti in un ghigno crudele. Sub a lungo il supplizio di non vedere, di non sapere
quali mostruose entit stavano mulinando attorno a lei in un turbine d'aria infuocata che pareva risalire
dall'inferno.
Poi tutto cess. Clarice os aprire gli occhi. Era ancora notte fonda, illuminata per da una luna
sfacciata e rossa come grondasse sangue. Non c'era traccia di Bellezze, n delle altre presenze ignote di
cui per aveva distintamente udito la voce.
Il buio taceva, s'era placato ogni alito di vento. Si guard: era spettinata, le vesti ridotte in
brandelli, una ferita profonda insanguinava il braccio destro. Aveva perduto una scarpa, e un dolore
lancinante alla gota sinistra faceva intuire che le percosse subite le avevano lasciato il volto tumefatto.
Provava un dolore acuto alla testa: mentre lottava contro quelle furie sconosciute, doveva averla battuta
con violenza sulla pietra.
Una stanchezza ferale s'impadron di lei, e cadde come un corpo morto.
Che ora era? Che giorno?
"Madonna...".
Clarice apr faticosamente le palpebre pesanti e peste. Una lama di luce fer il suo sguardo affaticato.
"Mio Dio!", sussurr.
Si port macchinalmente la mano alla gota. Cos'avrebbe raccontato ai familiari, per giustificare la vistosa tumefazione?
Eppure, non le doleva pi.
"Madonna!", insisteva la voce del vetturino. Il buon uomo s'affacciava allo sportello in sincero stato di ansia.
"Vi sentite bene?".
Stordita, Clarice annu debolmente con la testa. Provava una vergogna cocente. Cosa mai
poteva immaginare di lei quel servo, vedendola disfatta, stracciata, pestata e stremata, dopo una notte
trascorsa chiss dove, chiss con chi... Si guard le scarpe, e trasecol: le aveva entrambe ai piedi.
Eppure una mancava, portata via ore prima dal furore di quella tregenda...
In preda allo sconcerto alz la gonna: le calze erano intatte, brillanti di lucida seta bianca. Cos
l'orlo dell'abito, e la manica destra, che aveva visto squarciata a rivelare un taglio sanguinante.
Si tocc i capelli, e fu nuovo stupore. Le trecce erano in ordine intorno alla testa. Sulla fronte le
dita incontrarono il piccolo filo di perle rosa dell'elegante acconciatura con la quale aveva lasciato
Palazzo Orsini la sera avanti.
Gli occhi del servo esprimevano grande pena per lei.
"State bene, madonna?"
"S. Certo", rispose insicura.
"Volete rientrare a palazzo?"
"Che ore sono?"
"Poco fa le campane di Santa Cecilia rintoccavano la prima messa".
"Ho la testa cos confusa... Quando sono tornata?"
"Tornata... Che intendete?"
"Voglio dire rientrata in carrozza".
"Madonna, non vi siete mai allontanata!".
"Non pu essere... Pioveva a dirotto, c'era una donna ferma davanti al sagrato della chiesa...".
Gli occhi di scatto volarono l, dove aveva visto Bellezze. Le scale della basilica erano intrise di
umidit, e piccole conche d'acqua aprivano chiazze di cielo dove la pietra si avvallava consunta dal
tempo. Non c'era nessuno.
"S, ho visto una donna. Una fattucchiera di cui la gente dice brutte cose", mormor il servo.
"Vi guardava fisso. Deve avervi fatto un incantesimo, perch vi siete addormentata".
"Ho dormito?", fece lei con voce flebile. "Ho dormito tutte queste ore, e non sono mai scesa
dalla vettura?"
"Un sonno pesante come un sasso, madonna. A dire il vero, a un certo punto ho avuto paura per voi".
"Paura di cosa?"
"Non sentivo pi rumori, cos sono sceso a vedere se stavate bene. Eravate ferma, la testa
buttata all'indietro... Sembravate morta", concluse con pudore.
Clarice si tocc di nuovo quella gota che aveva creduto livida e gonfia. Era l'emblema della
folle allucinazione sofferta.
"Ho fatto un sogno orribile", rispose piano.
Il vetturino parve rasserenato.
"Succede, madonna. Specie quando uno  stanco".
Con un salto agile rimont a cassetta e spron i cavalli, sicuro ormai che la gran dama volesse
finalmente rientrare a palazzo.
Clarice abbandon la schiena contro il duro del sedile, e la testa mollemente prese a dondolare
seguendo il dolce rollio delle ruote lungo lo sterrato della strade di Roma.
Che sollievo, sapere che aveva sognato ogni cosa... Bellezze, la sua gemella rifiutata dalla
famiglia, l'orrida pietra dei sacrifici, le voci disumane che turbinavano e infierivano su di lei...
Doveva tornare a Firenze, da suo marito. Subito! Platina aveva ragione: il maleficio che gravava
su Lorenzo era Lorenzo stesso ad averlo creato, cedendo senza resistenze alla diabolica seduzione del
potere, facendo violenza alla legge, corrompendo e compiendo illeciti a iosa pur di mantenere il
primato sulla citt. Doveva ravvedersi, cambiare rotta, rassicurare il papa e procacciarsi nuovi alleati.
Cedendo terreno e perdendo posizioni nella Signoria, se necessario, pagando di tasca propria molte
opere di grande beneficio collettivo: tutto pur di farsi amare e benvolere dal popolo, dal quale era
sempre venuta la potenza dei Medici.
Era decisa a insistere con lo zio Latino: il cardinale doveva chiedere quanto prima un'udienza
privata con papa Sisto e garantirgli la sottomissione di Lorenzo, garantirgli che mai pi sarebbe stato
irrispettoso e ostile verso la Santa Sede ...
Mentre la vettura ondeggiava lenta sulla via del ritorno, un'immagine continuava a
ossessionarla: il capestro dell'impiccato che aveva visto in quell'ambiguo scenario sospeso tra sogno e
realt. C'era un messaggio premonitore racchiuso in quell'oggetto. E un significato recondito, nel gesto
di Bellezze che lo tagliava e lo porgeva a lei. Doveva capirlo e farne tesoro.
Ma qual era, il senso di quella visione?
Quando giunse nel cortile di Palazzo Orsini, trov Giuliano ad attenderla.
"Giuliano! Cosa ci fai a Roma?"
"Non perdiamo tempo", le disse brusco. "Dobbiamo tornare a Firenze".
"Ma io...", s'interruppe di colpo. Ricord che aveva lasciato Palazzo Orsini la sera precedente
diretta a Ostia, invitata al banchetto di Malatesta. Non c'era mai andata. Non aveva nemmeno varcato
le porte di Roma. La lettera del Platina l'aveva sconvolta, e ancor pi l'incontro con Bellezze, del quale
aveva un ricordo tanto confuso da non saper dire se fosse stato vissuto davvero, o invece un incubo.
"Roberto Malatesta", balbett. "Devo scrivergli per scusarmi".
"Lascia stare, Clarice! Partiamo immediatamente".
"Aspetta! Devo parlare con mio zio, perch difenda Lorenzo. L'Arciprete del Laterano non  un
uomo di poco conto, nella corte papale, e so che ci sono in atto oscure manovre contro i Medici...".
S'interruppe di colpo. Lo sguardo di Giuliano le fece gelare il sangue.
"Lui non ci aiuter", le disse. "Siamo soli. E abbiamo poco tempo. Ti aspetto fuori Porta
Flaminia fra mezz'ora. Lascia Roma al pi presto, Clarice. Se ami Lorenzo e vuoi salvare la famiglia!".
...
.
...
7.
...
.
...
Donna Battistina Appiani si dirigeva a passo spedito verso il duomo, seguita dalla fida
Foschina. Sembrava quasi incurvata sotto il peso di un dubbio che la opprimesse. Da un po' di tempo
faticava a prendere sonno, la sera. Il buon frate con il quale aveva preso accordi era disposto a celebrare
un matrimonio con rito segreto, anche se il rito legava due famiglie eminenti e potenti; ma la gente cosa
avrebbe pensato? Ed era davvero possibile, a Firenze, che due casati come i Medici e gli Appiani
stringessero una parentela senza che nessuno lo venisse a sapere?
"Mi chiedo perch Giuliano non torna", borbott tra i denti. "Sono settimane che manca da
Firenze".
"Sar impegnato da qualche grave questione, madonna", disse la serva. "Sapete quanti intrighi
trama suo fratello Lorenzo".
"Quest'assenza prolungata mi inquieta, Foschina. E se avesse cambiato idea? Se non volesse
pi sposare mia figlia, ora che tutto  compromesso...".
"Via, signora! Vi pare davvero che i Medici possano mandare a monte questo matrimonio, dopo
aver violato ogni legge di Firenze per poterlo celebrare?".
Alla dama sembr che vi fosse nella voce dell'ancella una nota sgraziata, stridente, cattiva. Era
contenta che Semiramide sposasse Giuliano, o invece il contrario? Non fece in tempo a rivolgerle
quella domanda, perch una voce maschile la chiam.
"Madonna! Madonna Appiani...".
"Dite a me?".
La dama si volt. Il suo bel viso ancora giovanile si tinse con i colori dello stupore pi genuino
e, subito dopo, di una veemente vergogna.
"Perdonatemi se vi abbordo cos per strada, madonna. Ma voi andate spedita, e questo vecchio
decrepito non ha speranza di tenere il passo".
"Vi prego, ser Jacopo. Anzi, datemi il braccio. Camminerete meglio".
Il vecchio capofamiglia di casa Pazzi, che ormai da settimane non usciva quasi pi nelle strade
di Firenze, approfitt di quella gentile offerta e poggi la sua mano artritica sulla seta verde della
manica di lei, non mancando di ammirarne la finezza.
"Ma che bell'abito avete! Un dono di vostro marito?"
"Naturalmente", rispose lei.
Un certo rossore sulle guance pareva tuttavia tradire la menzogna; a un banchiere di vecchio
corso quale Jacopo de' Pazzi non servivano certo intendenti o mezzani per stimare gi di primo acchito
la qualit di una merce, qualunque essa fosse.
Al di l del costo, damaschi di quella finezza non si trovavano che sulla piazza di
Costantinopoli: roba prodotta in Oriente, per lo pi destinata ai mercati del sultano, dove i ricchissimi
eunuchi sborsavano una fortuna per abbellire le odalische del Gran Turco, e tramite le loro grazie
arrivare al potere. Quell'abito era senza dubbio un dono di Lorenzo de' Medici a Jacopo Appiani per
suggellare e celebrare la loro parentela imminente grazie alle nozze tra la giovane Semiramide e
Giuliano. Uno sguardo alla faccia di Foschina, che abbass immediatamente gli occhi a terra, fu la
conferma ai suoi sospetti.
"Facciamo un pezzo di strada insieme madonna, vi spiace? Del resto, non metter a repentaglio
il vostro buon nome. Un relitto della mia fatta non sarebbe in grado di molestare nemmeno un gatto".
"Ma che dite mai, ser Pazzi! Voi siete un uomo integerrimo. Nessuno oserebbe sparlare di voi".
"E di voi neppure. Siete una donna ricca di ogni pregio. Compreso un cuore d'oro che non
commetterebbe mai cattive azioni. Vi ho cercata per ringraziarvi, in effetti. Ho visto quella splendida
tavola dipinta che avete donato alla cappella dei miei antenati, proprio come se fossimo una sola
famiglia. Dovevamo diventarlo, in effetti", concluse con un timbro risentito.
La donna soffocava nell'imbarazzo.
"Ser Jacopo, vi giuro... Non ho colpa per l'accaduto. Non ce l'ha nemmeno mio marito.
Lorenzo de' Medici si  presentato a noi offrendoci la parentela come se fosse un ordine, in realt. Non
una proposta... Abbiamo compreso che non sarebbe stato prudente rifiutare. Compatiteci!".
"Ma io vi compatisco, madonna. So bene come ragionano, i Medici. Signori di Firenze, padroni
del mondo... Non vi porto alcun rancore. Anzi, vi voglio bene al punto da stare in ansia per voi".
Un brivido gelido corse fulmineo lungo la schiena della donna.
"In ansia per noi? Perch?"
"Temo per la salute della vostra bella figliola, in particolare. Semiramide sembra sciupata, da
un po' di tempo. La vedo passare ogni giorno, dalla finestra del mio palazzo, quando si reca a messa. 
pallida, dimagrita. Non si sente bene, forse?".
Monna Battistina Appiani deglut, si fece forza. Gett su Foschina uno sguardo incendiario: se
qualcosa in lei avesse tradito la verit, l'avrebbe pagata cara. Doveva giocare bene le sue carte, ora; la
minima esitazione poteva causare un disastro. Sorrise dunque amabilmente cercando di apparire naturale.
"Vi confesso che anch'io sono in apprensione per lei, ser Jacopo. Ha perso l'appetito e non
dorme bene, di notte. Credo si vergogni molto per tutta questa vicenda. Insomma, lei non ha colpe, eppure tutta la citt sparla alle sue spalle".
"Lei non ha colpe", le fece eco il vecchio con sinistra ambiguit. "O forse s. So che soffre di
un preciso disturbo. Certe malattie sono particolarmente nocive, perch tutti sanno come si fa a
contrarle. Dico bene? Ci distrugge per sempre la reputazione di una donna".
La matrona storn via lo sguardo, in cocente imbarazzo. Foschina era rimasta indietro di due passi, muta e occhi a terra.
"Per fortuna, esiste la cura", fece Jacopo drastico. "So che avete una bella casa appena fuori le
mura: perch non la portate l? La campagna  un toccasana, per le giovani donne indebolite. L'aria
della citt invece pu essere nociva. Quella di Firenze in special modo".
Mentre Jacopo de' Pazzi parlava, e la dama tremava sino all'ultima sua fibra implorando il
Cielo che non si notasse troppo, erano arrivati a quella zona della citt dove abitavano solo famiglie di
gente devota al patriarca, in mezzo alle quali svettava l'antico, sontuoso palazzo ornato dallo stemma
con i due delfini: i fiorentini lo chiamavano il Canto de' Pazzi.
"Siamo intesi, madonna? Curate vostra figlia! Semiramide  una ragazza bellissima, qualunque
uomo di Firenze farebbe una pazzia, pur di averla. Questo, beninteso, quando sar guarita dal suo male.
Chi mai potrebbe prendersi una moglie affetta da tali infermit?"
"Ser Jacopo, io...".
"Ne parleremo con pi calma, monna Battistina. Per ora, dovete solo occuparvi di lei.
Percorrete la via dei Servi fino in fondo. L troverete la bottega di un medico talentuoso chiamato
Basilio Strbilos.  un greco, ma passa per il migliore che lavori a Firenze. Ho un conto aperto presso
di lui: dite che vi mando io. Vi consegner un farmaco eccellente".
"Un farmaco...?"
"Certo! Lo darete a vostra figlia, e torner come nuova. Mi intendete?"
"Vi intendo", disse la dama con gli occhi bassi, vinti.
Il vecchio la salut, poi sfil il braccio da quello di lei e lo affid al suo maggiordomo, che si
era fatto avanti in strada per accoglierlo e sostenerlo.
Donna Battistina rest impalata a guardare la figura austera e un po' claudicante del vecchio
patriarca che si allontanava e poi spariva oltre le ante del gran portale di bronzo. Solo in quel momento,
all'improvviso, si accorse che aveva i brividi di freddo.
Sollecito verso il padrone, il maggiordomo aiutava Jacopo Pazzi a salire la scalinata verso il
piano nobile.
"Avete fatto una grandiosa conquista, oggi, messere", lo stuzzic ridendo.
"Una femmina superba, monna Appiani", rispose lui a tono.
"E anche molto insicura", pens dentro di s.
La miscela esplosiva era pronta, e la miccia pure. Ora bisognava attendere la piccola scintilla fatale che innesca la detonazione.
...
.
...
8.
...
.
...
"Giuliano!".
Lui si volt, distratto. Tra la ressa di teste dei fiorentini che affollavano la piazza del Duomo,
scorse una chioma scura e ribelle, due occhi neri inquadrati da palpebre livide in un volto smunto,
affranto.
Era lei? Fioretta... Da quanto tempo non la vedeva!
Mesi, ormai. Si ricordava che un servo gli aveva portato un messaggio, il giorno stesso in cui
era rientrato da Roma. Preso dalla sua ansia, dal dovere di mettere in guardia Lorenzo, per quanto i suoi
sforzi fossero immancabilmente caduti nel vuoto, aveva scordato di recarsi all'appuntamento che
Fioretta chiedeva. Pazienza! Aveva questioni pi urgenti cui badare. Ma cosa mai poteva volere, da lui?
Non c'era futuro, per la loro storia. Troppo grande la differenza di condizione; ma se anche
fosse stata la figlia di un conte, anzi no, di un principe addirittura, ora c'era Semiramide. Lei soltanto.
L'amore, il calore, la fiamma di una passione insaziabile che deflagra e illumina il corso di una vita
intera. Che annienta la morte.
"Giuliano!", ripeteva quella voce sconfortata, sempre pi flebile ora che lui aveva affrettato il
passo per poterla seminare.
"Attento!".
Giuliano si ferm bruscamente. Camminando con la testa voltata all'indietro, con gli occhi rivolti a quel viso di donna che ormai non gli dava pi emozioni, era andato a sbattere contro un altro uomo diretto a messa.
"Scusatemi, messere", si giustific.
Aveva urtato Bandini, il segretario di Franceschino de' Pazzi. Cischio era con lui, un poco pi discosto.
"Il vostro cappello", disse Franceschino dopo averlo raccolto da terra.
Giuliano lo prese e cerc di arrangiare un dignitoso sorriso di gratitudine.
"Ho saputo che vi sposate", disse Franceschino. C'era un lieve tremito, nelle sue labbra.
Colmo d'imbarazzo, Giuliano raddrizz la schiena. Doveva mantenere la propria dignit.
"Mi dispiace per l'eredit Borromei", soggiunse sincero. "Non ho parte nella decisione di mio
fratello. Credetemi!".
"Ma io vi credo, Giuliano. La vostra sola colpa  d'aver ritrovato in Semiramide la donna che
amavate, e che avete perso. Lei ha scelto voi. Io l'accetto".
"Perci non mi portate rancore?"
"Ve lo porter in eterno, a dire il vero. Se non farete in modo di risarcirmi".
"Non ho abbastanza denaro per ripagarvi del patrimonio che v' stato sottratto!".
"Non voglio denaro, ma una moglie. In cambio di quella che m'avete portato via".
"Volete una moglie da me!".
"Vostra nipote Lucrezia. La figlia di Lorenzo".
Basito, Giuliano lo fissava cercando di capire se per caso volesse prendersi gioco di lui.
"Mia nipote ha soltanto otto anni!".
"Tra quattro anni saranno dodici. Ovvero, l'et minima ammessa dal diritto canonico per il
matrimonio delle donne. Posso aspettare, Giuliano. Voglio aspettare, per stringere questa parentela".
"Non lo so... Come posso prendere un impegno con voi? Solo mio fratello pu decidere per sua figlia".
Franceschino gli tese la mano.
"Allora parlatene con lui. Giurate che starete dalla mia parte, e farete di tutto per aiutarmi. Ora
diamoci lealmente le destre!".
Cos detto gli strinse con foga la mano e lo abbracci, toccando in pi punti il suo torace che
trov privo di qualunque protezione.
"Siamo intesi, Giuliano? Porterete a Lorenzo la mia proposta?"
"Siamo intesi!".
Ed entrarono in chiesa fianco a fianco.
"Tutto bene, ser Medici?".
Lorenzo fu quasi colto di sorpresa dalla voce apprensiva di Francesco Nori, suo segretario
personale, che gli si era accostato per bisbigliare quella domanda premurosa. La cattedrale era gremita
di gente, eppure non riusciva a scorgere Jacopo de' Pazzi. Ma dov'era finito? Da settimane ormai non
si faceva pi vedere in giro, ma pareva impossibile che volesse mancare quella funzione dal carattere
cos solenne e straordinario.
"Certo, Nori. Tutto a posto".
"Ne siete certo? Continuate a toccarvi lo scollo della camicia. Come se aveste timore di
soffocare".
"Non  niente, amico mio. Solo un fastidioso prurito".
"Il colletto stringe troppo per la vostra misura? Vorr dire che mi servir da un altro sarto".
"Lascia stare, Nori. Il sarto non c'entra.  colpa di mia moglie".
Quella laconica spiegazione instrad il Nori lungo il sentiero che gli sembrava il pi plausibile.
"Ho capito, messere. Ho notato che siete molto teso, da quando monna Clarice  tornata da
Roma. Non credo sia andata per fare semplicemente una visita ai parenti. O sbaglio?"
"Non sbagli, Nori. Mia moglie ha fatto leva su tutte le buone conoscenze che gli Orsini vantano
nella Curia. Non tira una buona aria, da quelle parti, per noi Medici".
"Cosa ha saputo? Se potete dirmelo, s'intende".
"Mi  sembrata molto reticente, in realt. Dev'essere accaduto qualcosa di grave, mentre era a
Roma, ma si ostina a negarlo. Pensa: da monsignor Becchi ho saputo che anche Giuliano si trovava
laggi, fino a dieci giorni fa".
"Giuliano? Volete dire che  andato a Roma senza avvisarvi?"
"Non ha avvertito neppure nostra madre. Solo Gentile Becchi ne era al corrente. Pare che sia
stato proprio lui a chiamarlo, ma con l'ordine che il viaggio avvenisse in segreto".
"Perch una tale convocazione?"
"Re Ferrante ha fatto venire da Napoli il suo segretario personale, don Antonello Petrucci.
Anche lui viaggiava in incognito, e ha incontrato Giuliano in un mercato rionale. Si sono parlati
brevemente, appena qualche minuto".
"E dunque?"
"Re Ferrante manda a dirmi che sono in grave pericolo. La legge sui patrimoni ha scatenato un
putiferio, e lui teme per la mia vita. Come se non lo sapessi. Come se ignorassi che ho nemici nascosti
in ogni angolo!".
"Avete anche amici potenti, per. Come Roberto Malatesta. Non si trova forse a Roma pure lui,
in questo periodo?"
"Cos almeno credo, Nori. Ma non ricevo pi sue notizie da settimane".
"Vostra moglie non l'ha incontrato?"
"Clarice dice di no. Nemmeno una volta".
"E Giuliano?"
"Nemmeno lui. Un po' strano, vero?"
"Decisamente, ser Medici. Roma non  smisurata, in fin dei conti. E ser Roberto, se  vero che
sta cercando di far annullare il suo matrimonio sterile con la figlia del Montefeltro, dovr consumare i
corridoi dei Sacri Palazzi cercando l'appoggio di quanti pi monsignori gli riesce. Latino Orsini, lo zio
di vostra moglie, sarebbe un vero asso nella manica, per i suoi scopi. Possibile che non ci abbia
pensato?"
"Forse  successo qualcosa per cui mia moglie e mio fratello non vogliono parlare di Roberto...
Accidenti a questo maledetto prurito!".
"Devo proprio cambiare sarto, ser Lorenzo. A furia di grattare, il collo vi si  arrossato".
"Lascia stare il sarto, Nori. Non  niente, ti dico. Piuttosto, vedi se riesci a trovare Jacopo de'
Pazzi".
"Non c', ser Medici. Sono sicuro che non sia venuto a messa".
"Come mai? Vuole perdersi una funzione solenne officiata niente di meno che da un
cardinale?"
"Insomma... Cardinale quello l! Avr davvero ricevuto tutti gli ordini sacri? Ha diciott'anni
appena!".
"L'et non conta, Nori. Raffaele Riario  nipote del papa, e Sisto IV ha stracciato i codici di
diritto canonico, pur di elevarlo nel Sacro Collegio. Oggi lo manda a Firenze per dimostrare la sua
buona volont nei nostri confronti.  un segno di distensione. Una mano tesa a offrire la pace. E Dio
solo sa se ne abbiamo bisogno, in questo momento!".
"Eppure Jacopo non  venuto a messa, ser Lorenzo. Sar un modo per protestare contro di voi?
Vedo i suoi familiari riuniti laggi, vicino alla Porta della Mandorla. Ci sono tutti, eccetto quello che
chiamano Cischio".
"Anche lui ha disertato la funzione?"
"No, ser Lorenzo. Lui  venuto. Solo che si  messo da un'altra parte. Lo vedo laggi, presso il
corno del Vangelo. Proprio dietro vostro fratello Giuliano".
Lorenzo si volt stupefatto.
"Vicino a mio fratello... Possibile?".
Ma dovette immediatamente chinare la testa e piegare le ginocchia a terra. Il cardinale aveva
dato le spalle ai fedeli, e poi, rivolto verso l'altare, iniziava il rito della consacrazione.
...
.
...
9.
...
.
...
"Sbrigati, Foschina. Voglio andare alla messa!".
"Non  il caso", obiett la serva con fermezza. "Vostra madre dice che non vi siete ancora
rimessa. I malati sono dispensati dalle funzioni liturgiche, anche quelle di precetto".
"Ma io non ho niente, Foschina! Sto benissimo. A parte questa maledetta nausea...".
Semiramide si port la mano sotto il seno, dove una sottile cintura di cuoio ornato da file di
coralli le stringeva la veste. Soccorrevole, la fantesca l'aiut a sedersi.
"Riposatevi e state calma. Vedrete, fra poco l'infuso di cannella che avete bevuto sortir il suo
effetto. Tutti dicono sia un toccasana, contro i fastidi di stomaco".
La ragazza storse la sua bellissima bocca in una smorfia penosa.
"Sar, ma non mi sento affatto sollevata. Uscire di casa servir a distrarmi. Prendi il mantello,
Foschina. Voglio andare in chiesa!".
Contro l'ostinazione della sua padrona c'era ben poco da fare, e la serva lo sapeva; allora apr il
cassone e ne prelev un morbido manto di velluto foderato di seta scarlatta, perfetto per creare un
fascinoso contrasto con gli occhi verde intenso e i capelli dorati della ragazza. Semiramide si guard allo specchio.
"Siete bellissima e lo sapete", disse Foschina. "Un po' pallida, magari".
Semiramide si pizzic le guance per infondere colore alla pelle.
"Cos va meglio. Ma restano queste brutte borse scure sotto gli occhi".
In quel momento, monna Battistina Appiani entr nella stanza di sua figlia. Vedendo la ragazza ben pettinata e acconciata con il mantello, cap che era in procinto di uscire.
"Dove pensi di andare?", chiese brusca.
"Alla messa, madre. C' tutta la citt".
"Non stai bene, figlia mia. Non  prudente".
"Ho preso l'infuso che mi avete premurosamente dato, madre mia. Ora mi sento molto meglio,
posso andare".
"In realt tu vuoi vedere Giuliano, non  vero?".
La ragazza esit, quasi colta in flagrante reato.
"E cosa c' di male, madre? Siamo fidanzati, dopotutto. Non l'ho mai potuto incontrare, da
quando  tornato a Firenze. Mi avete relegata in campagna come se avessi la peste. Ora siamo di nuovo
in citt. S, voglio vederlo".
Monna Battistina scambi con la serva uno sguardo che a Semiramide parve apprensivo.
"Vostra figlia  preoccupata di sembrare sciupata per via delle borse che ha sotto gli occhi",
disse Foschina. "Potrebbe rimediare con un poco di farina. Che ne dite, madonna?".
Battistina era distratta, persa in chiss quali pensieri. La richiesta sembr coglierla alla
sprovvista.
"Eh? Farina, certo. Mi pare una buona idea".
"Dunque ho il vostro permesso di uscire, madre?"
"S, figliola, va' pure alla messa. Un po' d'aria pu farti bene, ma prima fai come dice
Foschina. Scendi in dispensa, apri il sacco della farina e vedi di sbiancare quelle brutte occhiaie peste.
O i Medici penseranno che stiamo dando loro una ragazza malaticcia...".
Semiramide si lanci sulla madre e le stamp un caldo bacio su una guancia. Poi imbocc il
corridoio e scese le scale fino al pianterreno, dov'erano i locali di servizio. Entr in dispensa, trov il
sacco, ne snod i lacci con le unghie, scans il setaccio e affond le dita nella bianca polvere profumata
di grano maturo. Un piccolo sfregare leggero, ed era certa di avere gi assunto un aspetto
incomparabilmente migliore.
Un rapido sferragliare alle sue spalle la sorprese. Si volt di scatto: la porta era chiusa.
"Foschina!", chiam. Nessuno rispose.
"Foschina, dove sei finita!".
Un alito di vento doveva aver fatto sbattere l'anta, e il chiavistello rugginoso e difettoso s'era
inavvertitamente serrato. Alla fioca luce che trapelava dalla finestra a bocca di lupo, Semiramide cerc
con gli occhi qualcosa che potesse aiutarla a uscire. Nulla! La dispensa di quella casa benestante
traboccava di granaglie, sacchetti di ceci e fave secchi, orci colmi d'olio, barattoli di conserve e
insaccati vari appesi a una trave del soffitto per tenere lontani i topi; ma non c'erano arnesi che
potessero servire allo scasso. Altro non le restava che aggrapparsi alla porta, tempestarla di pugni e
chiamare a gran voce, fin quando quella scellerata della serva si fosse decisa ad aprirle. Cos fece.
"Foschina, dove sei? Per tutti i santi! Lascia stare qualunque faccenda hai per le mani, e vieni
qui!".
Per molti minuti prosegu la gragnuola di colpi e la litania delle invocazioni accorate, ora tinte
di minaccia, ora d'implorazione; a nulla comunque serv. Poi la ragazza cominci ad accusare un forte
mal di ventre.
"Aiuto!", grid. "Aiutatemi! Sto male...".
Dovette accasciarsi sui mattoni del pavimento, rattrappita in posizione fetale per sopportare il
dolore feroce. Solo allora ud il rumore di passi lenti che s'avvicinavano a quella porta implacabilmente chiusa.
"State calma", disse la voce di Foschina. "Non dovete agitarvi. O soffrirete pi del necessario".
"Chiama un medico, Foschina. Sto morendo!".
"No, padrona mia. Ve la caverete. Voi".
Semiramide non bad a quelle parole smozzicate e sibilline. I dolori alla pancia erano divenuti
ritmici, spasmi tanto lancinanti da spezzare il respiro.
"Che mi succede? Santa Vergine, aiutami!".
Avvert un fiotto caldo che le colava gi lungo la pelle delle cosce. Sollev le vesti e inorrid:
era sangue. Tanto sangue, che fluiva via inarrestabile dal suo ventre straziato.
"Oddio!", scoppi in lacrime. "Il mio bambino...".
La voce di Foschina, oltre lo schermo della porta, prese un timbro pi umano.
"Era necessario, padrona!".
"Cosa mi avete dato? Rispondi!".
"Monna Battistina l'ha fatto per voi. Per il vostro bene! Chi vi avrebbe voluta pi, con in
grembo un figlio bastardo dei Medici? Francesco de' Pazzi vi crede ancora vergine,  pronto a sposarvi
subito. Per loro invece non c' scampo".
"Dannazione, Foschina! Che stai dicendo?!".
"Era necessario, padrona. Per il bene di Firenze. Per il male che i Medici hanno fatto a Volterra,
la mia citt martoriata. E anche per voi".
Semiramide strinse gli occhi mentre il respiro si fermava, trafitto dalla lama crudele di un
premito insopportabile.
"Mi avete dato un veleno per farmi abortire!", inve tra le lacrime. "Maledette! La pagherete
cara! Lorenzo non avr piet di voi!".
"I Medici non possono fare pi nulla, padrona. Firenze  libera dalla loro tirannia!".
Cos detto, la domestica se ne and a passo veloce; c'era come una crudele fierezza, nel rumore
di quelle scarpe.
Semiramide trov la forza di rialzarsi da terra e aggrapparsi al chiavistello con tutte le energie
residue. Lo graffi, si scheggi le unghie, si fer le dita in un altro vano, disperato tentativo.
"Fatemi uscire!", ripeteva con urla da forsennata. "Giuliano! Giuliano...!".
Ai piedi dell'altare, l'officiante si fa il segno della croce. Poi congiunge le mani, segno tangibile
dell'unita` di mente, corpo e anima che lo lega ai fedeli. I pollici in croce, perch la comunit dei
credenti  il Corpo mistico di Cristo, e vive sotto la Croce. Il pollice destro sovrasta il sinistro, perch la
destra e` la mano benedicente e la sinistra e` maledicente. Perch la destra e` il lato degli eletti e la sinistra
e` il lato dei dannati. Perch  alla destra del Signore che siede il Cristo trionfante, il quale sovrasta e
domina ogni cosa, ogni essere vivente.
Qui pridie quam pateretur, accepit panem in sanctas ac venerabiles manus suas et elevatis
oculis in coelum...
Nervoso, Lorenzo non seguiva la parte cruciale del rito sacro con la dovuta attenzione.
L'immagine di Francesco de' Pazzi accanto a Giuliano e l'idea che Jacopo mancasse la messa,
continuavano a tormentarlo. E quel dannato prurito al collo...
benedixit, fregit, deditque discipulis suis, dicens...
Perch Jacopo non c'era? Come poteva non sembrare un affronto alla persona del cardinal
Riario? O magari stava male? Un collasso, chiss. Era anziano, dopotutto, e di salute alquanto
malferma...
Accipite, et manducate ex hoc omnes...
E se invece Jacopo fosse stato benissimo? Se la sua assenza fosse voluta, deliberata, addirittura
concertata con lo stesso cardinal Riario... Agghiacciante congettura. Ci voleva dire che si erano messi
d'accordo, che doveva esistere un qualche compromesso tra loro, magari tra i Pazzi e il papa...
Cischio si  messo vicino a Giuliano. Come mai? Cischio non lo pu vedere. Lo odia, forse. Lo
odia a morte...
hoc est enim corpus meum...
Il celebrante elev l'ostia: e fu il segno.
Lorenzo, che non aveva potuto evitare di tenere gli occhi fissi sul giovane Pazzi, lo vide fare
cenno a Bandini: poi entrambi scansarono quelli che avevano a lato, sfoderarono il pugnale, si
avventarono su Giuliano, lo crivellarono di colpi finch cadde a terra.
Tutt'intorno, l'ira di Dio.
Urla, gemiti, strepito di candelabri rovesciati in terra, gente che fuggiva all'impazzata
scaraventando in terra quelli che intralciano la folle corsa.
"Giuliano!".
Lorenzo si lanci verso la parte opposta della navata, scavalc un povero vecchio finito carponi
sul pavimento. Quattro mani gli avvinghiarono le braccia, lott, si divincol, ma lo sfarfallio di una
lama lo sfior lasciandogli un dolore acuto al collo.
"Lorenzo!".
Si port la mano alla gola, e la ritrasse lorda di sangue.
"Venite via, ser Medici!".
Stordito, Lorenzo pensava alla sorte del fratello aggredito a pochi passi da lui.
"Lasciatemi! Giuliano...".
La macchia di sangue s'era allargata copiosa, aveva intriso la camicia e tinto di rosso la stoffa
della tunica. Si sentiva indebolito, tradito.
"Lasciatemi!".
Sei uomini s'erano aggrappati a lui, lo tiravano verso la sagrestia mentre recalcitrava e gridava, tentava di liberarsi da quella presa forte e inoppugnabile.
"Qui dentro. Presto!".
Gettarono Lorenzo nella sagrestia, e mentre Francesco Nori lottava con gli aggressori per tenerli a bada, Poliziano riusc a sprangare il pesante battente di quercia.
"Tranquillo, Lorenzo", gli disse abbozzando un sorriso. "Siete al sicuro".
Intanto, oltre quella porta, la grande chiesa era ormai deserta. Fra le volte antiche era calato un
silenzio di morte.
Riverso in terra, fradicio nella pozza scura del suo stesso sangue, Giuliano sent che era giunta
la fine. La vita fuggiva via da lui. Trov la forza di girare la testa, cercando con gli occhi la tavola del
Botticelli che ritraeva l'Adorazione dei Magi. Incontr la Vergine e ne prov un gran sollievo.
"Amore mio...".
L'ultima immagine che vide fu il bel volto di Simonetta Vespucci, che lo fissava mesta.
Epilogo
"Cos ora sai tutto, Lorenzo".
La voce del frate aveva assunto la solennit di un oracolo. Dritta in piedi dinanzi a lui, che se ne
stava accasciato sopra una pietra a leccarsi le ferite dell'anima, la mole scura del religioso si stagliava
contro la luce digradante del crepuscolo, come un angelo delle tenebre venuto sulla terra per compiere
la propria vendetta.
"Reverendo, se quel giorno mi sono salvato, lo devo a una scenata fatta da mia moglie. Clarice
pretendeva che mi mettessi al collo una cosa assurda. Era un amuleto curativo, secondo lei. A me
pareva il capestro di un impiccato. Non capivo il perch di tanta insistenza, e ora voi mi dite che era
opera di magia...".
"La lama che doveva tagliarti la gola ha infierito sulla corda di quel capestro, Lorenzo. Ti ha
ferito solo di striscio. Per fortuna".
"Molte delle cose che mi avete raccontato suonano incredibili. Davvero l'uomo che si present
ai congiurati chiuso nella corazza era il mio padrino?"
"Senza dubbio: Federico da Montefeltro si un a loro. Lo so come lo sa Dio stesso. Federico
voleva la complicit del genero Roberto Malatesta, cos gli aveva promesso il suo benestare al ripudio
della figlia Elisabetta. Roberto sarebbe tornato libero. In cambio, doveva tacere con te riguardo alle
macchinazioni del suocero".
"Si erano accordati su mia moglie...".
"Si erano accordati sulla tua morte, Lorenzo. Federico si sente tradito da te, ti considera un
figlio ingrato che si rivolta per danneggiare suo padre: proprio come Bruto fece con Giulio Cesare. Poi
in seguito, quando Roberto incontr Clarice dopo tanti anni e fu molto preso da lei, Federico seppe
sfruttare a proprio vantaggio questa debolezza di Malatesta. Roberto ti era amico sinceramente, ma
l'amore diventa una trappola senza scampo, a volte. Com' accaduto a tuo fratello".
"Non avrei dovuto acconsentire alle sue nozze con Semiramide Appiani", ringhi Lorenzo,
adirato con s stesso. "Tutto il male  venuto da l. Forse Giuliano non l'amava davvero. Forse era solo
preda di un miraggio".
"Non serve rivangare il passato. Ora dovrai procedere da solo, guidare in salvo la tua famiglia.
Clarice non  al sicuro, se ti resta accanto. Deve lasciare Firenze con i bambini, o c' il rischio che i
tuoi nemici possano colpire loro per ferire te".
Quella previsione paralizz i sensi gi stremati di Lorenzo.
"I miei nemici... Girolamo Riario. Salviati. Il papa... sapevo di loro, per mai avrei
immaginato di avere addosso l'odio di Federico da Montefeltro, che mi ha tenuto a battesimo!".
"Alcuni uomini nascono cos scaltri e subdoli che sanno mascherare da affetto anche il rancore
pi feroce. Federico  tra questi".
"Ma perch, reverendo? Perch mi odia, cosa mai gli avr fatto!".
"L'occhio che ha perduto. Ricordi? Ne attribuisce la colpa a te".
Basito, Lorenzo alz la faccia che teneva affondata desolatamente tra le mani.
"Quell'incidente  avvenuto durante un torneo!".
"S, ma era un cavaliere fiorentino che lo fer. Uno dei cavalieri che tu gli avevi inviato.
Sfoggiava i colori dei Medici. Montefeltro si  convinto che in realt fosse un sicario mandato da te per
assassinarlo".
Alla collera e allo sbigottimento, in Lorenzo s'era aggiunto uno sconforto insopportabile.
"I colori dei Medici...", sibil. "E questo  bastato per fargli desiderare la nostra morte!".
"C'era di mezzo anche il denaro, ovviamente. E ragioni politiche. Girolamo Riario ha convinto
il papa a nominare Federico duca, e anche Gonfaloniere della Chiesa. In cambio, Montefeltro doveva
appoggiare la congiura".
Lorenzo torn di nuovo a sprofondare la faccia esausta tra le mani.
"E cosa dovrei fare, adesso? Colpire Urbino, organizzare a mia volta una congiura contro
Federico?"
"No, Lorenzo. Devi perdonare Montefeltro, perch hai bisogno del suo appoggio. Devi
dimenticare la passione che Roberto Malatesta ha per tua moglie. E abbandonare le vendette con le
quali stai insanguinando Firenze".
"No, mai! Gli assassini di mio fratello cadranno uno dopo l'altro. L'ho giurato a Giuliano.
Fosse l'ultima cosa che faccio!".
Seguirono istanti di un silenzio completo e innaturale, come se perfino il vento si fosse arreso.
"E se Dio mi avesse dato il potere di capovolgere la clessidra del tempo?".
Lorenzo lo aggred con uno sguardo irritato.
"Non dite eresie, padre!".
"Parlo sul serio. Se io ti rendessi Giuliano, cesserebbero le tue vendette?".
Il frate era pi che serio: nei suoi occhi vibrava l'accento di una determinazione che nulla aveva
a che fare con lo scherzo.
"Siete pazzo, forse?"
"Voglio la tua parola, Lorenzo. Rispondi alla domanda che ti ho fatto. S o no".
Lorenzo si alz dal masso e lo fiss in cagnesco.
"Vi fate beffe del mio dolore...".
Senza replicare, il frate gli aveva voltato le spalle e s'incamminava verso la citt, facendo cenno
di seguirlo.
La luce calda del tramonto planava lentamente sul giardino soffusa di colori fiabeschi.
Un alito fresco di vento spandeva nell'aria il profumo dolceamaro dei melangoli nell'agrumeto,
orgogliosi dei loro frutti dorati, come una promessa d'immortalit. Chiuso da mura, bordato da
spalliere di fiori rampicanti, attrezzato con grate e recinti incannucciati perch le bestie selvatiche non
potessero aggredire i delicati ortaggi dei coltivi, il verziere del pittore Scheggia di Giovanni aveva la
grazia che s'addice a un palazzo principesco, pur nelle sue modeste dimensioni. Per questo compariva
tante volte nei dipinti del fratello Masaccio.
Lorenzo s'inoltr guardingo attraverso il piccolo vigneto reso esuberante dall'estate agli albori.
Percep il profumo delle rose piantate in capo a ogni filare, che sfoggiavano il trionfo di cento corolle
purpuree. Intanto scrutava con occhio inquieto il virare della luce tra l'indaco e l'ocra: il giorno finiva,
rendendo molto sconveniente fare visita in quella casa.
"Perch siamo qui?"
"Entra, Lorenzo. Ti stanno aspettando".
"Aspettano me?".
Il frate sembrava riluttante a dare altre spiegazioni; le mani congiunte che sparivano nelle ampie
maniche del saio, la faccia sprofondata nel cappuccio, indicavano a Lorenzo che doveva salire lo
scalone d'ingresso. Lui obbed.
La casa sembrava deserta per gran parte delle sue stanze: tutta la famiglia si era radunata in un
locale solo, un'anticamera, dove il pittore e la sua sparuta corte di domestici attendevano in ansia
dinanzi a una porta chiusa. L'arrivo di Lorenzo li lasci di stucco; eppure, sembr a lui, dopo un breve
smarrimento, venne accolto con deferenza. Vedere il Magnifico in quella casa era un grande onore, per
i suoi abitanti.
"Accomodatevi, ser Medici", disse lo Scheggia.
"Scusate. Vedo che siete riuniti in attesa dietro quella camera. Mi dispiace, la mia visita cade
inopportuna".
"Tutt'altro, ser Medici. Siete arrivato nel momento giusto".
"State vegliando un congiunto morto?"
"No, per grazia di Dio. Aspettiamo una nascita".
In quel momento, l'urlo straziante di una partoriente varc lo spazio ferendo l'aria.
"Va avanti da sei ore", disse lo Scheggia.
"Vostra moglie si sgrava?"
"No, ser Medici. Mia figlia Fioretta".
"Fioretta si  sposata? Non lo sapevo. Chi , vostro genero?".
A quella domanda, il volto del pittore si tinse di un dolore senza speranza. Intanto, quasi che il
Cielo volesse dargli conforto, dalla stanza si lev la voce inconfondibile di un neonato. Scheggia
sorrise e chiuse gli occhi ringraziando Dio in cuor suo.
"Venite, ser Medici. La risposta a ci che volete sapere  l dentro".
Bussarono colpi discreti, e dopo qualche minuto, la faccia stanca di una levatrice venne ad aprire.
Lorenzo fu introdotto fino al gran letto dove la puerpera giaceva stremata dal parto. Fioretta apr
appena gli occhi, quando lui la salut, e trov la forza di rivolgergli l'ombra di un sorriso.
"Ecco, ser Medici. Prendetelo".
Le braccia esperte di Lorenzo, padre di diversi figli, ricevettero il dolce fardello di un neonato
accuratamente avvolto in un lenzuolo. Lo guard e trasal. Un violento flusso di ricordi lo travolse. Gli
affreschi di Palazzo Medici. L'insistenza di Giuliano, la sua preferenza per Scheggia di Giovanni, le
tante misteriose sortite notturne...
" figlio di mio fratello?".
Il pittore non rispose alla domanda: la somiglianza del piccolo parlava da sola.
Lorenzo se lo strinse al petto come un tesoro che non ha prezzo. Poi gli sovvenne un ricordo. Il frate!
"Se io ti rendessi Giuliano, cesserebbero le tue vendette?"
Stringere al petto quel neonato, prenderlo in casa propria per allevarlo e vederlo crescere, non
era forse come riavere accanto Giuliano?
"Il frate!", biascic. "C'era un religioso, con me. Dov' andato?"
"Non abbiamo visto nessuno, con voi. Siete venuto da solo".
Bench frastornato, Lorenzo vide subito chiaro cosa dovesse fare.
"Dev'essere rimasto in giardino. Eccovi il piccolo. Gli darete il nome di Giulio, in ricordo di
suo padre. Rester con voi fin quando non sar svezzato, poi avr un precettore. Lo educheremo come
si addice al suo stato. Chiedete pure al mio attendente tutto ci di cui avete bisogno per lui e la madre.
Che abbia il meglio:  un Medici!".
Lasciato il bimbo alla levatrice, imbocc la porta e prese a correre gi per le scale.
"Padre!", gridava. "Padre! Dove siete?".
Tra le fronde dell'agrumeto, riconobbe la figura del religioso ammantata nel suo saio chiaro.
"Ci siete riuscito", gli disse. "Mi avete reso mio fratello. Venite qui. Voglio abbracciarvi!".
Il religioso per gli volt le spalle, e senza dire una parola, s'inoltr tra gli alberi del giardino.
"Aspettate! Dove state andando?".
Lo insegu, ma il frate era pi veloce. Per un attimo lo raggiunse, riusc ad agguantargli una manica, lo ferm. Il frate si volt a lui, gli lanci un sorriso mesto. In quel sorriso, parve a Lorenzo di vedere Giuliano. Fu cos stupito che moll la presa; e quello, sfuggente come i sogni, si dilegu tra le ombre della notte.
...
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FINE.
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Nota storica.
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La misteriosa morte di Giuliano.
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Il 26 aprile 1478, durante una solenne funzione religiosa celebrata nel Duomo di Firenze dal
giovane cardinale Raffaele Riario, nipote di papa Sisto IV, Giuliano de' Medici fu aggredito e
pugnalato selvaggiamente: le ferite erano tante e tali da non lasciare scampo.
La cospirazione contro i Medici, ordita da tempo, era formalmente guidata da Jacopo e
Francesco de' Pazzi, membri di una nobile e facoltosa famiglia fiorentina giunta ai ferri corti con i
Medici per ragioni politiche e finanziarie; in realt il complotto trovava forti connivenze al di fuori
della citt, negli Stati italiani invidiosi della grandezza medicea e della potenza fiorentina: persino il
papa, sobillato dall'ambizioso e intrigante nipote Girolamo Riario, aveva dato al colpo di stato qualcosa
di simile a un silenzioso placet.
Colpo di stato contro Lorenzo il Magnifico, per. Lorenzo, il primogenito, allevato
personalmente da Cosimo alla sua raffinatissima scuola di prassi politica, e tuttavia molto meno cauto
del nonno, meno vocato per gli affari, assai pi cocciuto e vanaglorioso.
Invece  Giuliano a cadere. Giuliano il cadetto, colui che il maggiore dei fratelli tiene distante
dalle cose politiche, la sua ombra fidata, docile esecutore delle volont che il primogenito, capo della
famiglia, impone con piglio quasi dispotico. Di tale sudditanza, Giuliano si lamentava parlando in
confidenza con uomini importanti che erano familiari ai Medici; una volta disse a Sagramoro Filippi da
Rimini, ambasciatore del duca Galeazzo Maria Sforza, che quel ruolo secondario in cui Lorenzo si
ostinava a relegarlo, lo faceva sentire il pi infelice degli uomini.
Perch fu lui a morire? Cosa determin questo incredibile, tragico errore?
Di sicuro non si pu invocare l'imperizia degli aggressori: Francesco de' Pazzi e Bernardo
Bandini Baroncelli si scagliarono immediatamente soltanto su Giuliano, ignorando Lorenzo, vero
obiettivo della congiura, che intanto nel lato opposto della cattedrale veniva ferito solo di striscio da un
cospiratore molto meno determinato degli altri due.
Le ragioni della morte di Giuliano devono ancora essere trovate. Un drammatico e illustre cold
case giace irrisolto nelle pieghe del pi splendido Rinascimento italiano.
I funerali si svolsero il 30 aprile nella chiesa di San Lorenzo, sulla quale i Medici esercitavano il
patronato; e bench Giuliano non rivestisse alcuna carica pubblica, furono solennissime esequie di
Stato. Tutta la giovent fiorentina partecip al rito, indossando il lutto per lui.
Angelo Poliziano, il poeta amico di Lorenzo e suo salvatore, poich riusc a chiuderlo con s
nella sagrestia sbattendo la porta in faccia ai cospiratori, descrisse i drammatici eventi in un trattato
intitolato Coniurationis commentarium ("Commentario della Congiura"); nella parte finale, ci ha
lasciato un breve ritratto di Giuliano che lo descrive alto, di corporatura robusta, con occhi e capelli
neri, pelle olivastra. Doveva essere un giovanotto molto ammirato e amato dalle donne, visto che
possedeva tutte le qualit tipiche di un brillante nobiluomo del suo tempo, doti che noi oggi diremmo
"sportive": cavalcava in modo ardimentoso, giostrava da maestro, e cos pure si distingueva nella lotta
e nelle gare con la lancia. Amava inoltre moltissimo la pittura, la musica e tutte le cose belle, compresa
la poesia, specie quella d'amore. In breve, tutti questi pregi lo rendevano graditissimo al popolo, oltre che caro ai familiari. Forse
fu proprio questa predilezione, che segn la sua condanna? Pu darsi.
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Un passo dello storico fiorentino Francesco Guicciardini, che scrisse alcuni decenni dopo la
congiura, sembra adombrare tale possibilit: Giuliano, a suo dire, "era bene voluto dal popolo", e i
fiorentini lo avrebbero volentieri riconosciuto come loro leader, se fosse stato ammazzato il fratello.
Anche Lorenzo ammise, anni dopo la morte del fratello, che Giuliano avrebbe potuto succedergli
degnamente: "era di qualit di potere supplire in mia assenza" (Storia d'Italia, VIII).
Qualcuno insinua addirittura che vi fosse la mano fratricida di Lorenzo, dietro la morte
apparentemente inspiegabile di Giuliano: tutto ci, oltre a non poter contare su prove credibili, 
davvero esagerato persino per un romanzo.
Testardo, anche se geniale, tutto preso da s stesso, Lorenzo semplicemente sottostimava le doti
del fratello; solo dopo averlo irrimediabilmente perduto, si rese conto di quanto la collaborazione di
Giuliano, perfetto cavaliere da ogni punto di vista, fosse utile nei rapporti diplomatici con gli altri
potenti, oltre che preziosa per il prestigio dei Medici.
Poco tempo dopo l'assassinio di Giuliano, nacque il suo figlio naturale che il giorno seguente fu
battezzato con il nome di Giulio (nel 1523 sarebbe divenuto papa con il nome di Clemente VII).
Nel 2017 mi capit di trovare nei fondi dell'Archivio Segreto Vaticano il documento originale
con cui, anni dopo, papa Leone Decimo, figlio di Lorenzo, volle legittimare il cugino Giulio: il nome della
madre era Fioretta di Giovanni, fatto che la identifica come figlia o nipote del pittore Giovanni di
Giovanni detto Scheggia, fratello del pi celebre Masaccio.
Donna di condizione sociale molto inferiore ai Medici, al punto che l'ipotesi di un matrimonio
fra i due non era neppure concepibile, Fioretta non fu tuttavia il grande amore di Giuliano. Le Stanze
per la giostra scritte da Poliziano nel 1475, in occasione del celebre torneo cavalleresco in cui Giuliano
si copr di gloria, hanno immortalato il suo sentimento per Simonetta Cattaneo, nata da una nobile
famiglia ligure e sposa del mercante fiorentino Marco Vespucci.
Di lei sappiamo ben poco, a parte che veniva celebrata anche fuori da Firenze per la sua
bellezza straordinaria: le avevano dato il soprannome di sans par, cio l'"impareggiabile".
Non era un fatto particolarmente scandaloso, a quel tempo, che gli uomini di ceto elevato,
specie se politicamente in vista, manifestassero senza reticenze la loro passione per bellissime donne
gi sposate; allora i potenti tutto potevano, e fare pubblicamente la corte a una dama stupenda
diventava, anzich una vergogna, un motivo di vanto.
Non  un caso, infatti, se il duca di Milano Galeazzo Maria Sforza ebbe quattro figli
dall'incantevole Lucrezia Landriani (ritratta in un celebre dipinto del Pollaiolo oggi alla
Gemldegalerie di Berlino), senza che ci scalfisse la sua amicizia con il conte Gian Piero Landriani,
marito di lei.
Anche Lorenzo, prima di sposare la nobildonna romana Clarice Orsini, aveva molto flirtato con
Lucrezia Donati, bellissima adolescente lasciata troppo a lungo sola da un marito pi anziano, molto
impegnato in viaggi d'affari. Della coppia clandestina si sparlava, commentando i ricchi doni e le feste
sontuose che il rampollo dei Medici allestiva per omaggiare la sua amata, per non ci sono prove reali
che l'amore tra i due fosse andato oltre la sfera platonica; in ogni caso, dopo il matrimonio di Lorenzo,
tale corte fin, lasciando un cordiale sentimento d'amicizia tra la Donati e la coppia Lorenzo-Clarice, al
punto che i due coniugi tennero a battesimo il figlio di lei.
Quanto a Giuliano, invece, la sua passione per la stupenda musa che ispir i dipinti di Botticelli
pare avesse superato i limiti accettabili per questo genere di intemperanze giovanili. Non era un gioco
di societ, insomma, ma una specie di ossessione: quando Simonetta mor, il 26 aprile 1476, per cause
ignote, Giuliano cadde nella malinconia pi nera. Con una prepotenza che a noi pu apparire sfrontata e
poco rispettosa del dolore altrui, si fece consegnare dal vedovo Marco Vespucci i suoi vestiti e il suo
ritratto.
Simonetta, tuttavia, poteva anche essere l'amore di tutta la vita, per Giuliano, ma non la
consorte; infatti prima ancora della sua prematura scomparsa si parlava di trovare a Giuliano una
moglie conveniente, cio una sposa che avrebbe portato a casa Medici e a Firenze legami politici
vantaggiosi.
Avvenente, galante, intelligente e ardimentoso, oltre che molto ricco, Giuliano era lo scapolo
d'oro che ogni ragazza di famiglia importante sognava; e infatti furono molte le possibili promesse
spose che rimasero deluse.
Dapprima il Magnifico pens di fidanzarlo alla figlia del ricchissimo mercante Giovanni
Borromei, erede di una fortuna cos ampia che in seguito, quando tutto quel denaro fosse passato in
eredit a Jacopo de' Pazzi, Lorenzo avrebbe forzato illegalmente i meccanismi della Signoria per far
votare una legge ad hoc, capace di sottrarre il patrimonio Borromei alla famiglia rivale; il piano fall
perch Giuliano, pur con tutti i suoi denari, non volle saperne di sposarla. Poi venne offerto ai Medici
un patto nuziale che voleva Giuliano marito di una Riario, nipote di Sisto IV, ma anche questo sfum.
Una visita di Giuliano a Mantova fece parlare di un fidanzamento con una ragazza della
famiglia Gonzaga: le brillanti qualit del giovane, in breve, attiravano ovunque consensi e scatenavano
concupiscenze. Cos accadde anche quando viaggi fino a Venezia, dove prese corpo l'idea di
matrimonio con una delle figlie di Marco Correr, membro di spicco del patriziato veneto: il progetto
part nel 1474, scartato poi perch Lorenzo avrebbe preferito vedere Giuliano prete, e in seguito
cardinale del Sacro Collegio.
Se ne riparl nel 1477, quando l'idea torn in auge a causa dell'alleanza tra Firenze e Venezia.
Anche allora non se ne fece nulla, ma probabilmente non per ragioni di opportunit politica. A
quell'anno, ovvero solo pochi mesi prima della morte di Giuliano, risale il suo fidanzamento con
Semiramide Appiani, sorella di Jacopo IV Appiani, signore di Piombino. Lo suggerivano cogenti
ragioni politiche, naturalmente: la signoria di Piombino si affacciava sul Tirreno e comprendeva anche
l'Elba, con le sue riserve minerarie, ma era soprattutto un terreno molto ambito per motivi strategici,
data la sua posizione; ci la rendeva contesa tra il re di Napoli, che la usava come testa di ponte da cui
potersi espandere nella Toscana, e gli Sforza, che l'avrebbero voluta come uno sbocco sul mare per il ducato milanese.
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In quell'anno, il 1477, Lorenzo e Giuliano presero in affitto le miniere di ferro dell'Elba, le uniche in Italia; e pu darsi che il matrimonio con Semiramide servisse a trasferire per via di dote i diritti di sfruttamento in casa Medici. I documenti per ci svelano altri retroscena che la semplice logica commerciale non lascia trapelare: monsignor Gentile Becchi, un tempo precettore di Lorenzo, scrisse che le nozze di Giuliano avvenivano "su la traccia de la Simonetta". In qualche modo, cio, lui la voleva come un alter ego dell'amata perduta, perch le due donne erano parenti e probabilmente si somigliavano molto: lo deduciamo dal fatto che i pi celebri capolavori di Botticelli, la Nascita di Venere e la Primavera, nei quali il ritratto di Simonetta ha un ruolo centrale, furono dipinti per Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici, cugino del Magnifico, colui che avrebbe sposato Semiramide Appiani dopo la congiura e la morte di Giuliano. Poich Botticelli inizi le due opere nel 1477, nel momento in cui Giuliano era vivo e fidanzato alla ragazza, e le port a compimento anni dopo, non  da escludere (pur rimanendo un'ipotesi) che la bellissima donna ritratta in Venere non fosse in realt Simonetta, bens la somigliantissima sua cugina.
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Ringraziamenti.
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Questi i dati storici principali. Se il lettore li trover ben narrati, sappia che ci si deve anche al supporto di alcune persone, cui sono grata: innanzitutto il mio editore, Raffaello Avanzini, con l'intero staff della Newton Compton, tra cui la pazientissima Alessandra Penna; la mia agente Roberta Oliva, lettrice implacabile ma giusta; il professor Franco Cardini, preziosa bussola nello studio dei Medici, la famiglia Bernabei che mi ha onorata affidandomi la consulenza storica per la fiction di Lux Vide I Medici (stagioni seconda e terza), infine Chiara Graziani, giornalista de "Il Mattino", e l'avvocato Simona Teodori, responsabile culturale di Neroma-Festival nazionale del Noir di Roma, per il loro commovente sostegno. Il ringraziamento pi sentito va tuttavia ai recensori dei vari blog che hanno avuto la bont di parlare dei miei romanzi: il loro parere esperto  per me di valore inestimabile, e di ogni critica cerco di fare tesoro.
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FINE.